Varie, 6 luglio 2007
BISIGNANI Luigi
BISIGNANI Luigi Milano 18 ottobre 1953. Giornalista. Scrittore. Lobbista. Il 15 giugno 2011 finì agli arresti domiciliari (accusa: associazione per delinquere finalizzata al procacciamento di notizie segrete e riservate), nel novembre 2011 patteggiò una condanna a un anno e sette mesi di reclusione senza sospensione condizionale • «Quando, nell’81, anche il suo nome comparve negli elenchi della P2 rinvenuti a Castiglion Fibocchi, il giovane cronista Luigi Bisignani alzò il telefono e dettò la notizia all’Ansa, l’agenzia di cui era redattore già da qualche anno dopo essere stato il capo dell’ufficio stampa del ministro Gaetano Stammati (Tesoro) nei governi presieduti da Giulio Andreotti tra il ’76 e il’ 79: “Seguo da tempo per l’Ansa le notizie sulla massoneria e conosco, pertanto, molti alti elementi della massoneria, compreso Licio Gelli. I quali abitualmente mi fanno avere i loro comunicati in redazione. Smentisco però categoricamente la mia appartenenza a qualsiasi loggia massonica, compresa ovviamente la P2. Faccio notare che non avrei neppure l’età per l’iscrizione alla P2 che sarebbe di 30 anni come ho scoperto leggendo il libro I massoni d’Italia edito dall’Espresso”. Questo è Luigi Bisignani. Uno che, nei momenti scuri, non perde la calma, il gusto per la replica puntigliosa condita anche da ironia sottile. [...] ora fa l’Executive vice president for international business del gruppo Ilte Pagine Gialle, e [...] possiede partecipazioni in tre società (Decnet srl, Farci & Co Spa e Italian Brakes spa) [...] figlio di un alto dirigente della Pirelli impegnato per lunghi anni in Argentina, laurea in economia, Bisignani negli anni ‘80 sembrava avviato a una tranquilla carriera come giornalista: “Piccolo, scattante, sguardo intelligentissimo, capisce immediatamente il pensiero dell’interlocutore e, con la rapidità di un furetto, si adegua”, scriveva anni fa Alberto Statera su La Stampa. Il giovane cronista si occupa sì di massoneria ma all’Ansa gli fanno fare anche i turni scomodi: in archivio ancora rimangono alcuni servizi a sua firma (“Roma Caput Mundi della pipa”, “‘Papa Luciani, una morte serena” dice Signoracci”) e un “notiziario letterario” dell’agenzia che lo descrive così, parlando di un suo libro: “Giornalista attento e sensibile, soprattutto ai fenomeni contingenti”. Bisignani scrive romanzi di successo (Il sigillo della porpora, presentato nell’88 da Andreotti, Ferrara e Siciliano e Nostra signora del Kgb nel ’91). Scrive, scala le classifiche e scalpita. Infatti, già nell’agosto del ’92, a 39 anni, è direttore delle relazioni esterne del gruppo Ferruzzi e direttore generale della sede di Roma da cui dipendevano il Messaggero e Telemontecarlo. E qui, con il vento di Tangentopoli, il gioco diventa pericoloso. Il 19 gennaio del ’93, la procura di Milano chiede il suo arresto per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti per l’inchiesta Enimont. La “madre di tutte le tangenti”. Il 7 gennaio ’94 il giornalista, che le cronache definiscono “faccendiere”, si costituisce a Milano e viene interrogato da Colombo e da Di Pietro. Il processo dura un’eternità. Nel ’98, la Cassazione confermerà la condanna a 2 anni e sei mesi per Bisignani che accompagna le pene definitive inflitte a Forlani, Citaristi, Altissimo, Bossi, Giallombardo, Grotti e Sterpa. Il 5 luglio del 2002 interviene anche l’Ordine dei giornalisti che conferma la radiazione di Bisignani: “Perché ha svolto con continuità attività lucrose costituenti reato e afferenti a compiti del tutto estranei alla professione giornalistica...”. Ora lui, da Londra, a sentir rivangare, non si scompone: “Per la P2 l’Ordine mi ha ‘assolto’. Implicazioni giudiziarie per quella vicenda non ce ne sono. E poi, la radiazione per Enimont è arrivata quando ormai non facevo più il giornalista...”» (Dino Martirano, “Corriere della Sera” 6/7/2007) • «[...] postino di decine di miliardi di tangenti Enimont verso il torrione extraterritoriale della Banca vaticana (e verso le sue tasche) nella prima Repubblica, seppe farsi nella seconda Federatore dei comitati d’affari [...] Nomine, appalti, grassazione di pubblico denaro, dossieraggi, spionaggio, servizi segreti deviati, interferenze sugli organi costituzionali, il potere [...] trovò in Gigi il Federatore di P2, P3, P4. Il prototipo antropologico del “faccendiere”, definizione che non rende giustizia al valore del ruolo reale. [...] Quando Angelo Balducci, luogotenente della Cricca degli appalti, vide avvicinarsi pericolosamente le inchieste della magistratura non fu Letta, suo mentore ufficiale, che cercò disperatamente al centralino di Palazzo Chigi, ma il dottor Bisignani, capace di mobilitare spioni e cancellieri, finanzieri e giudici, banchieri e giornalisti. L’uomo, talvolta, amava mimetizzarsi, come nei suoi romanzi di spionaggio tanto cari a Ferrara, cui ha favorito alcune relazioni vaticane da laico devoto, ma all’urgenza, bastava per rintracciarlo chiamare l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni, sua creatura preferita di cui sostenne con vigore la nomina, il suo attaché o la sua segretaria per rintracciarlo fuori dal suo ufficio da manager all’Ilte di Torino. Per un periodo, prima dell’epoca di Alessandro Sallusti, depositaria dei suoi spostamenti era la pasionaria berlusconiana Daniela Santanché. Altrimenti, funzionava sempre la batteria di potere di Cesare Geronzi [...] Ma sbaglierebbe chi pensasse che la silenziosa ragnatela del piccolo e oscuro Federatore di tutte le “P” massoniche d’Italia si limitasse ai Letta e ai Geronzi. Scattava [...] sull’attenti l’ex segretario generale di palazzo Chigi ed ex direttore generale della Rai, Mauro Masi [...] S’inchinava [...] il capo della Finmeccanica Gianfranco Guarguaglini, con la sua signora e con il suo uomo di mano Lorenzo Borgogni. Si genuflette Guido Bertolaso [...] Rifugge la visibilità mondana e chiesastica, ma è l’uomo che portò, ancora giovinetto, 90 miliardi di lire di tangenti in contanti nel Torrione di Niccolò V in Vaticano. Allora, nessuno gli chiese niente. E ancora adesso conserva colà accesso libero. Figlio di un dirigente massone della Pirelli in Argentina, amico del dittatore Domingo Peron come lo fu Licio Gelli, si narra che in punto di morte il papà affidò il giovanissimo Luigi all’altro suo amico Giulio Andreotti, che non mancò di sostenerne le ambizioni, conculcando magari quelle dell’incolpevole fratello Giovanni [...]» (Alberto Statera, la Repubblica 16/6/2011).