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 2007  luglio 03 Martedì calendario

Hong Kong dieci anni dopo un esempio per tutta la Cina. Il Giornale 3 luglio 2007. Hong Kong. Diluviava su Hong Kong - «l’isola degli aromi» alla mezzanotte fra il 30 giugno e il 1° luglio 1997, quando la bandiera britannica scendeva e quella cinese saliva, dicendo al mondo che solo un’altra piccola isola, Macao, e una grande, Taiwan, mancavano perché la Cina tornasse «sotto un unico cielo», come diceva l’imperatore Qin, suo primo unificatore

Hong Kong dieci anni dopo un esempio per tutta la Cina. Il Giornale 3 luglio 2007. Hong Kong. Diluviava su Hong Kong - «l’isola degli aromi» alla mezzanotte fra il 30 giugno e il 1° luglio 1997, quando la bandiera britannica scendeva e quella cinese saliva, dicendo al mondo che solo un’altra piccola isola, Macao, e una grande, Taiwan, mancavano perché la Cina tornasse «sotto un unico cielo», come diceva l’imperatore Qin, suo primo unificatore. Dieci anni dopo quell’alternarsi di bandiere, solo l’isola grande manca all’appello, ma in quella sera di rovesci di pioggia tropicale gocce e lacrime scorrevano sulle guance di Christopher Patten, ventottesimo e ultimo governatore di Sua Maestà, mentre la medesima - o almeno il suo erede, il principe Carlo - ostentava la noncuranza acquisita dai Windsor fin dall’indipendenza indiana (e pachistana), da quando cioé l’Union Jack è stato ripiegato - talora in fretta in gran parte del mondo. Politico conservatore e riciclato dalla Thatcher in proconsole asiatico, Patten viveva il momento triste di una bella carriera internazionale: dopo essersi imbarcato quella sera di pioggia sullo yacht reale «Britannia», sarebbe approdato fra gli eurocrati di Bruxelles. Da Parigi, invece, e solo due mesi dopo, sarebbe venuto il momento brutto per il principe Carlo, originato da un affare di Stato che parve agli ingenui un affare di cuore: la morte della moglie con l’amante in auto, sotto un ponte. Patten aveva invece lasciato del suo andare in auto un ricordo diverso, come l’ordinare all’autista - prima di lasciare la residenza di governatore - di fare tre giri attorno al pennone della bandiera. Parve una stranezza. « un uso cinese spiegò Patten - quando si vuol tornare in un posto...». Coincidenza: proprio alla vigila del decennale del ritorno di Hong Kong alla madrepatria ha lasciato il posto, quello di primo ministro a Londra, un altro di coloro che si erano impassibilmente inzuppati sulla tribuna delle autorità dieci anni fa: Tony Blair. Allora lui era da poco entrato al 10 di Downing Street e sfoggiava il più kennediano dei sorrisi, che strideva con l’aria trasandata del suo ministro degli Esteri, Robin Cook, più simpatico e meno longevo - è morto nel 2005 - di lui. Quel che alla mezzanotte di dieci anni fa accadeva pacificamente - fine del colonialismo ma proroga del capitalismo in una delle principali città del mondo - oggi pare ad alcuni merito di Blair, che in quel momento passava ancora per pacifista, e non della Thatcher, che pacifista non era stata mai, visto che nel 1982 aveva minacciato - lo racconta lei nelle memorie - una bomba nucleare prima sulla Patagonia, poi su Buenos Aires, se le Malvine (Falkland, diceva lei) non tornavano inglesi. Altre isole, altro oceano, altra popolazione, altro destino rispetto a Hong Kong. Meno nota, e meno drammatica, è la trattativa per restituire Hong Kong alla Cina, che aveva coinvolto uno statista di quelli che scrivono la storia, non solo la cronaca: Deng Xiaoping, colui che salvò la Cina popolare dal male che stava uccidendo l’Urss facendo sparare in piazza Tienanmen; ma anche colui che escogitò la formula «un Paese, due sistemi». Pareva propaganda ed invece è diventata una realtà tanto efficace a Hong Kong quanto lo era stata la repressione militare a Pechino. Quel 1° luglio 1997 Deng non aveva potuto esserci: infatti era morto. Era toccato paradossalmente alla Thatcher, ormai in pensione, partecipare alla cerimonia che era il trionfo di Deng per interposto Jiang Zemin, il successore. Dopo quello di Patten, il volto più scuro - però in platea - era della Thatcher, perché a nessuno piace rinunciare a ciò che ha. Tanto più se, per tenerselo, aveva paventato un’apocalisse che non c’era stata. Oggi dunque Hong Kong celebra serenamente il decennale dell’evento temuto da trent’anni di romanzi di spionaggio occidentali: il ritorno alla Cina. La prospettiva d’essere assimilata dalla madrepatria ha ceduto alla certezza che la madrepatria si assimila a Hong Kong. Perciò qui l’evento del giorno non è una parata militare, è una partita di calcio: Bayern-San Paolo. «Sotto il selciato, la spiaggia», sperava uno slogan del Maggio parigino. «Sul selciato, il sangue», lamentava la «comunità internazionale» dopo Tienanmen e lamenta ogni volta che le fa comodo ricordarlo, quando la Cina non rivaluta abbastanza lo yuan, per esempio. «Sotto le chiacchiere, i soldi», potrebbe invece essere lo slogan del luglio, di questo luglio hongkonghese. Con una valuta ambita ovunque, ma ancora memore del crac del 1998, la città sa che le ricorrenze passano e sono i fatti a restare. Il principale è che la sua economia cresce del 7 per cento annuo, pur avendo rimosso dal suo territorio ogni industria manifatturiera. Come ci riesce? Perché sa trattare col resto della Cina e ne conosce il mercato, nonché le persone che lo guidano. Insomma, è memore solo dei pregi del secolo e mezzo di colonialismo: conoscenza dell’inglese; efficienza della pubblica amministrazione; eccellente sistema logistico (Hong Kong è con Singapore - il porto da dove passano più container al mondo); aeroporto e valichi terrestri che smistano centinaia di migliaia di persone al giorno; una compagnia aerea, la Cathay, sempre d’alto livello, che si è estesa, con la Dragon Air, al resto della Cina; trasporti pubblici che funzionano. E poi: certezza del diritto, minima corruzione, alta informatizzazione, trasparenza amministrativa, mercato di capitali aperto e sviluppatissimo, giurisdizione efficiente. Hong Kong è dunque un centro finanziario internazionale - mentre Shanghai non lo è ancora - impressionante nel raccogliere e gestire capitali, sebbene quotarsi qui sia più arduo che a Shanghai e Shenzhen. Dunque Hong Kong resta il posto dove cercare il partner per società che vogliano operare sul mercato cinese senza disavventure. Altro dettaglio: a Hong Kong risiedono i proprietari di oltre ottantamila fabbriche del vicino Guangdong, la regione a più alto reddito della Cina, che impiegano circa quindici milioni di persone, il doppio degli abitanti di Hong Kong stessa. Moltissimi dei grandi progetti infrastrutturali in Cina sono di imprenditori di Hong Kong (o di loro partner). Riprendendo la via del porto, dopo i tre giri attorno al pennone ormai orbo dell’Union Jack, il governatore Patten si sarà chiesto se avrebbe vissuto tanto da tornare, come voleva. Avrà concluso che solo una guerra gliel’avrebbe permesso, e lui alla guerra, s’è visto con l’Irak, non è incline facilmente. Ma, da uomo onesto e concreto, ha avuto di che consolarsi, perché Hong Kong ha da dieci anni e avrà per altri quaranta regole imposte anche da lui (Rule Britannia...), con qualche fanatismo igienista in più, come quello che vieta di fumare in Statue Square. E perché quelle regole sono modello per la Cina: con dieci anni di occupazione militare di metà del suo territorio e un buon milione di morti a essere d’esempio ai cinesi non erano riusciti nemmeno i giapponesi. Maurizio Cabona