Stefano Livadiotti, L’espresso 3/7/2007 (Dagospia), 3 luglio 2007
Stefano Livadiotti per ”L’espresso” Non ha perso l’aplomb. La mattina del 25 giugno, mentre continuava il balletto di voci su new entry e ritiri eccellenti nella gara per Alitalia, Massimo Tononi s’è imbarcato puntuale, alle 6,30, sull’aereo che all’alba di ogni lunedì lo porta da Milano a Roma
Stefano Livadiotti per ”L’espresso” Non ha perso l’aplomb. La mattina del 25 giugno, mentre continuava il balletto di voci su new entry e ritiri eccellenti nella gara per Alitalia, Massimo Tononi s’è imbarcato puntuale, alle 6,30, sull’aereo che all’alba di ogni lunedì lo porta da Milano a Roma. Il sottosegretario con la delega alle società partecipate dal Tesoro è arrivato nel suo ufficio al primo piano del palazzone di via XX settembre. Ha poggiato sul tavolo la scarna mazzetta dei giornali (sfoglia solo ’Corriere’, ’Sole’ e ’Financial Times’) e s’è infilato in un’interminabile riunione sul Dpef, dove ha cercato di far saltare fuori un po’ di quattrini per Anas e Fs. (Massimo Tononi) Tononi è fatto così. Al dossier Alitalia tiene davvero. Ma, a dispetto di una certa somiglianza con l’incendiario critico d’arte Vittorio Sgarbi, è un animale a sangue freddo. Quando il vecchio amico Romano Prodi (cui ha finanziato la campagna elettorale con 100 mila euro) gli ha offerto un posto nel governo, lui ci ha messo cinque minuti ad accettare. In realtà, aveva già valutato la possibilità di essere chiamato. Decidendo che, a 43 anni e con un robusto conto in banca, poteva permettersi un periodo di servizio civile. ’Ha lasciato un tesoro per andare al Tesoro’, ci hanno giocato sopra i quotidiani italiani. In effetti, alla Goldman Sachs, dove aveva scalato tutti i gradini fino ad arrivare al ruolo di partner della più potente banca d’investimenti del mondo, si metteva in tasca ogni anno qualche milione di dollari. Nel 2005 solo per l’attività svolta in Italia, poca roba rispetto a quella inglese, aveva dichiarato un milione e 193 mila euro (e un investimento di 8 milioni di euro nella Industrial and Commercial Bank of China), risultando così il più ricco del governo. Ora, non avendo neanche la medaglietta di parlamentare, si deve accontentare di una busta paga che non si discosta troppo dai 12 mila euro mensili. Quella di Tononi è una delega pesante. Sotto la sua giurisdizione rientrano 26 aziende: dall’Eni alla Rai, dalle Ferrovie alle Poste, dall’Enel alla Finmeccanica. Un impero che dà lavoro a mezzo milione di persone e fattura oltre 170 miliardi di euro, più di un decimo dell’intero prodotto interno lordo. Eppure Tononi, interlocutore ufficiale delle agenzie di rating che periodicamente danno la pagella all’economia italiana (lo scorso autunno ha sudato sette camicie per convincerle della bontà della legge finanziaria, ma non l’ha spuntata con Standard & Poor’s, che ha declassato l’Italia) per il grande pubblico è un perfetto sconosciuto. Schivo e riservatissimo come nella tradizione dei banchieri d’affari, a Roma vive come un recluso tra l’ufficio e la casa di famiglia a Palazzo del Grillo, dove la sera guarda le partite di rugby in tv o legge qualunque cosa abbia a che fare con l’amato Sudamerica. Pignolo, di modi sempre cortesi, è allergico alle interviste. Se i giornalisti lo cercano, lui non si fa trovare. Nel primo anno di governo l’Ansa gli ha dedicato 11 titoli. Nello stesso arco di tempo, il suo pari grado Paolo Cento ne ha collezionati 411. (Il ministro Padoa-Schioppa - Foto U.Pizzi) Quando s’è insediato e ha cominciato a ricevere i manager delle aziende partecipate, il ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha detto a tutti: "Il vostro punto di riferimento è Tononi". A loro non è parso vero di avere a che fare con un sottosegretario non solo esperto della materia, ma addirittura in grado di dispensare consigli e aiuti. " il pezzo pregiato del governo Prodi", dicono oggi ai piani alti del quartier generale romano dell’Eni. E il giudizio non cambia al vertice delle Ferrovie, delle Poste o di Terna (partecipata attraverso la Cassa Depositi e Prestiti). Dice Mariano Fray, senior partner e presidente di Roland Berger Italia, che segue da vicino la partita Alitalia: " un professionista tra i burocrati; mi piacerebbe averlo come managing partner". Di tutti i dossier che ha sul tavolo, a preoccuparlo di più è quello Alitalia. Lo ha ereditato quando la compagnia, che solo otto mesi prima aveva incassato un aumento di capitale da un miliardo, si avvitava sempre di più nella crisi. I pochissimi amici (fra tutti l’ex Goldman Sachs Claudio Costamagna e il numero due di Unicredit Roberto Nicastro) raccontano che avrebbe venduto la compagnia a ogni costo e a chiunque, magari avviando trattative dirette con Air France o Lufthansa. Ma s’è dovuto convincere che le ragioni della politica richiedevano un percorso diverso e più accidentato come quello dell’asta e allora è diventato il più arcigno difensore delle regole stabilite, a costo di perdere per strada un bel pacchetto di pretendenti. Un’ostinazione che sta dimostrando anche sul progetto di quotazione in Borsa della Fincantieri, un’azienda che è leader sul mercato mondiale delle navi passeggeri, ma che rischia di perdere il suo primato perché non ha abbastanza soldi per investire. Tononi s’è impegnato a mantenere il 51 per cento in mano al Tesoro e alla fine ha convinto la gran parte delle forze politiche, da An all’Ulivo. Nei giorni scorsi, davanti alle barricate alzate dai metalmeccanici della Fiom e da Rifondazione, e mentre il sottosegretario di palazzo Chigi Enrico Letta s’imbarcava in un ultimo tentativo di mediazione, Tononi ha annunciato in Parlamento che intende comunque andare avanti sulla sua strada. Come ha fatto quando ha imposto lo sfoltimento di diversi consigli di amministrazione in scadenza: le poltrone sono scese da nove a tre a Sviluppo Italia, da sette a tre alla Sogin, da dieci a cinque al Poligrafico, da dieci a sette alla Sace. Uno tosto, il bocconiano Tononi, ma che sa anche trattare. Lo ha dimostrato sull’altro fronte caldo, quello delle Ferrovie, dove è riuscito a lavorare gomito a gomito con un tipo difficile come l’amministratore delegato Mauro Moretti, mettendo a punto il piano industriale che dovrebbe portare l’azienda dai 2 miliardi di profondo rosso del 2006 al pareggio di bilancio nel 2009. Tononi ha convinto da un lato Prodi e Padoa-Schioppa ad accettare il rialzo delle tariffe ferme dal 2001 e dall’altro Moretti a procedere con più determinazione sul taglio dei costi, a partire dal personale. (Il Professore - Foto U.Pizzi) Prodi, che lo ha conosciuto nel 1990 in Goldman Sachs, quando il premier era un super consulente e Tononi poco più che un ragazzo di belle speranze, lo ha puntato subito. E nel 1993 lo ha richiamato da Londra per portarselo all’Iri come assistente personale, insieme a quel Daniele De Giovanni che oggi è il suo capo della segreteria a palazzo Chigi. Il giovane Tononi, che occupava una stanza al piano nobile dell’Istituto, quasi di fronte a quella del grande capo, alla vigilia delle elezioni politiche del 1994 lasciò tutti di sasso, elaborando un modello matematico che gli consentì, a lui digiuno della politica italiana, di azzeccare in pieno il verdetto delle urne. Tononi ci dà dentro. Pendolare di lusso con Milano, dove abita a due passi dal Duomo con la moglie Antonella (si occupa di fondi di investimento al Crédit Agricole) e due figlie piccole, è uno sgobbone di natura. Non fuma e non beve. Non mangia: si alimenta. Per lui un ristorante con le tre stelle Michelin o la rosticceria da cui gli portano il pranzo al ministero sono la stessa cosa. Raccontano che la mattina potrebbe vestirsi al buio: ha un intero guardaroba di identici abiti grigio antracite tagliati dal sarto romano Sacripanti e camicie azzurre tutte uguali, così non perde tempo a scegliere. A Pasqua e Natale va a trovare i genitori a Trento, dove il padre è stato sindaco dc negli anni Settanta e lui ha imparato a sciare. Oggi, unico lusso che gli si conosce, lo slalom lo fa sulle nevi di Crans Montana, in Svizzera, dove ha comprato casa. Con la politica e le sue mediazioni Tononi sta imparando a fare i conti. sua la firma sotto il comma della Finanziaria che impone un tetto allo stipendio dei manager pubblici: 500 mila euro, più un 50 per cento legato ai risultati. A lui sembra un vincolo comunque troppo stringente. Ma sempre meglio di quello che voleva imporre il Parlamento (250 mila euro). Ora però Tononi dovrà bruciare i tempi del suo apprendistato. Perché per lui si avvicina la prova del fuoco: è in calendario per la prossima primavera, quando, tutti insieme, scadranno i vertici di Eni, Enel, Poste e Finmeccanica. I partiti stanno già affilando le armi. Dagospia 02 Luglio 2007