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 2007  luglio 06 Venerdì calendario

VITTORIA PULEDDA

MILANO - Una voragine. Una debacle. Un disastro: i dati di giugno, che completano un semestre tutto negativo, mostrano che i fondi comuni ormai non trovano più spazio nei portafogli dei risparmiatori. Anzi, chi li ha ormai corre a venderli: il mese scorso, il saldo negativo ha sfiorato i 4 miliardi di euro (secondo peggior risultato del semestre) e nel periodo gennaio-giugno il settore ha perso oltre 20 miliardi di euro in termini di maggiori riscatti rispetto alle nuove sottoscrizioni. Un dato, per intendersi, superiore all´intero risultato del 2006, che pure si era chiuso malissimo, con un rosso di quasi 18 miliardi di euro contro il più 8,4 miliardi del 2005.
La categoria più bersagliata dai riscatti è quella degli obbligazionari (meno 20 miliardi da inizio anno) seguita a ruota dagli azionari, che fanno segnare un rosso da 10,5 miliardi; continua invece la marcia trionfale dei flessibili (più 12,5 miliardi da gennaio ad oggi) e degli hedge, più 3,3 miliardi. Come dire, i risparmiatori escono dai "fondi-fondi" a vantaggio di prodotti che affidano una delega totale al gestore (i flessibili) o agli hedge, che pur nella versione "leggera" da 500 mila euro restano un prodotto d´elite, tutto sommato lontani dal profilo tipico del sottoscrittore di fondi che in genere non si avventura in proprio sui mercati, non ha risorse illimitate e si comporta mediamente da cassettista. Insomma, sta cambiando l´identikit del risparmiatore che si rivolge ai fondi comuni, o per meglio dire che volge le spalle a questi prodotti. Basti pensare - secondo le rilevazioni di Assogestioni - che nel corso degli ultimi sei anni le polizze del ramo terzo (quelle a contenuto tipicamente finanziario) e le emissioni strutturate hanno raccolto 170 miliardi ciascuno, mentre i fondi di diritto italiano hanno subito deflussi nessi per 80 miliardi (solo in parte bilanciati dai fondi roundtrip - in pratica italiani vestiti da esteri - e dagli esteri veri e propri). Prodotti, insomma, non necessariamente più convenienti e soprattutto meno trasparenti, ma che negli ultimi tempi sono stati spinti molto dalle reti di vendita delle banche (che in genere li costruiscono pure, garantendosi ampie provvigioni).
Resta il fatto che non tutte le società di gestione dei fondi ovviamente pagano pegno allo stesso modo: ad esempio, la lenta e inesorabile crescita dei prodotti esteri, in termini di raccolta, la dice lunga sul fatto che la scelta dei collocatori è vincente rispetto a quella finale del risparmiatore, molto spesso guidato in una o in un´altra direzione, a seconda dei casi. Basti pensare a JpMorgan, che evidentemente crede nell´Italia come paese di approdo: ebbene, da inizio anno ad oggi il gruppo è passato dall´undicesima all´ottava posizione nella classifica per quote di mercato ed ha complessivamente raccolto - in sei mesi - 3,4 miliardi di euro. A titolo di esempio, uno dei gruppi italiani che forse ha fatto meglio, Generali, in sei mesi ha raccolto circa un terzo, 1,3 miliardi di euro, passando nello stesso tempo dal 15esimo al 12esimo posto e Azimut, altro "campione" nazionale, ha portato a casa 756 milioni di euro di raccolta netta. Insomma, tra gli italiani c´è chi cresce relativamente poco e chi perde a rotta di collo: un´occhiata ai vertici della classifica, guidata dal meno 6,7 miliardi di Eurizon, la dice lunga.