Guido Viale, la Repubblica 6/7/2007, 6 luglio 2007
GUIDO VIALE
Nei secoli che hanno preceduto la rivoluzione industriale gli "assalti ai forni", in occasioni di crisi politiche o carestie, erano ricorrenti. Manzoni ce ne fornisce una vivida descrizione nei "Promessi Sposi". In anni più recenti, per esempio in occasione delle frequenti rivolte nei ghetti neri degli Stati Uniti, senza trascurare i generi alimentari, il saccheggio si è diretto preferibilmente verso i negozi di beni di consumo durevole: abbigliamento e elettronica di consumo. Nei giorni scorsi si è svolta in Iran una rivolta, con saccheggi e incendi, che ha colpito i distributori di benzina: cioè i negozi del "pane" di cui si nutrono le automobili, sottoposto dal governo a un improvviso razionamento.
Il provvedimento è stato preso per ridurre il consumo di un bene in gran parte importato - nonostante l´Iran sia il terzo produttore mondiale di petrolio - che le finanze del governo non sono più in grado di fornire a prezzo sovvenzionato. Per contenere i consumi, ai cosiddetti "meccanismi di mercato", cioè a un aumento del prezzo della benzina proposto dal Parlamento, il governo iraniano ha preferito la soluzione del razionamento (esonerandone il personale politico), ritenendo così di non compromettere il sostegno dei "ceti popolari" che lo tiene in vita. In un paese che ha un tasso di motorizzazione molto basso, dove l´auto privata è ancora privilegio di una minoranza, una cautela del genere può sembrare strana. Ma solo se non tiene conto del fatto che in Iran, come in quasi tutti i Paesi cosiddetti "in via di sviluppo" (anche quando di sviluppo non si vede nemmeno l´ombra) all´auto, sia quella "privata" che quella utilizzata come taxi, in genere collettivo - o, più spesso, come mezzo per il trasporto di terzi al di fuori di qualsiasi regolamentazione - è affidato l´intero sistema di mobilità, dato che il trasporto pubblico, soprattutto urbano, è inesistente. Problemi analoghi sono già emersi in Iraq.
Questa rivolta non sembra destinata a rimanere un episodio isolato. Anzi, le rivolte per la benzina potrebbero diventare frequenti come gli assalti ai forni dei secoli passati. Nello stesso Iran se ne prevedono altre tra pochi mesi, quando si saranno esaurite le scorte che è stato permesso fare: 100 litri a testa o, meglio, ogni quattro ruote. O anche prima, se il governo tornerà sui suoi passi e invece del razionamento introdurrà un massiccio aumento del prezzo del carburante. Ma entro breve si verificheranno probabilmente rivolte analoghe in molti altri Paesi: innanzitutto in quelli "in via di sviluppo" che, a differenza dell´Iran, non hanno entrate petrolifere, e che, di fronte a un prezzo del petrolio tornato a crescere, non riusciranno più a mantenere il prezzo politico della benzina al livello attuale. La mancanza di sistemi alternativi – cioè pubblici - di trasporto rischia di paralizzare una parte consistente del globo.
Ma dalle rivolte, o da manifestazioni di malcontento destinate a sconvolgere la quotidianità, non devono ritenersi al sicuro nemmeno molti Paesi "sviluppati" a elevato tasso di motorizzazione: innanzitutto gli Stati Uniti, dove il costo del "pieno" aumenta quasi ogni mese e che, quanto a trasporti pubblici urbani, con poche eccezioni e facendo le debite proporzioni, non sono messi molto meglio di tanti Paesi del Sud del mondo. E anche in Italia, nel Paese con il più alto tasso di motorizzazione del continente. Una improvvisa rottura degli approvvigionamenti per una crisi geopolitica, o un sostanziale aumento del prezzo del carburante riconducibile a un´offerta di petrolio che non riesce più a tenere il passo con la domanda potrebbero lasciarci a piedi da un giorno all´altro. In nessuna città italiana il trasporto urbano – per non parlare di quello regionale e interurbano, è in grado di sopportare un aumento di passeggeri maggiore di una decina di punti percentuali. Il nostro Paese, ma, in genere l´intero pianeta hanno affidato la sua mobilità a una bonanza petrolifera destinata entro breve a finire.
possibile sottrarsi a questo rischio? Non molto, per lo meno fino a che il sistema di mobilità resterà quello attuale. Perché l´automobile ha fame di petrolio come il popolo dei secoli scorsi – e di molti Paesi del mondo anche in questo secolo – aveva ed ha fame di pane; e oggi le alternative al petrolio sono come le brioches con cui la regina Maria Antonietta proponeva di sfamarsi ai sanculotti di Parigi.
Nei giorni scorsi un supplemento di un quotidiano milanese presentava l´auto "ecologica" come una soluzione a portata di mano. Ma intanto ammetteva che all´auto a idrogeno, per i prossimi vent´anni, è meglio non pensarci. D´altronde, per produrre con l´idrogeno la stessa potenza contenuta nel combustibile che oggi manda avanti il parco veicoli del pianeta ci vorrebbero alcune migliaia di centrali nucleari (oggi ce ne sono in funzione meno di 500), o diversi milioni di pale eoliche, o mezzo milione e più di chilometri quadrati di pannelli fotovoltaici (tutti quantitativi inimmaginabili), oppure tanto carbone da mettere definitivamente a fuoco il pianeta.
Quanto ai biocombustibili che dovrebbe trasformare i Paesi tropicali nell´Arabia Saudita di domani, un semplice calcolo (un ettaro e mezzo a veicolo) basta a farci capire che la superficie agricola mondiale sarebbe appena sufficiente a soddisfare la fame di combustibile del parco mezzi attuale. Per non parlare del fabbisogno di acqua: già oggi la risorsa più contesa dopo il petrolio. E che cosa si mangerebbe poi? L´"Economist" ha messo in evidenza come la domanda di biocombustibile abbia spinto alle stelle il mercato dei cereali e che il prezzo dei biocombustibili è per forza di cose destinato ad allinearsi a benzina e gasolio. Lo stesso vale per il gas naturale, il cui picco di produzione, passato il quale diventa sempre più difficile e costoso estrarlo, è previsto tra non più di trent´anni. Ma arriverebbe sicuramente molto prima se tutta la fame di combustibile delle auto si riversasse nei prossimi anni su questa fonte .
Non resta che il risparmio energetico, ovvero l´uso razionale dell´energia anche nel settore della mobilità. Ma non si realizzerà un risparmio sostanziale solo con motori più efficienti e vetture più "risparmiose" – anche se questa è una strada che va comunque percorsa. Per rinnovare il parco circolante in Europa non bastano dieci anni. E ce ne vogliono almeno venti-trenta nei Paesi che oggi viaggiano sull´"usato" europeo. Quello di cui c´è bisogno, e da subito, è un diverso sistema di mobilità, fondato sul potenziamento del trasporto pubblico e sulla condivisione dei veicoli: treni, tram e bus per il trasporto di linea; mobilità flessibile, cioè car sharing e trasporto a domanda per la mobilità erratica. Anche a prescindere dalle esigenze di contenimento dei gas di serra, per non restare a piedi, e per evitare che le "rivolte per la benzina" costellino il secolo appena iniziato, non c´è altra scelta.