Massimo Gaggi, Corriere della Sera 6/7/2007, 6 luglio 2007
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – Per cercare di venire a capo della resistenza armata e di stabilire un controllo reale sul territorio, Bush ha mandato in Iraq nuove truppe, fino a portare il contingente americano a 160mila soldati. Ma a Bagdad c’è un altro esercito – parallelo e poco visibile – che è cresciuto ancora di più: quello dei «contractors», gli appaltatori privati. Imprese che gestiscono per conto del Pentagono servizi di ogni tipo. Alcuni banali, altri delicatissimi: dalla preparazione dei pasti per i militari alla manutenzione di caserme e ospedali fino alla scorta dei convogli di rifornimento e alla gestione degli interrogatori dei prigionieri.
Chi protesta contro quella che considera una sorta di «privatizzazione» della guerra ha, ora, nuovi motivi per infiammarsi: secondo il Los Angeles Times, che ha svolto una approfondita indagine con l’aiuto di esperti del ramo e di organismi del Congresso, l’esercito dei contrattisti (americani, iracheni e di Paesi terzi) ha ormai superato in termini di organico quello dei militari Usa: si tratta di ben 180 mila civili, ma questa cifra è approssimata per difetto, perché nel conteggio non rientrano le migliaia di guardie private assunte per garantire la sicurezza degli edifici pubblici.
In realtà, in linea di principio, non ci sarebbe motivo di scandalizzarsi. Come qualunque altra azienda, anche il Pentagono tende di affidare in «outsourcing» i servizi di supporto che soggetti esterni specializzati possono produrre più rapidamente e a costi più contenuti. E non si può nemmeno dire che la Difesa si sia messa a inseguire il capitalismo moderno, visto che i primi casi di «outsourcing » di servizi logistici risalgono alla guerra d’indipendenza dalla corona inglese: il generale George Washington scoprì già nel Settecento che era più conveniente affidarsi ai privati per spostare i soldati e la relativa logistica. Il fenomeno si è poi allargato a partire dalla metà del secolo scorso quando, durante la guerra di Corea, la manutenzione degli elicotteri impegnati in azioni belliche venne affidata a imprese esterne. Un’ulteriore accelerazione si è registrata a partire dagli anni ’80: con la presidenza Reagan il trasferimento di competenze a imprese di mercato è andato ben oltre la Difesa, raggiungendo – ad esempio – la gestione delle carceri e il sistema di riscossione dei tributi.
Oggi, in campo militare, i privati hanno la responsabilità di un numero infinito di funzioni. C’è chi si chiede se sia lecito affidare a privati anche compiti (come l’interrogatorio di persone sospettate di terrorismo) che implicano una responsabilità pubblica e chi sospetta enormi sprechi di risorse federali. Il Congresso, ora a maggioranza democratica, è insorto e ha già tenuto una serie di audizioni dalle quali è emerso che l’anno scorso i contrattisti esterni hanno ricevuto dal governo oltre 400 miliardi di dollari, il doppio rispetto al 2000, l’anno dell’elezione di Bush.
I repubblicani replicano che anche Bill Clinton ha fatto la sua parte: negli anni ’90, finita la «guerra fredda», fu proprio il presidente democratico a ridimensionare l’esercito trasferendo le funzioni non essenziali ai privati. Ottenne così i risparmi che gli consentirono di portare i conti del Tesoro in attivo.
In realtà, più che la privatizzazione, è in discussione la mancanza di controlli. Nessuno sembra sapere nemmeno come stiano davvero le cose: a maggio, rispondendo a una richiesta del Congresso, il Pentagono ha, ad esempio, dichiarato di avere alle sue dipendenze 22 mila iracheni come contrattisti esterni. Poche settimane dopo, però, ha rivisto radicalmente le cifre: «Ci siamo sbagliati: abbiamo controllato meglio, sono 65 mila». L’indeterminatezza che suscita più inquietudine è quella che riguarda il numero delle guardie private chiamate a difendere obiettivi in Iraq: personale a volte dotato di armi pesanti che, però, non appartengono all’esercito Usa e che, in caso di abusi nei confronti della popolazione locale, può farla franca molto più facilmente dei soldati, visto che i «contrattisti» civili non possono essere perseguiti dal tribunale militare.
Ma, anche dal punto di vista dei conti, oggi il sistema degli appalti è un colabrodo con mille problemi: moltiplicazione dei contratti siglati «a scatola chiusa», senza una vera gara tra i fornitori, e dei centri di erogazione della spesa: oggi almeno cinquemila persone lavorano per l’ambasciata americana a Bagdad, ma, di queste, solo 300 sono dipendenti del Dipartimento di Stato. Gli altri fanno capo alle amministrazioni e alle agenzie più disparate.
«Per funzionare – spiega Peter Singer, studioso della Brookings Institution e autore di Corporate Warriors,
un libro sulla "privatizzazione" dell’esercito’ il sistema ha bisogno di controlli efficaci e di parametri di riferimento per valutare l’efficienza della spesa, i risultati ottenuti. Oggi non c’è niente di simile». Gli uffici che affidano gli appalti e ne controllano l’esecuzione non sono mai stati rinforzati. Nemmeno il controverso ruolo della Halliburton, la società – in passato guidata dal vice di Bush, Dick Cheney – che ha ricevuto dal Pentagono commesse per molti di miliardi di dollari, ha spinto il Pentagono ad accendere qualche riflettore. E quando, un anno fa, nuovi scandali hanno sollevato la marea delle critiche oltre il livello di guardia, la struttura responsabile, la General Services Administration, ha fatto una scelta coerente ma anche un po’ ottusa: per controllare i contrattisti del Pentagono ha assunto un altro contrattista: la Caci International, società peraltro inquisita nel 2004 per il ruolo avuto negli interrogatori ad Abu Ghraib. Perfino la gestione del Federal Procurement Data System, la banca dati che contiene le informazioni su tutti i contratti, è stata data in «outsourcing». Come anche la stesura dei verbali delle discussioni di governo su queste (ed altre) spinose questioni.