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 2007  luglio 06 Venerdì calendario

MASSIMO LIVI BACCI

La legge delega sull´immigrazione sta per approdare alle Camere; sperare che il dibattito avvenga in un clima di "sereno confronto" sarebbe assai ingenuo. I temi dei costi e dei benefici economici, dell´identità culturale, della sicurezza, toccando nel profondo l´interesse e le sensibilità di ogni cittadino sono area di rovente scontro politico. Chi si oppone alla riforma della normativa brandisce come una spada il falso slogan che la nuova legge aprirà le porte all´immigrazione, abbassando il livello dei controlli. Questo è del tutto falso: la nuova legge si limiterà ad abolire quelle norme della Bossi-Fini incompatibili con i regolamenti europei, inutilmente vessatorie per gli immigrati, improduttive sotto il profilo dei controlli. Ma non defletterà dall´obbiettivo di contenere l´irregolarità, con una più realistica programmazione dei flussi, favorendo l´incontro diretto tra domanda ed offerta di lavoro, allungando i permessi di soggiorno, rendendo più efficienti le espulsioni.
Tocca al centrosinistra spiegare al paese una realtà che il precedente governo ha parzialmente occultato, facendo credere che l´immigrazione sia accidente e non sostanza. Eppure nel quinquennio 2001-2006 lo stock migratorio è cresciuto di circa un milione e mezzo di unità, raddoppiando le dimensioni che aveva al momento dell´insediamento del governo Berlusconi e generando un numero di irregolari elevatissimo, nonostante l´enfasi poliziesca sul controllo dei flussi. Ma la realtà, a saperla guardare, è sotto gli occhi di tutti: l´anziano fragile vigilato o accompagnato da una giovane straniera; l´operaio edile su un´impalcatura; i braccianti nei campi che raccolgono pomodori o fragole o mele; gli inservienti impiegati in alberghi, ristoranti e pizzerie; il personale delle pulizie che esce da uffici e fabbriche prima dell´apertura… Sono, tutti questi, espressione visibile di una domanda di lavoro straniero strutturale. Dove sono i giovani italiani disposti a prenderne il posto? Anche con un salario doppio o triplo? Semplicemente o non esistono o non ci sono. Non esistono, perché le generazioni divenute adulte dagli anni ´80 in poi non li hanno messi al mondo. Non ci sono – nel senso che non sono disponibili – perché i giovani hanno studiato (i quattro quinti hanno un diploma) e aspettano altro dalla vita. Ecco perché abbiamo tre milioni e mezzo di stranieri regolari e un altro mezzo milione di irregolari nel nostro paese, e ogni anno alcune altre centinaia di migliaia varcano i nostri confini. Ma perché Francia, Gran Bretagna e Germania hanno un flusso di immigrati minore del nostro? Perché i primi due hanno i conti demografici più in ordine di quelli dell´Italia e perché, per decenni, sono stati grandi "convertitori" di immigrati (prevalentemente provenienti dalle loro ex colonie) in cittadini francesi e britannici. Perché la Germania, oltre a varie generazioni di immigrati dall´Europa mediterranea, dai Balcani e dalla Turchia, ha assorbito milioni di tedeschi etnici residenti nei paesi "oltre cortina" da secoli e rifluiti nell´antica madre patria. Mentre la Spagna, che ha quindici milioni di abitanti meno dell´Italia, ha un milione di stranieri in più; il flusso annuo, nell´ultimo quinquennio, ha superato il mezzo milione; un occupato su sette è straniero (primo trimestre del 2007).
Ci si può domandare se sia possibile calmierare l´immigrazione, moderando la domanda di lavoro, senza che l´economia entri in crisi e accumuli ulteriore ritardo rispetto al resto del continente. Questo è sicuramente possibile, ma solo in presenza di una profonda ristrutturazione del sistema economico e sociale. Occorre che crescano d´importanza i settori produttivi o di servizio che impiegano molta tecnologia e poca manodopera – impresa non facile per un paese dove il turismo, i servizi alla persona, le attività manifatturiere tradizionali sono più importanti che altrove. Occorre anche che il sistema di welfare, oggi assai avaro verso le famiglie in termini sia di trasferimenti monetari sia di servizi, venga adeguatamente ristrutturato in modo da moderare la domanda di aiuto domestico. Occorre che si circoscriva e si prosciughi la patologia dell´economia sommersa (quasi un quinto del Pil) che ha bassa produttività e attrae lavoro irregolare a basso costo. Occorre infine che riprenda la natalità in modo che, tra una ventina d´anni, entrino nel mondo del lavoro generazioni meno esigue delle attuali. Questi cambiamenti possono avvenire, soprattutto se sospinti da politiche coerenti, ma solo con gradualità. La scala del tempo non si misura né in mesi né in anni, ma in decenni. Nel frattempo il paese deve attrezzarsi, per ospitare, alloggiare, integrare, inserire, includere, interagire con milioni di ospiti e con i loro figli.
C´è una domanda, a mio parere, un po´ futile, sul modello d´integrazione: se inglese, olandese, francese o svedese, debole o forte…Casa, lavoro, scuola, lingua, rispetto di regole e leggi, diritti (come quelli degli italiani, salvo quelli "politici" riservati ai lungo-residenti e ai nuovi cittadini) sono tutti elementi non negoziabili. Cultura, religione, vestiario, cibi, musica: viva le differenze e abbasso l´omologazione forzosa. Che oltre che essere sconsigliabile è anche impossibile e contraddittoria in un paese che – già di suo – è profondamente variegato per cultura, comportamenti, dialetti, modi di vita. E per un´immigrazione che – a differenza di quella dei maggiori paesi europei – è sommamente eterogenea quanto ad origini e culture.