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 2007  luglio 07 Sabato calendario

ROMA – Teodoro Buontempo (deputato di An, detto anche «er pecora»): «Io, in quella foto del primo matrimonio di Daniela Fini, sono l’unico con la barba, tengo le mani in tasca e, non so se si nota, sono piuttosto elegante

ROMA – Teodoro Buontempo (deputato di An, detto anche «er pecora»): «Io, in quella foto del primo matrimonio di Daniela Fini, sono l’unico con la barba, tengo le mani in tasca e, non so se si nota, sono piuttosto elegante. Quello che invece mi sta accanto, quello con gli occhiali scuri... beh, all’inizio, ho pensato: ma chi è? Un poliziotto? Un imbucato? Poi però l’ho guardato meglio e l’ho riconosciuto: è Donato, il mio vecchio e caro camerata d’un tempo, Donato Lamorte...». Donato Lamorte (deputato di An, attualmente capo della segreteria di Gianfranco Fini): «Buontempo era straordinario, in quegli anni. Capace di dormire per mesi dentro una vecchia, rugginosa Fiat 500, ma poi anche capacissimo di presentarsi in chiesa indossando, alla perfezione, un abito grigio con tanto di gilet...». Il settimanale L’Espresso affronta la separazione di Gianfranco Fini dalla moglie Daniela e manda Marco Damilano a intervistare l’ex marito di lei, Sergio Mariani, ex Legione straniera, ex brigata Folgore, e perciò noto con il soprannome di Folgorino, più volte condannato per atti di violenza e, per lungo tempo, anche grande amico dello stesso Gianfranco. Intervista con passaggi di vita privata – «se, ad un certo punto, arrivai a spararmi un colpo, è perché Gianfranco incise pesantemente sulla fine del nostro matrimonio» – ma soprattutto con molte atmosfere d’un tempo che fu, per la destra italiana. Assai eloquente, perciò, è la foto a colori con cui viene corredata l’intervista: scattata, il 26 settembre del 1976, a Santa Maria di Ga-leria, un piccolo borgo alle porte di Roma, con chiesa e annesso ristorante per i ricevimenti. Racconta Donato Lamorte: «Al termine della cerimonia, ci accorgemmo che, su un muro, c’era quella magnifica scritta, ancora miracolosamente intatta, dopo tanto tempo... e così decidemmo di metterci in posa». La scritta: «Molti nemici molto onore», e poi la «m» di Mussolini. Sotto, da sinistra: Donato Lamorte, Teodoro Buontempo, Sergio Mariani, Daniela Fini (meno longilinea di adesso) Bartolo Gallitto (ex guardiamarina della X Mas, avvocato, segretario della federazione romana del Msi – e per questo chiamato «il federale» – quindi consigliere del Csm), poi Rita Marino (oggi segretaria personale di Gianfranco Fini) Ernesto Cardone (marito di Rita Marino) e Roberto Iannarilli (cugino di Daniela e responsabile del marketing di An). Eravate giovani e forti, onorevole Buontempo. «Eravamo, soprattutto, una comunità. Il regime ci provocava, accusandoci di stragi e reati che non commettevamo noi ma i suoi apparati deviati, mentre i rossi, i comunisti, cercavano invece di farci proprio la pelle. per questo che eravamo diventati una comunità. Osservi, la prego, i nostri sguardi...». Lei cosa ci trova, dopo tanti anni? «Ideali, passione, orgoglio. Avevamo uno spessore che, oggi, se lo sognano in molti». All’Espresso, Sergio Mariani racconta di una volta che lo arrestano per aver pestato qualcuno fuori dal liceo Plinio di Roma: e dice che, appena entrato nella caserma dei carabinieri, trova un altro giovane camerata già fermato, trova Gianni Alemanno, futuro leader di An e ministro con il governo Berlusconi, «legato con le manette al termosifone e picchiato selvaggiamente». «Infatti furono anni tremendi, ma dentro eravamo animati da una forza morale, etica, da una passione politica straordinaria – continua a ricordare Teodoro Buontempo – e persino il carcere, beh, persino il finire in carcere diventava un fatto epico, mitico. Sentivi i camerati che venivano a cantarti sotto le mura per darti coraggio, e poi, quando uscivi, ne trovavi cento, duecento, schierati fuori dal portone del carcere che ti aspettavano facendo il saluto romano». Buontempo era già un dirigente di rango nazionale e punto di riferimento per i giovani militanti del Fronte della Gioventù, che aveva sede in via Sommacampagna. Il responsabile della sede era un ragazzo mingherlino ma tenace, con i baffetti neri: Maurizio Gasparri. «Forse ero il più giovane, tra gli invitati del partito al matrimonio di Daniela e Sergio Mariani». Al matrimonio non fu invitato Gianfranco Fini – «no, non so perché» – però Fini era comunque un emergente. «Veniva da Bologna e parlava bene, scriveva bene, e in quegli anni – racconta Gasparri – c’era bisogno di gente che sapesse scrivere sulle mille pubblicazioni che stampavamo». Mariani aggiunge che «Fini vestiva sempre in trench chiaro o con un cappotto di pelle nera, ma era un po’ troppo distaccato, per i nostri gusti »: e, per questo, fu persino sospettato d’essere un infiltrato. «Una sera decidono di dargli una lezione, bastonarlo – prosegue Mariani ”. Lui si accorge del pedinamento, scappa, si infila in un palazzo. Io lo seguo e lo trovo rannicchiato in un sottoscala. Mi prende le gambe: "Sergio, che colpa ne ho se non ho il vostro coraggio?"». Davvero, onorevole Gasparri, succedevano anche cose così? «Mah, questo racconto mi pare un po’ forzato. Certo, e questo vale pure per me, noi giovani di Sommacampagna venivano visti un po’ come intellettuali mollicci, dagli attivisti, dai duri del servizio d’ordine, questo sì... comunque...». Cosa? «Per fare politica a destra, in quegli anni, occorreva avere molto coraggio. E Daniela, per dire, ne aveva ». Coraggiosa? «Lei faceva attività nella sezione di Cinecittà, un vero avamposto in un quartiere rosso, dove ancora adesso, credo, ci sono dei centri sociali che creano problemi ». Daniela Fini era nella sezione, quando la sezione fu incendiata, giusto? «Lanciarono delle molotov e tirarono giù la saracinesca. Rischiò di morire, nel rogo».  per questo, dice adesso l’onorevole Donato Lamorte, guardando quella foto di matrimonio, «è per questo che non ho alcuna nostalgia per quella stagione politica. Troppo odio. Anche se poi, beh, qualcosa ti resta dentro ». Per esempio? «Il senso dell’onore, della lealtà». Cosa vuole dire, onorevole? «Scriva che non mi piaciuto quel che Sergio Mariani ha detto nell’intervista all’Espresso. M’auguro proprio di non incontrarlo...». Fabrizio Roncone