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 2007  luglio 03 Martedì calendario

Dalle borse taroccate alla Mecca d’Africa. La Stampa, martedì 3 luglio Venti euro per una borsa griffata

Dalle borse taroccate alla Mecca d’Africa. La Stampa, martedì 3 luglio Venti euro per una borsa griffata. Si vede che è falsa anche a chilometri di distanza, ma non fa niente. Il senegalese ride nel suo italiano intarsiato di francese, e nel frattempo infila i soldi nelle tasche dei suoi coloratissimi pantaloni africani. Sistema sul lenzuolo bianco anche le cinture, le maschere di legno e i dischi per la playstation. Tutto made in China, naturalmente. Che sia una fermata della metro milanese, una calle veneziana o via della Conciliazione a Roma non cambia nulla. La scena si ripete identica. Sono oltre quarantamila i senegalesi immigrati in Italia. Più della metà vive di commercio ambulante. Al mattino fanno il pieno di merce dai grossisti, poi inondano i luoghi frequentati dai passanti. D’estate si spostano sulla riviera romagnola, sulle passeggiate a mare di tutta la Liguria. Molti sono laureati, ma in questo modo si guadagnano da vivere. Faccia simpatica e battuta pronta, modi gentili. Ma con gli occhi e le orecchie sempre allerta. Appena vedono comparire un poliziotto o un vigile urbano chiudono tutto in un baleno. Alcuni sono irregolari, altri hanno paura dei sequestri e delle multe. Scattano come velocisti con i loro sacchi in spalla, schivando i turisti e dribblando portici e colonnati. Quando le acque si calmano tornano al loro commercio. A fine giornata, quando rientrano negli appartamenti di periferia in cui vivono in quattro o cinque per stanza, hanno in tasca qualche decina di euro. Non sono liberi professionisti. Buona parte di questo denaro non rimarrà nelle loro tasche. La setta «Più della metà dei soldi che guadagno li mando in Senegal, nella mia città natale» racconta Ousmane, 31 anni, da quattro in pianta stabile nel centro di Milano. Gli euro di Ousmane, come quelli dei suoi amici Babar e Ndajae, voleranno a Touba, tre ore di macchina da Dakar, nel cuore del Senegal. Dove i califfi della setta religiosa dei Muridi, a cui appartiene il 90% dei senegalesi italiani, stanno costruendo un’altra moschea. Sono «sufisti» musulmani, ma hanno saputo tradurre il Corano nella lingua universale della globalizzazione: la venerazione del mercato. Il movimento islamico cresciuto attorno alla figura di Ahamadu Bamba Mbacke sul finire dell’Ottocento era molto diverso dal muridismo contemporaneo. Era l’epoca della colonizzazione francese e la confraternita raccoglieva istanze e sentimenti contraddittori: flatus religioso e richieste politiche, milizie armate e pellegrinaggi collettivi. Una visione dell’Islam piuttosto sui generis, in cui le regole sull’alimentazione e sull’alcool vengono spesso messe fra parentesi. Alla morte del fondatore l’evangelizzazione prosegue, ma è spesso in balia dei litigi fra i discendenti di Bamba e i «talib», i leader religiosi. Nel 1970 si ritorna all’ortodossia e all’unità sotto la guida del califfo Abdou Lahat Mbacke. I calvinisti dell’Islam Oggi la setta conta milioni di adepti, un terzo di tutti gli abitanti del paese, quasi tutti di etnia wolof. La struttura è piramidale e la confraternita è ormai diffusa in tutto il mondo. Un califfo come capo supremo, un clero e milioni di fedeli. I pilastri del culto sono l’offerta, il pellegrinaggio annuale sulla tomba del fondatore, la preghiera e la khidma (il contratto) fra il marabutto (il sacerdote) e il discepolo. Il primo prega, il secondo lavora e cede parte dei profitti alla confraternita. «Se dipendi dagli altri non sei libero – spiega Cheikh Ka, uno dei discendenti di Bamba – la nostra filosofia mette al centro l’autorealizzazione e la solidarietà». Modernizzazione e laicità. L’immagine che si diffonde è quella del religioso alla guida di una Mercedes per le strade sterrate del Senegal, mentre migliaia di discepoli gli pagano la benzina lavorando in tutte le metropoli del mondo. Gli oppositori parlano di «sfruttamento». I muridi, che in Italia hanno i loro centri culturali a Pontevico (Cremona), Bovezzo (Brescia) e Zingonia (Bergamo), rispediscono le accuse al mittente. «Siamo buoni religiosi - sorride Ousmane - E fieri di lavorare per gli uomini di Dio». Grazie a loro, Touba è un’oasi felice che cresce a ritmi vertiginosi: duemila persone nel 1958, oltre settantamila oggi. Il denaro non manca, alcol e tabacco sono vietati ma si respira un’aria liberale. Il ritorno a casa Niente veli sui volti delle donne, ragazzi e ragazze seduti sugli stessi banchi. Moschee e centri aggregativi spuntano come funghi. Le parole d’ordine sono benessere e pace, sotto la bonaria supervisione del novantunesimo califfo. Gli scontri di potere, che non mancano, si risolvono come nelle più navigate democrazie occidentali. Un paradiso in cui, una volta all’anno, tornano anche i muridi della diaspora. «Partecipiamo ai nostri raduni e incontriamo le nostre famiglie», spiega Ousmane. Poi tornano all’aeroporto di Dakar, dove si imbarcano per l’Europa. C’è la via musulmana alla globalizzazione da costruire. Ci sono altri falsi griffati da smerciare, altri cd pirata da vendere.