Oscar Giannino, Libero 2/7/2007 (Dagospia), 2 luglio 2007
MEMORIALE CONSORTE/1
Oscar Giannino per Libero
«Perché il dottor Paolo Mieli ha detto ad Alberto Nagel, direttore generale di Mediobanca, che Giovanni Consorte doveva pagare perché si era prestato a operazioni di bassa lega per conto di D’Alema?». «Perché in un’altra occasione la stessa accusa venne fatta a Consorte da Giuliano Amato, presenti Mieli, Andrea Manzella e Cesare Romiti, che lo riferì a Francesco Cossiga?». Sono interrogativi di Giovanni Consorte. Che vi terranno compagnia, cari lettori, per un po’ di settimane. Da due anni, Consorte combatte con la stessa determinazione con cui nei venticinque precedenti ha portato la ”sua” Unipol a essere il terzo gruppo assicurativo italiano: dacché perdeva quasi un miliardo di lire l’anno quando ne divenne amministratore delegato, nel 1996.
Consorte però da due anni combatte su un altro fronte. Ai pm di Milano e Roma, che lo indagano per le vicende della scalata tentata da Unipol a Bnl nell’estate rovente del 2005 e che sondano tutte le piste per ricondurre la vicende di Bnl, Rcs e Antonveneta a un’unica regia, oppone una determinazione ferrea. Centinaia e centinaia di pagine di memorie e controdeduzioni, indagini di parte avviate e realizzate dai propri legali per smontare una per una tutte le accuse che gli vengono rivolte.
Chi qui scrive - ne informo il lettore perché lo sappia - per molti anni ha seguito i tentativi di Consorte di far crescere la Unipol nel panorama finanziario, assicurativo e bancario italiano. Certo, Unipol è controllata dalla cooperative "rosse" di Legacoop. Ma l’amor di verità dovrebbe indurre a evitare di farsi condizionare da questo aspetto: quando si è accusato di reati come l’aggiotaggio, l’associazione a delinquere e l’appropriazione indebita, ciò che deve valere è solo se i reati abbiano un fondamento o meno, e nient’altro.
In ogni caso, poiché a distanza di due anni la virulenza sulla grande stampa delle intercettazioni telefoniche e della pubblicazione di brani di interrogatori degli indagati non accenna a diminuire, abbiamo chiesto a Giovanni Consorte se fosse disponibile a fare insieme a noi un punto generale delle vicende che lo hanno investito. Ha accettato di buon grado. Risponderà a ogni domanda. Di conseguenza, da oggi inizia la pubblicazione a puntate dell’intera ricostruzione della vicenda Bnl, nonché di tutto ciò che i magistrati hanno ritenuto di vedervi collegato.
Gli inquirenti e molti grandi giornali pensano ancor oggi che la scalata ad Antonveneta di Fiorani, quella a Rcs di Ricucci , e quella su BNL di Unipol siano stati il frutto di un’unica regia, violando il codice penale. E Consorte è diventato il sospetto numero uno. Persino più di Fiorani, il disinvolto ex capo della Banca di Lodi. Perché i lodigiani con quei metodi volevano continuare a crescere contro le maggiori banche italiane. Mentre Consorte non solo ha la colpa di aver mirato al primo grande gruppo banco-assicurativo italiano.
Il sospetto, nel suo caso, è più grave. Unipol significa infatti la Lega delle cooperative, 400mila dipendenti, 7,3 milioni di iscritti. Ma Legacoop non è solo supermercati, costruzioni o finanza. Pesa il legame con l’asse storico Pci-Pds-Ds. Ed ecco perché molti hanno identificato Consorte come il nuovo "Compagno G", quel Primo Greganti che ai tempi di Tangentopoli divise l’Italia in due, alcuni convinti che il Pci sulle tangenti era eguale a tutti gli altri ma veniva risparmiato, altri che nessun paragone era possibile e che in ogni caso Greganti era il simbolo di come i comunisti potessero finanziare il partito, ma senza mai arricchirsi e restando in silenzio.
Senonché, del compagno G nessuno sapeva niente. Consorte invece ha guidato Unipol per 10 anni, l’ha risanata, condotta a produrre utili, fino a renderla un protagonista della finanza italiana. Con un obiettivo: crescere. Per anni, Consorte le ha tentate tutte. Cercando il consenso del vecchio pilastro storico della finanza rossa, il Montepaschi di Siena. E la preda era anche allora Bnl. Oppure un ancor maggiore gruppo centroitaliano, che passasse anche per Capitalia: con l’accordo di Gilberto Gabrielli, capo degli olandesi di Abn Amro in Italia, e buon amico di Consorte perché entrambi cresciuti negli anni 70 alla Montedison. Se ne parlò dal 99 - quando Consorte debutta alle considerazioni annuali di Bankitalia, alla fine di ogni maggio - al 2002.
Poi le grandi banche italiane fecero pesare che Siena era anche nel patto di controllo di Generali, e il Monte si decise a restar solo. Unipol scoprì allora che per crescere sarebbe stata dura. I suoi tentativi sono andati a vuoto su Meliorbanca, sulla Toro, e sulla grande distribuzione di Esselunga. Per l’acquisizione andata a segno della Winthertur assicurazioni, nel 2003, Consorte dovette pagar caro, un miliardo e mezzo di euro.
Questa è la premessa generale da tener presente, prima di iniziare a sentire da Consorte la sua ricostruzione dei fatti. Chi scrive, la filtrerà alla luce di quanto conosce e sa delle carte, dei numeri e delle vicende finanziarie di cui si parlerà. Diciamolo chiaro sin dall’inizio: il sospetto di alcuni è che la presenza di Unipol nella Hopa di Chicco Gnutti, sin dai tempi dell’opa Colaninno in Telecom, abbia mascherato da anni provviste finanziarie illecite, comuni magari ai bresciani e a Unipol, su mega operazioni come poi quella attraverso la quale Tronchetti Provera nel 2001 assunse il controllo del grande gruppo telefonico italiano.
Il problema è di vedere se tutto ciò sia un luogo comune alimentato ad arte da veleni politico-editoriali, o magari se non si anche la rivincita delle grandi banche italiane che guardavano ai bolognesi di via Stalingrado come un pericolo. O se sia invece vero. Anche a Torino, ricordano bene quando nel dicembre 2002, dimessosi Paolo Fresco, Chicco Gnutti sondò Consorte per vedere se insieme si poteva rilevare la Fiat. Un altro segno che via Stalingrado andava fermata.
Consorte, l’ingegnere chimico con master in finanza che in tanti anni di attività non è riuscito a dismettere una calata chietina e una schiettezza di parole che a volte diventa torrentizia, è assunto a materia di scandalo e divisione per elettori e dirigenti della sinistra. Ma è stato davvero per anni alla testa di una rete di malaffare? E’ questo, che insieme a lui tenteremo di capire. Per tutte le puntate che sarà necessario, per dipanare davanti ai vostri occhi uno dei mosaici più intricati e velenosi della storia finanziaria italiana dell’intero dopoguerra.
Un’ultima premessa. Oggi, leggerete qui tutte le domande che Consorte fa a se stesso, dopo due anni di battaglie giudiziarie. Dalla prossima puntata, inizieremo a entrare nel merito di ogni singolo passaggio della vicenda Bnl e delle indagini aperta a Milano e Roma. Ma, per oggi, mi accontento di farvi capire i tanti perché che si agitano nella mente dell’irriducibile assicuratore rosso. E gli lascio la parola, in questo primo incontro.
"La controindagine che io chiedo - dice Consorte - è su chi ha fatto fallire l’opa di Unipol su Bnl. Una volta dichiarata la nostra intenzione alle autorità competenti a vigilare sul mercato, presentato il piano industriale , il prospetto finanziario dell’opa come tutte le informative dovute sull’aumento di capitale che Unipol ha sostenuto in vista dell’acquisizione, abbiamo aspettato per sei mesi che i regolatori si pronunziassero. Sei mesi: un’attesa senza precedenti, nella storia finanziaria italiana. Alla fine, dal luglio 2005 la risposta conclusiva di Bankitalia venne solo il 10 gennaio del 2006. Quando Vincenzo Desario, il giorno prima di andare in pensione, firmò il rigetto a nome di via Nazionale ai requisiti patrimoniali di Unipol per poter rilevare Bnl. Ma mesi prima il dottor Carosio, alla presenza del governatore Fazio, ci aveva detto il contrario. Perché?
"Perché alla fine si decise di applicare a un’opa lanciata nel 2005 una norma sui requisiti patrimoniali dei cosiddetti conglomerati finanziari banco-assicurativi che ancora non era scritta, e di cui era previsto in teoria l’entrata in vigore solo l’anno successivo? Perché, quando nell’estate precedente il dottor Frasca per Bankitalia ci aveva detto il contrario? Perché l’Isvap, l’organo di vigilanza sulle assicurazioni che in teoria doveva formulare a Bankitalia un parere solo consultivo per l’autorizzazione dell’opa, invece di 15 giorni come da procedura impiegò per rispondere oltre due mesi? Il nostro prospetto per l’opa su Bnl fu presentato alla Consob nell’agosto 2006. Perché venne discusso e ridiscusso su dettagli infinitesimali per mesi interi? Perché tutto ciò avvenne mentre Unipol tuttavia metteva in atto il suo aumento di capitale per circa 2,6 miliardi di euro? Come mai, visto che le megafusioni bancarie italiane vengono comunicate e approvate dalle autorità politiche di governo nonché dai regolatori di mercato nel giro di pochi giorni se non nel giro di poche ore, e quando nessuno ne conosce neanche minimamente i piani industriali? "
Consorte va avanti di filato. Ragiona a freddo. Ma ogni tanto la voce gli si incrina. Gli brucia troppo, ancora, e la passione governa a malapena la stizza che a volte gli inumidisce anche l’occhio. "I pm sospettano nella vicenda Antonveneta che il governatore Fazio abbia ritardato ad arte l’autorizzazione a crescere nel capitale della banca che gli olandesi di Abn Amro richiedevano, allo scopo di favorire invece la Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani. Ma perché non ci si rende conto che facendo attendere Unipol per oltre sei mesi analoghe autorizzazioni sull’opa per Bnl, siamo stati vittime di un meccanismo forse analogo?"
Interrompiamo Consorte. Perché contro di lui si sono scagliati il Corriere della sera, il Sole 24 ore e Repubblica. La Margherita, ex socialisti come ex democristiani. Confindustria, il sindacato, persino mezzo partito dei Ds. Mica roba da poco, come lista di nemici per la pelle. Consorte frena a stento l’impeto. "E’ così. Infatti a due anni di distanza, di fronte agli argomenti che io porto ai magistrati e che smontano una dopo l’altra le accuse, di fronte al fatto che non patteggerò mai perché sono certo di non aver violato la legge e di non aver partecipato ad alcuna regia congiunta su operazioni che nulla avevano a che vedere con la nostra su Bnl, di fronte a tutto questo il concerto dei miei accusatori è costretto a montare accuse mediatiche sempre più false e spericolate, come quelle riapparse in queste settimane sul Sole o sul Corriere. A nessuno sembra interessare che Unipol, a differenza degli spagnoli del Bilbao che offrivano di rilevare Bnl con un’operazione carta contro carta, prospettava invece agli azionisti denaro liquido, grazie al proprio free capital e all’aumento di capitale realizzato per 2,6 miliardi, con soli 400 milioni di aggravio di debito su un’operazione di acquisizione che ammontava a circa 6 miliardi".
Perché alla scalata Unipol su Bnl si è data una valenza politica, replichiamo a Consorte. "Già - risponde - ma come si fa a dargli una valenza politica, quando dalla pubblicazione delle telefonate intercettate si ha la prova provata che i politici chiamavano loro me, e solo a scopo informativo e mai intromissivo sull’operazione? Perché io mi ritrovo additato al pubblico ludibrio e plurindagato dopo due anni a seguito di esposti assolutamente generici come quelli allora presentati dagli spagnoli del BBVA, secondo i quali Unipol non aveva i denari per acquisire la Bnl? Perché ci si vuole confondere con soggetti che non avevamo nemmeno mai nemmeno incontrato, come i Ricucci e i Coppola?
Lo stesso ingegner Caltagirone - del conropatto che si era formato in Bnl avverso a Generali, Della Valle e BBVA che sostenevano Luigi Abete - prima dell’estate 2005 lo avevo visto una sola volta.." E Fiorani? "Le dimostrerò per filo e per segno che nella vicenda Antonveneta la Unipol non c’è entrata né per diritto né per rovescio. Mai. Come in quella Rcs. La Popolare di Lodi ci offrì il suo 1,62% che deteneva di Bnl, senonchè noi rispondemmo che siccome loro erano impegnati su Antonveneta non se ne faceva nulla perché non intendevamo mischiare i due dossier.
E in ogni caso scoprimmo pure che se l’erano venduta a Deutsche Bank, la loro quota in Bnl, e lo abbiamo documentato alla Consob che non ne aveva neanche il sospetto. Le pare l’atteggiamento di chi stava concertando con Fiorani l’assalto congiunto ad Antonveneta e chissà che altro? Ma andiamo, per piacere. Piuttosto, perché non parliamo di uno scandalo che è sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno dei grandi giornali che mi accusa sembra notare?".
Cioè? "Vogliamo parlare d violazioni della privacy, visto che nel caso di Lapo Elkann il Garante si è precipitato a intervenire?" Che c’entra? "Grazie ai nuovi pervasivi poteri di cui le norme sui reati finanziari hanno dotato i pubblici ministeri, nell’estate 2005 , anzi dal 5 luglio per la precisione, vengo messo sotto intercettazione in teoria per i fatti di Antonveneta, sui quali né io né Unipol hanno nulla a che spartire.Da allora, di giorno in giorno gli inquirenti si mettono in condizione di seguire in tempo reale passo passo tutti gli avvenimento finanziari di quell’estate. E di adottare le misure interdittive personali e anche patrimoniali che la nuova normativa consente.
Eppure una ragione ci deve essere, se gli stessi pm adottano misure patrimoniali che bloccano l’intera operatività della BPI di Fiorani, mentre nulla di analogo avviene per Unipol, tranne la mia defenestrazione mediatico-giudiziaria. Per la quale ho anche sposto querela a Bologna contro le indebite pressioni esercitate da Unipol nei miei confronti, per indurmi alla fine a dimettermi".
Si pensava che la malabestia del cancro ci avrebbe pensato lui, a mettere Consorte definitivamente fuori combattimento. E a farlo tacere. "E invece mi dispiace per i miei accusatori, ma non è andata così. Il cancro l’ho tenuto a bada anche con la forza di volontà. La stessa che mi porta a contrastare con argomenti concreti tutte le accuse rivoltemi. Come è possibile che io stato stato accusato di collusione con il giudice Francesco Castellano, indagato a Perugia per millantato credito e abuso d’ufficio in quanto sospettato di passarmi notizie sulle indagini sostenute da colleghi nei miei confronti, ma quando Perugia archivia l’accusa che cade nel nulla, alla fine sui media che continuano a dedicarmi pagine d’infamia non esce nemmeno una riga? Come mai non ha nessun rilievo, che in tutte le operazioni sulle quali sono indagato come ex capo di Unipol, nessuno ci ha rimesso un solo euro e anzi Unipol ci ha guadagnato un pacco di quattrini?
Unipol ha guadagnato dalla cessione della sua quota in Bnl ai francesi di Bnp ottanta milioni di euro. Sessanta, dalla cessione delle quote detenute in Antonveneta agli olandesi di Abn Amro. Cinquanta milioni, dalle cessioni di quote detenute in Bell. Altri cinquanta, dai titoli detenuti in Olivetti. Oltre 100 milioni dallo spin off immobiliare per l quale sono indagato a Roma, e su cui torneremo difffusamente più avanti. Unipol ha guadagnato anche 12-13 milioni dalla quota detenuta nella Popolare di Lodi. In totale, sono oltre 350 milioni di euro guadagnati per Unipol. Non da me. Da Unipol, in tutte le operazioni per le quali sono massacrato da due anni.
Gli azionisti di Bnl, poi? Senza l’opa di Unipol, il prezzo non sarebbe passato dai 2,5 euro per titolo che offriva il Bilbao, ai 2,70 offerti da noi, che pagavamo in più per cassa e non carta per carta. Venti centesimi per ogni titolo Bnl, a ogni azionista, li abbiamo fatti guadagnare noi. Il bilancio finale qual è? L’Italia ha perso la titolarità di una banca, la Bnl, finita ai francesi che hanno naturalmente spostato a Parigi tutti i vertici e le funzioni operative. Unipol è stata sconquassata ed è all’angolo da due anni, per la gioia di tutti i suoi concorrenti. Io, personalmente, sono stato massacrato. inaccettabile. immondo, che mezza politica italiana e la grande stampa abbiano orchestrato tutto ciò. Perché il dottor Mieli ha detto che dovevo pagare perché operavo per D’Alema?".
Appunto, ricominciamo di lì, dalla prossima puntata.
(1. continua)