Richard Newbury, La Stampa 3/7/2007, 3 luglio 2007
RICHARD NEWBURY
Il numero magico uscito alla roulette che ha reso possibile l’unità italiana è il 47. Nel 1859 Francesco Crispi aveva fatto due volte il viaggio andata e ritorno fra Genova e la Sicilia con un falso passaporto britannico per organizzare sull’isola dei comitati rivoluzionari. Giuseppe Garibaldi, di cui ricorre domani il duecentenario della nascita, era pronto a salpare per la Sicilia solo a condizione di trovarvi una rivoluzione in atto.
Il codice degli agenti segreti piemontesi consisteva in numeri inseriti in telegrammi commerciali. Il 28 aprile ne arrivò da Malta uno che diceva: «Offerti 160 barili rum America pence 45 venduti barili 66 inglesi 47 avanzate lire 114 barili 147. Non offerto brandy. Informazione richieste lire 99. Rispondete immediatamente». 160 voleva dire fallimento, 45 Palermo, 66 provincia, 47 non esisteva nel codice, 114 stava per rifugiati, 147 per Malta e 99 per nave. Il messaggio significava: «Completo fallimento a Palermo e in provincia. Parecchi rifugiati raccolti da navi inglesi sono arrivati a Malta. Non muovetevi».
Ma il giorno dopo Crispi, pieno di entusiasmo, arrivò da Garibaldi affermando che 47 significava «successo» e sventolando a riprova una copia della Gazzetta di Torino, con il resoconto del trionfo della rivolta a Palermo (in realtà scritto a Genova dallo stesso Crispi). Reinterpretò il dispaccio così: «L’insurrezione, soppressa a Palermo, continua nelle province. Informazione raccolta da rifugiati arrivati a Malta su navi inglesi».
«Allora dobbiamo dar loro man forte» commentò Garibaldi, e subito si accordò con la Rubattino per «sequestrare» due delle sue navi, il Piemonte e il Lombardo.
Se Bismarck ha detto che Cavour è stato il più grande diplomatico della sua epoca perché si è trovato a giocare con le carte peggiori, forse l’Italia unita è stata creata anche grazie all’inganno ordito da un altro dei suoi ammiratori, Francesco Crispi, proprio come il famoso «telegramma di Ems» del Cancelliere ha reso possibile l’Impero tedesco.
Napoleone non chiedeva se un generale era bravo ma se era fortunato; Garibaldi è stato un generale che ha fatto da sé la sua fortuna, come illustra lo sbarco di Marsala dell’11 maggio 1860.
Fu solo dopo essersi lasciati alla spalle Talamone, ultimo porto del nuovo Regno d’Italia, dove i Mille (finalmente) ottennero delle munizioni, che si cominciò a discutere di dove sbarcare una volta arrivati in Sicilia. C’era innanzitutto da preoccuparsi di evitare la flotta borbonica, forte di 50 navi con l’ordine di colare a picco il Piemonte e il Lombardo. Forse anche Cavour, che aveva da poco venduto Nizza dove Garibaldi era nato, preferiva Garibaldi come eroe defunto. In una riunione della mattina dell’11 maggio il capitano Castiglia raccomandò Marsala, nonostante la possibilità che vi fossero delle truppe nemiche e a dispetto della vicinanza del quartier generale di Trapani, perché i suoi moli (costruiti da John Woodhouse) erano adatti a uno sbarco senza bisogno di barche.
Il marsala era molto popolare in Inghilterra e sul mercato locale erano presenti bagli britannici come gli Ingham, i Woodhouse e i Wood. Un mese dopo la rivolta di Rissio a Palermo il generale Letizia, governatore di Trapani, era riuscito a ripristinare l’ordine a Marsala e a confiscare tutte le armi il 3 maggio. In quello stesso giorno il direttore locale del baglio Ingham, Richard Cossins, che agiva anche da vice console britannico, scrisse all’ambasciatore a Napoli, Hon Henry Elliot, in questi termini: «È stata una sfortuna che non ci fossero qui navi da guerra inglesi, perché avrebbero potuto dissuadere il generale Letizia dal disarmare anche gli inglesi con il resto della popolazione. Invece, mi spiace dover comunicare che proprio questo è successo, e non le sto a spiegare quanto mortificante sia stato per tutti noi». Dopo aver minacciato di sparare a Cossins, Letizia aveva proposto un compromesso: «Non so quante armi abbiate nei vostri stabilimenti, e neanche ve lo chiedo. Perciò potete trattenerne la quantità che ritenete necessaria alla vostra protezione e consegnarcene tanto poche quanto ritenete opportuno. Restando inteso che io non ne so niente».
Questa proposta lasciò insoddisfatti Cossins e i direttori degli altri bagli britannici; il risultato fu che il 10 maggio il comandante Cochrane della britannica Amphion ordinò alle navi Argus e Intrepid, che si trovavano con lui nel porto di Palermo, di fare rotta su Marsala. L’Intrepid, che aveva ordine di verificare la situazione e poi fare immediato rapporto al vice ammiraglio Fanshawe a Malta, gettò le ancore presso il molo di Marsala, mentre l’Argus, che aveva il compito di «mostrare la bandiera», si fermò due miglia al largo.
Nelle acque di Capo Bianco incrociava una squadra borbonica forte di cinque scafi (Partenope, Capri, Stromboli, Vesuvio e Eolo) comandata dal commodoro Acton - un inglese di antica famiglia cattolica che si trovava al servizio dei Borbone. Benché tutti gli osservatori locali britannici fossero certi che le forze di Garibaldi fossero destinate a essere spazzate via dai napoletani, Garibaldi che comandava il Piemonte e Bixio sul ponte del più grande Lombardo puntarono con decisione su Marsala. Fu Bixio ad avvicinarsi per primo al molo per sbarcare i volontari da un Lombardo che, a quel punto, si trovava a portata di cannone della flotta di Acton.
«Quello fu un momento critico - scrisse più tardi un ufficiale inglese dell’Intrepid - e tutti quanti ci chiedevamo se la Partenope di Acton avesse intenzione di aprire il fuoco sul Lombardo prima che gli uomini fossero sbarcati; in quel caso saremmo stati testimoni di un massacro». Acton, che più tardi divenne ammiraglio e ministro della Marina, mandò a chiedere all’Intrepid se sul Lombardo c’erano truppe inglesi, e se la flotta britannica intendeva per caso intervenire e intimare la resa al Lombardo. Il commodoro ricevette due risposte negative e allora aprì il fuoco, ma da grande distanza, riuscendo solo a ferire due uomini e un cane. Alcuni ufficiali britannici si recarono immediatamente sul Partenope chiedendo ad Acton di non sparare su proprietà britanniche indicate dalla Union Jack e raggiunsero lo scopo, benché una Mrs Hervey venisse poi quasi uccisa da una pallottola vagante.
«I borbonici avrebbero potuto farsi sotto fino a 2 o 300 yarde dalle navi piemontesi, e da quella posizione con ogni colpo le avrebbero spazzate da poppa a prua, mentre il ponte pullulava di uomini... invece non si vide altro che indecisione e confusione, voglio dire, qualora da parte napoletana l’obiettivo fosse quello di prevenire lo sbarco» scrisse con ironia un ufficiale inglese in un rapporto del 14 maggio all’ammiraglio Fanshawe e anche al Parlamento, dato che c’era stata una protesta ufficiale dal governo di Napoli (poi ritirata) secondo cui l’Argus e l’Intrepid avevano ostacolato il tentativo di Acton di fare fuoco.
Garibaldi invece aveva mostrato decisione e rapidità. Battendo bandiera di un Paese formalmente alleato di Napoli, quale era la Sardegna, e con i suoi uomini vestiti di rosso (che per caso era il colore delle uniformi britanniche) e arrivando per di più a Marsala nel momento in cui vi si trovavano due navi da guerra britanniche appena giuntevi a seguito della protesta di Cossins, il generale guerrigliero sfruttò la «indecisione e confusione» del futuro ministro Acton. In definitiva Crispi imbrogliò per vincere e Garibaldi sfruttò l’imprevisto. «Toujours l’audace» era il credo di Napoleone. La fortuna aiuta gli audaci - e i furbi!