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 2007  luglio 06 Venerdì calendario

Oggi inorridiamo a leggere o ascoltare storie di bambini che nelle nzioni più povere sono costretti a ritmi e orari di lavoro faticosi ed eccessivi persino per un adulto

Oggi inorridiamo a leggere o ascoltare storie di bambini che nelle nzioni più povere sono costretti a ritmi e orari di lavoro faticosi ed eccessivi persino per un adulto. Eppure, non sono molti decenni, al massimo quattro o cinque, che anche attorno a noi, nella pianura e nelle vallate, i bambini, già dagli 8, 9 anni d’età, venivano mandati venivano mandati a lavorare in cascina o all’alpeggio, lontano da casa. Passavano tutti di lì quelli che appartenevano a famiglie contandine povere e numerose. Non era tanto la paga che si riceveva - decisamente misera - quanto per la possibilità di avere bocche in meno da sfamare, per tutto l’anno o quasi». Lo scrive Aldo Molinengo nell’introduzione alla sua ricerca storica su un fenomeno sociale di un Piemonte «rurale e montano» che per fortuna non esiste più: i genitori che affittavano i loro figli al mercato delle braccia di Saluzzo o Bra. «Fità» si diceva in dialetto, «in quanto si faceva un vero contratto tra il padre del bambino e il datore di lavoro, il padrone. Era quest’ultimo a scegliere, perché conosceva già la famiglia del bambino, oppure con una semplice occhiata». In altre pagine Molinengo accenna al «test» dei muscoli: una strizzatina dei bicipiti per saggiare la forza e la capacità di lavoro del futuro dipendente. Nell’introduzione l’autore del bel saggio («Bambini affittati», Priuli & Verlucca Editori) aggiungeva: «Dopo il contratto, contava la fortuna. Se la famiglia ospitante aveva un po’ di cuore, o anche solo buonsenso, il ragazzo veniva trattato per quello che era, un bambino; altrimenti c’erano un lavoro faticoso, la compagnia della solitudine, molta fame e dure parole. I bambini diventavano vaché e e le bambine sërvente». Niente a che vedere con la riduzione in schiavitù di un figlio per farne uno spacciatore di droga, ma ad ogni latitudine al tempo della miseria i bambini poveri sono stati ovunque vittime. Le testimonianze raccolte da Molinengo descrivono un mondo dimenticato che serve ricordare, in campagna, come nella cave di pietra e nelle filande. Un capitolo del libro è dedicato all’immigrazione dei nostri bambini di un tempo: «Venivano accompagnati oltralpe, in Francia, in un uno dei primi paesi che si incontravano. L’appuntamento era una fiera o il mercato settimanale, e qui avveniva l’incontro tra i genitori e i pastori francesi. Non era difficile mettersi d’accordo e a metà mattinata tutti i bambini erano affittati e se ne andavano con i loro padroni. L’unica destinazione conosciuta era la Provenza, ma niente di più». Nella precedente pagina lo studioso annota: «Tornare a casa era essenzialmente l’occasione per portare i soldi guadagnati e i vestiti regalati»./ Stampa Articolo