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 2007  luglio 06 Venerdì calendario

ALBERTO GAINO

Un padre e il socio in affari di droga sono stati condannati, ieri, per riduzione in schiavitù di due ragazzini che spacciavano hashish, per loro conto, in piazza Vittorio: il figlio e il nipote di Mostafa El B., in carcere dal novembre scorso. L’uomo dovrà scontare 8 anni. Pena non elevata in relazione alla particolare gravità del reato: il trafficante marocchino ha beneficiato dello sconto previsto dal rito abbreviato e dall’avere ammesso di aver comprato e venduto stupefacenti. Ma non di aver ridotto in schiavitù dei bambini, tanto meno i figli.
Il pm Paolo Borgna gli aveva contestato anche la tentata riduzione in schiavitù del figlio più piccolo, 7 anni all’epoca dei fatti, avendo la polizia giudiziaria intercettato una telefonata del padre alla moglie in Marocco. Gli investigatori hanno ascoltato in diretta gli ordini dell’uomo alla donna per preparare il piccolo al duro mestiere del pusher: bastonate e insulti e, sullo sfondo, il pianto del bambino che le prendeva. «Vendi il negozio e manda Omar. Il fratello è invecchiato...», Mostafa aveva cominciato con il dire alla moglie.
Il magistrato ne aveva dedotto la prova del metodo educativo scelto dall’uomo per ridurre in schiavitù anche il secondogenito. Poco dopo la telefonata, per evitare il peggio, fu arrestato il padre. L’indagine su Omar (naturalmente un nome di fantasia) è rimasta incompiuta. E ieri il giudice Roberto Ruscello ne ha tratto le conseguenze assolvendo l’imputato per questo aspetto dell’inchiesta. Lo rimarca l’avvocato difensore, Salvo Lo Greco: «Non c’era alcuna intenzione, da parte del mio cliente, di finalizzare la scenata allo scopo di predisporre il più piccolo dei figli al mestiere di spacciatore, come sostiene il pm».
In aula, a porte chiuse, i due hanno duellato a lungo. L’avvocato: «Si deve tener conto che il padre marocchino, per cultura e religione islamica, esercita un potere assoluto sulla famiglia. Non possiamo valutare questo caso sulla base del nostro attuale rapporto padre-figli. Io non mi sognerei mai di adottare con il mio i rapporti che aveva con me mio padre quarant’anni fa. Siamo a nostra volta figli di tempi e costumi diversi. Tant’è che, nella telefonata intercettata con la moglie, la donna dà atto di percuotere il bambino perché glielo sta ordinando il marito».
Il pm: «Chi si trasferisce in Italia da altri paesi deve rispettare le nostre leggi e in particolare la nostra Costituzione. In questo processo abbiamo discusso non certo della severità di un padre verso figli vivaci, ma di come un uomo ha costretto ragazzini di età inferiore ai 14 anni a spacciare hashish, sì, in maniera consenziente, ma con un atteggiamento psicologico nei loro confronti di fortissima pressione. E discutiamo anche di come questi minori si erano ridotti a vivere». Controllati in ogni momento attraverso il cellulare: «Devi spendere solo lo stretto necessario per mangiare... sei stato tutto il giorno e hai potuto raccogliere soltanto 300 euro... sto contando da oggi sei hai 250 euro, oggi devi lavorare e con i 100 che farai... mi conosci bene, sai che quando dico una cosa è quella e poi rimpiangerai la tua vita!».
Al tempo dell’arresto del padre, autunno 2006, avevamo chiamato il figlio più grande Kaled: la polizia lo aveva fermato 18 volte; seguendolo l’ha visto dormire con altri come lui in case abbandonate, come topi; sbocconcellare panini per pranzo e cena; correre per la città con il cellulare all’orecchio. Il presente di Kaled è in un comunità. Se ha nostalgia di casa non lo dice. Gioca a calcio. A scuola ha rivelato spiccata attitudine per la matematica. Avrà la cittadinanza italiana e un futuro normale, qui.