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 2007  luglio 03 Martedì calendario

L’Ue abbraccia ormai tutti gli Stati della vecchia Europa, e altri Paesi, anche fuori dall’area geografica storica, scalpitano per esservi ammessi

L’Ue abbraccia ormai tutti gli Stati della vecchia Europa, e altri Paesi, anche fuori dall’area geografica storica, scalpitano per esservi ammessi. Fa eccezione la Svizzera, che pare indifferente al richiamo di quella che al momento è la seconda potenza economica mondiale. Perché? Aldo Frau a.frau@alice.it Caro Frau, non credo che la Svizzera sia indifferente al richiamo dell’Europa; e qualcuno potrebbe persino sostenere che è già membro straordinario dell’Ue, l’unico Paese che abbia sottoscritto molte politiche comunitarie senza far parte dei suoi organi istituzionali. La storia di questo paradosso merita di essere raccontata. All’inizio degli anni Novanta, mentre l’Europa stava facendo con il Trattato di Maastricht un passo decisivo verso il mercato unico e l’euro, buona parte della classe politica svizzera era convinta che fosse necessario aderire alla Comunità. Vi fu persino una domanda ufficiale che dorme dal 1993 in un cassetto della Commissione di Bruxelles. Ma il cammino verso l’Europa fu bruscamente interrotto quando nel dicembre 1992 una modesta maggioranza di elettori svizzeri votò contro la proposta di uno Spazio economico europeo che avrebbe autorizzato, di fatto, l’inizio dei negoziati. Furono contrari i nazionalisti dell’Unione Democratica di Centro (il partito dell’industriale Christoph Blocher), i cantoni più conservatori, fra cui il Ticino, e il fronte delle banche, preoccupate dalla prospettiva di dovere rinunciare alle norme sul segreto bancario. Costretto ad accantonare il progetto di adesione, il governo imboccò la strada dei negoziati bilaterali. Il primo cominciò nel dicembre del 1994, due anni dopo il referendum fallito, e affrontò sette grandi questioni: ricerca, appalti pubblici, libera circolazione delle persone, ostacoli tecnici al commercio, agricoltura, trasporto aereo e trasporti terrestri. I negoziati durarono quattro anni e dettero risultati che permisero alla Svizzera di evitare l’isolamento. Vi fu un referendum nel 2000 e i sì, questa volta, prevalsero sui no. Di lì a poco un secondo negoziato bilaterale affrontò altre nove questioni: sicurezza, asilo, prodotti agricoli trasformati, ambiente, media, educazione e formazione, pensioni, statistica e servizi. Le questioni che maggiormente mobilitarono l’opposizione degli euroscettici di Blocher furono la convenzione di Dublino sul diritto di asilo e il trattato di Schengen per la creazione di una frontiera esterna comune. Anche in questo caso vi fu, al termine dei negoziati, un referendum. E anche in questo caso il popolo disse sì. Nel mondo delle banche, intanto, il clima cambiò quando la Svizzera e l’Ue si accordarono sul problema della tassazione dei conti stranieri. Demolito ormai l’ultimo bastione che aveva protetto la finanza svizzera da qualsiasi interferenza straniera, gli istituti bancari della Confederazione non avevano più alcun motivo per opporsi ad accordi da cui anch’essi, del resto, avrebbero tratto vantaggio. Sono queste le ragioni, caro Frau, per cui è difficile sostenere che la Svizzera sia ancora fuori dell’Unione. Il problema, caso mai, è un altro: se a questo Paese convenga conformarsi alle regole e alle politiche dell’Ue senza avere il diritto di orientare dall’interno le sue scelte. Buona parte della classe politica ne è perfettamente consapevole. Ma un referendum del marzo 2001 ha confermato che la maggioranza del Paese è ancora contraria all’adesione. All’origine di questo sentimento vi è probabilmente il timore che l’Europa sia una costruzione precaria, paralizzata dalle sue divisioni e destinata, prima o dopo, a fallire. Sta a noi dimostrare che queste sensazioni sono sbagliate. Se il gruppo di Eurolandia (i Paesi che hanno adottato la moneta unica) si staccherà dall’Europa allargata e procederà più speditamente sulla strada dell’integrazione, la Svizzera sarà costretta a rivedere la sua posizione, e potrebbe venire a occupare la sedia vuota che l’aspetta a Bruxelles.