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 2007  luglio 05 Giovedì calendario

MEMORIALE CONSORTE/2

«Quando nel ’91 ho salvato la sinistra». Libero 5 luglio 2007. Dunque, indagato Consorte Giovanni, nella nostra prima puntata eravamo arrivati alla fine della sua lunga lista di perché irrisolti, dopo due anni di massacro mediaticogiudiziario come lei l’ha definito. Ed eravamo tornati all’interrogativo iniziale: perché Paolo Mieli ha sostenuto che Consorte doveva pagare perché operava per conto di D’Alema? Forse è il caso di raccontare la storia del suo rapporto con la guida di Unipol e la sinistra dall’inizio, non crede? Non è che Fassino e D’Alema spuntino fuori dal nulla, con le telefonate intercettate e spiattellate alla stampa dell’estate 2005. «Benissimo, cominciamo dall’inizio», è la prima risposta di Consorte. Con lui, oggi ricostruiremo tutte le premesse per le quali Unipol si decise, nel 2005, a lanciare un’opa su Bnl. Come vedrete, sono premesse che affondano le radici in anni e anni di vicende finanziarie precedenti, e non c’entrano nulla con l’ipotesi sulla quale indagano gli inquirenti milanesi, per la quale c’era un’unica regia delittuosa che accomunò la scalata a Rcs di Ricucci, quella di Fiorani ad Antonveneta, e quella dei bolognesi di via Stalingrado alla banca romana guidata da Luigi Abete. Ma lasciamo la parola a Consorte. «Tutto cominciò il 4 novembre del 1991», inizia Consorte. «Cinzio Zimbelli, che insieme ad Enea Mazzoli per anni era stato il deus ex machina finanziario delle coop, era in fin di vita. Al terzo infarto, due ore prima di morire, mi fece giurare che sarei stato io, a occuparmi di rimettere in sesto Unipol Finanziaria, allora la società controllante di Unipol. Accettai. Unipol Finanziaria era gravata da 815,7 miliardi di lire di debiti nei confronti del sistema bancario, e registrava purtroppo oltre 500 miliardi di lire di perdita. Questa è stata l’eredità che ho trovato sulle mie spalle. Alla fine io e Sacchetti riuscimmo a restituire alle banche oltre millecento miliardi di lire. Eppure, sin da allora avrei dovuto capire una cosa che forse avrebbe potuto tornarmi utile, col senno del poi, nelle vicende di cui parliamo oggi». Cioè? «Enea Mazzoli e gli altri componenti del cda, espressi dal mondo coop e vicini al mondo politico socialista e comunista, assistevano al risanamento che stavamo conducendo e al contempo restavano sulle loro. Era come se sottendessero che "Consorte non poteva non sapere", per effetto di quali scelte avventate operate negli anni precedenti si erano determinati quei debiti e quelle perdite, e per questo lo stesso Consorte si doveva adoperare per risolverle». Non era così? «Neanche per idea, naturalmente. Erano loro, non io, ad aver deliberato negli anni decisioni e strategie che avevano portato Unipol sulla soglia del tracollo. In più, bisogna tener conto che eravamo nei mesi caldissimi in cui si preannunciava l’esplosione del tornado che sarebbe avvenuto di lì a poco». Tangentopoli, Mani Pulite, l’era del pool di Milano castigamatti e affossa Prima Repubblica e tutto il suo malaffare collegato ai partiti. Se è questo che intende, la sinistra comunista restò fuori dall’autodafè sacrificale, però. «Un momento. Non è affatto così. La crisi di Unipol Finanziaria era così profonda che determinò uno stallo strategico di Unipol durato 8-9 anni, nei quali la compagnia assicurativa non aveva risorse per cogliere al volo le occasioni di crescita sul mercato. I mezzi che riuscimmo a procurarci attraverso una strategia di efficienza servirono a rimettere in sesto Unipol Finanziaria, non a far crescere la compagnia. Proprio in quella prima fase scoppiò Tangentopoli. E per me il lavoro raddoppiò. Perché fui chiamato a prestare una pressante opera per farci carico della ristrutturazione di molte grandi cooperative, nel settore della costruzionelavoro, che erano state seriamente colpite dagli effetti delle indagini a tappeto del pool milanese, nel settore delle opere pubbliche. Coop dalla tradizione storica e dal fatturato molto importante, come la Cmc di Ravenna e la Edilterra, stavano affrontando per via dei contraccolpi di Tangentopoli un momento nerissimo». E lei? «Non mi tirai certo indietro. Lavorando notte e giorno, rimettemmo in sesto tutto. Salvammo migliaia e migliaia di posti di lavoro che erano a serio rischio. E ponemmo le premesse per crearne altre migliaia, negli anni successivi». Non è che siano molto riconoscenti, nei suoi confronti. La Unipol attuale l’ha pure querelata, presso la procura di Roma. «Ci arriveremo. Ma devo dire che nella base cooperativa i lavoratori e i soci non hanno dimenticato. Ancora oggi, quando giro, tutti mi sono grati. Altra storia è quella dei vertici. Allora, lavorammo ventre a terra con Federcoop, l’articolazione territoriale delle cooperative. A Bologna, allora, in Federcoop c’era Pierluigi Stefanini che oggi guida Unipol. I vertici si comportarono come se avessi io delle responsabilità oggettive e indirette per quello che era avvenuto in passato. Avrei dovuto capirlo, che in quell’atteggiamento c’era anche una punta di quella malafede che ho visto riemergere nei miei confronti dopo le vicende del 2005. Oggi ho un’idea assai più precisa di allora, su vicende dalle quali tutti i lettori potranno farsi la propria idea precisa, in materia di chi abbia mantenuto un atteggiamento davvero etico ai vertici del movimento cooperativo italiano. Ma ci torneremo più avanti, quando avremo ricostruito per intero la vicenda Bnl, e trarremo un bilancio complessivo su come ciascuno si è comportato, in Unipol, in quegli anni e nel seguito sino ad oggi». Ma i suoi rapporti con la sinistra com’erano, in quegli anni difficili in cui mezza politica cadeva a pezzi sotto gli arresti, e lei intanto salvava grandi cooperative rosse? Iniziavano a dire di lei che era «il Gorbaciov della finanza rossa» o «il Cuccia delle coop», come scriveva Peppino Turani: coi vertici del partito doveva parlare parecchio, ho l’impressione. «Certo che parlavo moltissimo. Ma dei problemi relativi alle ricadute occupazionali di grandi coop. Non certo delle strategie industriali di Unipol che iniziavo a disegnare. Di quelle, non ho mai parlato coi vertici di alcuna forza politica, perché le decidevamo noi in Unipol. Non ho nulla di cui vergognarmi, ricordando che con molti politici della sinistra ho parlato a lungo per il salvataggio del movimento cooperativo. Era ed è un pezzo importante dell’impresa italiana, non solo di storia o di preistoria come alcuni pensano, a maggior ragione dopo averci messo nell’angolo nel 2005. Su questo, i rapporti coi vertici del Pci, del Pds e poi dei Ds non potevano che essere intensi e positivi». Già, ma negli anni successivi, quando il timone passa a Piero Fassino, di lei si dice che abbia avuto un ruolo addirittura decisivo, nella ristrutturazione dei debiti ingenti questa volta direttamente dei Ds, non delle cooperative o di Unipol Finanziaria. «Ci arriveremo, un passo alla volta. Ci arriveremo, non si preoccupi. Non mi ritraggo certo dalla questione. Ora non mi faccia perdere il filo. Stavamo parlando dell’atteggiamento che sin dall’inizio nei miei confronti fu tenuto non dalla base, ma da alcuni personaggi di spicco del movimento cooperativo». E dunque? «Sin dall’inizio, come dicevo, mentre le coop di costruzione-lavoro stabilirono rapporti che non potevano che essere fondati sul grande apprezzamento di quanto avevamo fatto per salvarle, ben diverso fu l’atteggiamento riservatomi dopo il 2001 da alcuni vertici delle coop nel settore del con- sumo e della grande distribuzione». La vedevano di cattivo occhio? Ci sta dicendo che il dissenso verso l’operazione Bnl dei toscani e di Turiddo Campaini affonda le radici in molti anni prima dell’estate 2005? «Dico solo che le coop del consumo sin dall’inizio cominciarono a voler esercitare nei confronti del management di Unipol che rappresentavo una sorta di ruolo di proprietà di ultima istanza. Ci provarono molte volte, a mettere la mordacchia a me e Ivano sacchetti. Ogni volta che ci provavano, perdevano. Poi, smisero. Ma a distanza di anni, nelle vicende del 2005 e oggi, ecco che quegli atteggiamenti li ho riconsiderati in un’ottica totalmente diversa da allora». Insomma, il regolamento di conti nella vicenda 2005 nasce da un giuramento su un letto di morte che molti non mandarono giù. D’accordo. Ma vogliamo almeno cominciare, a parlare di Bnl? «Certamente. Ma anche qui abbiate pazienza, perché dobbiamo fare un passo indietro, per capire da dove nascesse la strategia di Unipol del 2005 su Bnl». Sentiamo, da dove dobbiamo cominciare? «Dall’11 ottobre del 2000, da Generali e da Mediobanca». Addirittura. «Certamente. In Unipol il piano di crescere nel settore banco-assicurativo lo avevamo maturato, io e Sacchetti, in tutta la seconda metà degli anni ’90. E l’11 ottobre del 2000, su proposta delle Generali, dalla quale Unipol aveva già acquisito compagnie di assicurazione come Aurora e Navale, il cda della stessa Unipol deliberò l’acquisizione del 51% di Bnl Vita detenuta dall’Ina, che era stata acquisita da Generali e che la compagnia triestina doveva dimettere per indicazione dell’Autorità Antitrust, sia europea che italiana. La delibera prevedeva anche la cessione dell’1% di Bnl Vita a Bnl Banca, contemporaneamente alla stipulazione di un patto di governance con la banca stessa. Ma il problema era un altro. Come sa chiunque si occupi di intese banco-assicurative, per una compagnia di assicurazioni l’intesa vale assai poco, se non si siede anche nel cda della banca con cui si ha l’accordo. Perché se il vertice della banca dice agli sportelli di non vendere i prodotti e le polizze oggetto dell’intesa, dell’accordo puoi fartenere carta straccia perché non produrrà nulla. Dunque, ci mettemmo subito all’opera perché Generali cedesse all’Unipol il 7,5% di Bnl che deteneva». Ma che cosa c’entra Mediobanca, invece? «C’entra eccome. Mentre iniziammo ad adoperarci su Generali, non smettevamo di guardaci in giro per cogliere tutte le occasioni possbili di ulteriore crescita. Per questo andammo da Vincenzo Maranghi, nel 2001. E gli chiedemmo di comprare la Fondiaria». E lui? «Lo ricordo come fosse ieri. Il dottor Maranghi ci accolse, me e Sacchetti, con grande signorilità, ma ci rispose che la Fondiaria stava a Firenze, e che lui aveva un legame fortissimo con quella città, e che non poteva proprio pensare che Mediobanca ne cedesse la quota decisiva per il controllo». E poi? «Poi la vendette a Ligresti. Avrei preferi-to che il discorso fosse più chiaro, del tipo ’a voi di Unipol non vi diamo niente, siete considerati minorenni e nonsapete stare in società’. Sarebbe stato preferibile, almeno più chiaro. Ma a quel punto io e Sacchetti capimmo che il vertice dell’establishment finanziario italiano considerava la nostra Unipol come un soggetto fuori dal grande gioco». E dunque? «Nacque da lì, come una conseguenza naturale, la decisione di avvicinarci a Chicco Gnutti e ai bresciani che si raccoglievano intorno a lui e ai Lonati. Dopo l’operazione Colaninno in Telecom, nel 1999, era un possibile baricentro finanziario fuori dal grande gioco dei salotti buoni, in questo era accomunato a noi di Unipol. Era "il nuovo", per usare un’espressione trita». Gnutti, come la prese? Non aveva problemi, lui, a trattare con la Unipol rossa? «Per niente. Rapidamente assunse con Hopa il 20% di Unipol Finanziaria, di cui tenne il 5% cedendo invece il 15% al Montepaschi. Per le coop socie fu una bella plusvalenza, sugli 80 milioni di euro, grazie alla quale chiusero bene i bilanci sia del 2001 che del 2002. In più, oltre a questo, entrammo nell’operazione Telecom, che consideravamo molto valida». Già, quella per la quale è indagato per appropriazione indebita, per via dei 49 milioni di euro sui conti suoi e di Sacchetti che gli inquirenti trovarono presso la ex popolare di Lodi di Fiorani, poi Bpi. quello, il famoso "tesoretto" che le vale le accuse di tradimento di etica del perfetto cooperatore rosso. Gnutti le aveva allungato la stecca, dicono i suoi accusatori. E chissà se era per lei, oppure per il partito o per qualcuno del partito, continuano a dire gli accusatori che riempiono le pagine del Corriere e del Sole. «Bene, risponderemo per filo e per segno a questa accusa, del tutto infondata e diffamatoria. Tutte le operazioni di intermediazioni sostenute da me e Sacchetti nella compravendita di titoli detenuti in Olivetti, nel cambio di proprietà a favore di Tronchetti Provera, sono documentate e sostenute da regolari pezze d’appoggio. Ci torneremo. L’accusa è ignobile. Per ora, mi lasci dire che Unipol sui titoli Olivetti guadagnò grazie anche a Gnutti circa 50 milioni di euro di plusvalenze, e un bel risparmio aggiuntivo quando nell’agosto e nel novembre 2001 vennero ceduti i titoli Olivetti che erano detenuti sia da Finsoe , la nuova denominazione assunta da Unipol Finanziaria, che dalla Unipol direttamente. anche grazie a quelle plusvalenze, che comprammo poi da Telecom la Meie, un’altra tessera della crescita assicurativa di Unipol in quegli anni. sempre stata Unipol a guadagnarci e a crescere». Guardi che non dimentichiamo il chiarimento che ci deve, sui denari ricevuti da lei e Sacchetti. «Ci torneremo più avanti. Riprendiamo da Generali. Quel che sinora nessuno ha detto, è che all’atto dell’acquisizione da parte di Unipol del 51% di Bnl Vita, noi raggiungemmo un accordo con l’allora capo di Generali, il dottor Gutty. Egli ci firmò un accordo scritto, sia pure privato, a me e Sacchetti, nel quale si impegnava a mettere in atto tutte le condizioni per la cessione a Unipol del 7,5% detenuto dal Leone Alato in Bnl. Era una quota che dava diritto a due consiglieri d’amministrazione nella banca romana, era ciò che ci serviva per essere sicuri che la nostra quota in Bnl Vita non sarebbe stata impedita nell’attesa redditività da orientamenti contrastanti da parte del management della banca». Gutty però non tenne fede a quell’accordo. «Non per mancanza di volontà. A più riprese vennero sollecitati, da Generali e da Unipol, incontri col vertice di Bankitalia, con l’obiettivo di ottenere le autorizzazioni che erano necessarie, da parte di Generali, per la cessione a noi della quota detenuta in Bnl». E Fazio, come vi rispose? «In due anni Unipol riuscì a metter piede in Bankitalia solo due volte, il 9 ottobre e il 3 novembre 2003. Fu il dottor Bianchi, non il governatore Fazio, a dirci nella seconda occasione che "se dimostrerete di essere meritevoli - disse proprio così - quando lo riterremo opportuno terremo in considerazione la vostra richiesta, ma solo dopo che avremo deciso l’allocazione finale del controllo di Bnl". Analoga risposta ottenne sempre anche Gutty negli anni precedenti. Senonché nel settembre 2002 Gutty fu fatto fuori dal vertice di Generali, dalla stessa Mediobanca. Quanto a noi, in Bankitalia non mettemmo più piede sino alle autorizzazioni per crescere prima nel capitale e poi per lanciare l’opa su Bnl, nell’estate inoltrata 2005». Insomma, Fazio non era vostro amico. «Non direi proprio». Ma Gutty, è stato sentito dai pm che indagano sulla vostra scalata a Bnl, per confermare queste circostanze che retrodatano il vostro intreresse ad anni prima del presunto concerto con i furbetti dell’estate 2005? «Non che io sappia. Lei mi sa spiegare perché? Io no». E coi nuovi vertici di Generali, la vostra intesa per la cessione del 7,5% di Bnl valeva sempre? «Perissinotto, succeduto a Gutty, ci disse all’inizio che continuava a sollecitare la Vigilanza di Bankitalia nella persona del dottor Bianchi, per ottenere il via libera. Ma niente. Nel marzo 2003, io e Sacchetti incontriamo una mattina presto all’aeroporto di trieste Perissinotto e Minucci, che rappresentava Generali nel cda di Bnl. Baci e abbracci, in apparenza. Anzi, Perissinotto ci riscrive su un pezzo di carta lo stesso accordo che ci aveva rilasciato Gutty. Senonché nell’aprile 2004, ecco che apprendiamo dai giornali che improvvisamente in Bnl si è formato un nuovo patto di sindacato, e che Generali lo hanno sottoscritto con il Bbva e con Della Valle. Anzi, Della Valle entra pure in Generali e nel suo cda. Perissinotto a quel punto ci dice che a Trieste hanno cambiato idea, che i problemi di antitrust erano superati, insomma che del nostro accordo non se ne sarebbe più fatto nulla. Io ho i miei bei dubbi, su come Della Valle entrò in Bnl e in quel patto». Cioè? «Basta chiedersi chi ha prestato a Della Valle le risorse, per assumere quella quota». Di più Consorte non dice. Ma il quotidiano Il Tempo ha pubblicato una ricostruzione secondo la quale fu Capitalia ad anticipare le risor- se a Della Valle, il quale con una triangolazione svizzera restituì alla banca prestante il capitale, grazie a un prestito concessogli dalla Bnl stessa, di cui Della Valle acquisiva coi suoi denari il 5%... Insomma, Generali e Mediobanca vi hanno silurato. «C’è un’altra cosa da tener presente. Tanto eravamo ala spasmodica ricerca di una crescita banco-assicurativa, che in quegli stessi mesi non corteggiavamo solo Generali per la sua quota in Bnl, bensì anche Antonveneta». Ecco i primi segnali della triangolazione con Fiorani, pensano i pm. «Sbagliando in pieno, però. Perché Unipol aggancia a fine 2003 sia Piero Montani, allora amministratore delegato di Antonveneta, sia Francesco Spinelli, presidente della banca ed espressione degli olandesi di Abn presenti nel suo capitale. Il rapporto con Antonveneta e con gli olandesi, che saranno poi i nemici di Fiorani nella scalata su Padova, data ad allora perché ci candidammo da subito ad acquisire cento sportelli bancari per Unipol Banca, con il suo piano industriale del febbraio 2004 che allora presentammo in Bankitalia. Lo facevamo non solo per far crescere Unipol Banca, ci candidavamo direttamente a sostituire in Antonveneta il Lloyd Adriatico, che con la banca aveva un rapporto diretto banco-assicurativo. Per tutto il 2004 fummo soggetti alle ispezioni e ai controlli di Bankitalia, per le acquisizioni di sportelli ai quali ci eravamo candidati a Padova. Montani voleva rifilarci solo sportelli in Sicilia, e noi chiedemmo invece un ribilanciamento territoriale. Alla fine furono solo 22 filiali. Ma lo dico solo per ricordare che Unipol voleva crescere e cercava ogni possibilità aperta. Quando nel febbraio 2005 fu chiaro che la Bpi di Fiorani e Abn Amro si sarebbero scontrati, per il controllo di Antonveneta, noi a entrambi - per gli olandesi parlavamo col dottor Spinelli - facemmo sapere che eravamo interessati solo al rapporto banco-asscirativo, chiunque avesse vinto la partita. Boni, il braccio destro di Fiorani, nell’incidente probatorio avvenuto davanti ai pm il 9 giugno 2006, quando era ancora ristretto dalle misure cautelari, lo conferma esplicitamente: Unipol sarebbe cresciuto in Antonveneta solo in presenza di possibilità di un piano industriale banco-assicurativo, non certo per fare un piacere alla Popolare di Lodi. E se lo dice lui, si figuri io». Insomma quattro anni prima del 2005 vi eravate messi in moto. Niente intesa con Fiorani né con Fazio, e guerra aperta dai vertici finanziari che poi saldano l’intesa coi Della Valle. così? «Già». E i vertici della sinistra, che dicevano? «In tutte queste operazioni, non ho mai agito per mandato di vertici politici. Anzi, i cooperatori dissidenti, alla fine, mi hanno presentato il conto che tra il ’99 e il 2001 alcuni di loro hanno iniziato a covare. Ero troppo indipendente, nel fare utili e risultati».

I DUBBI
Nella prima puntata del memoriale abbiamo riportato le domande che Giovanni Consorte fa a se stesso dopo due anni di battaglie giudiziarie. Sono i tanti perché che assillano la mente dell’assicuratore rosso, mossi dall’assoluta convinzione di aver agito nel rispetto della legge.
LA SCALATA «Chi ha fatto fallire l’opa di Unipol su Bnl? Una volta presentato il piano industriale, il prospetto finanziario sull’opa con le informative sull’aumento di capitale, abbiamo aspettato per 6 mesi che i regolatori si pronunciassero. Dal luglio 2005 al 10 gennaio del 2006, quando Vincenzo Desaio, il giorno prima di andare in pensione, firmò il rigetto a nome di Bankitalia ai requisiti patrimoniali di Unipol per poter rilevare Bnl. Perché mesi prima il dottor Carosio, alla presenza di Fazio, ci aveva detto il contrario?».
TELEFONATE «Perché alla scalata Unipol su Bnl si è data una valenza politica quando dalle intercettazioni si ha la prova provata che i politici chiamavano loro me, e solo a scopo informativo e mai intromissivo sull’operazione?».
RICUCCI E FIORANI «Perché ci si vuole confondere con soggetti che non avevamo nemmeno mai incontrato, come i Ricucci e i Coppola? E Fiorani? Dimostrerò per filo e per segno che nella vicenda Antonveneta la Unipol non c’è entrata né per diritto né per rovescio».
LA PRIVACY «Perché non si parla dello scandalo che è sotto gli occhi di tutti, e cioè della violazione della privacy? Vengo messo sotto intercettazione per i fatti di Antonveneta nel luglio del 2005, e da quella data gli inquirenti si mettono in condizione, giorno per giorno, di seguire tutti gli avvenimenti finanziari di quell’estate».
CASTELLANO «Com’è possibile che io sia stato accusato di collusione con il giudice Francesco Castellano, indagato a Perugia per millantato credito e abuso d’ufficio in quanto sospettato di passarmi notizie sulle indagini sostenute da colleghi nei miei confronti, ma quando Perugia archivia l’accusa che cade nel nulla, i media continuano a dedicarmi solo pagine d’infamia?».
GUADAGNI «Come mai non ha nessun rilievo che in tutte le operazioni per le quali sono indagato come ex capo di Unipol, nessuno ci ha rimesso un solo euro e anzi Unipol ci ha guadagnato un pacco di quattrini?».
MIELI E D’ALEMA «L’Italia ha perso la titolarità di una banca, la Bnl, finita ai francesi che hanno naturalmente spostato a Parigi tutti i vertici e le funzioni operative. Unipol è stata strategicamente paralizzata ed è all’angolo da due anni, per la gioia di tutti i suoi concorrenti. Io, personalmente, sono stato massacrato. inaccettabile. immondo, che mezza politica italiana e la grande stampa abbiano orchestrato tutto ciò. Perché il dottor Mieli ha detto che dovevo pagare perché operavo per D’Alema?».
Oscar Giannino
(2. continua)