Marco Gasperetti, Corriere della Sera 3/7/2007, 3 luglio 2007
FIRENZE
Pena da scontare a casa per Adriano Sofri, 64 anni, condannato a 22 anni di carcere per l’omicidio del commissario Calabresi. Un delitto del quale si è sempre dichiarato innocente.
Dal novembre del 2005, dopo aver rischiato la morte in carcere per un’emorragia all’esofago ed essere operato d’urgenza a Pisa e salvato miracolosamente, Sofri era un uomo libero. Pena sospesa per gravissimi motivi di salute. Nessuna firma, nessun obbligo di rientro in carcere e a casa. Una situazione, dicono gli amici, che gli ha alleviato un po’ la pena di dover partecipare a continui controlli, analisi e ad altri interventi chirurgici.
Da ieri, invece, l’ex leader di Lotta Continua è tornato ad essere un detenuto. Potrà dormire nella villetta dell’Impruneta, nelle campagna di Firenze, insieme a Randi, la sua compagna, ma dovrà rispettare orari rigidi e non assentarsi dall’abitazione per oltre quattro ore, non superare il confine del Comune e per andare al lavoro e partecipare ad eventi pubblici, conferenze, dibattiti dovrà chiedere il permesso al Tribunale di sorveglianza di Firenze.
Il provvedimento durerà un anno. Poi ci saranno nuovi accertamenti e se la salute di Sofri dovesse migliorare si aprirebbero ancora le porte del carcere. Ci saranno anche gli accertamenti di carabinieri e poliziotti. E saranno rigidi come quelli che costarono a Ovidio Bompressi, anche lui condannato per il delitto Calabresi ma graziato dal presidente Napolitano, una denuncia per evasione solo perché si trovava nell’orto. Nessun privilegio, così recita il codice, che vale per tutti i detenuti. L’ex leader di Lc lo ha voluto ribadire con un articolo pubblicato oggi dal quotidiano il Foglio.
«Il Tribunale di sorveglianza di Firenze – si legge nell’articolo – mutando il differimento della mia pena, che mi lasciava libero, in esecuzione, mi ha assegnato alla detenzione domiciliare, approssimativamente per un anno. Ha così deciso sulla base di una perizia medica svolta da tre specialisti incaricati dallo stesso Tribunale, che ha concluso confermando l’incompatibilità del mio stato fisico con il carcere (invalidità multiple, del 40, del 60 e dell’80 per cento, probabilità di recidiva. Del resto nessun dettaglio sulla condizione di ciascuno dei miei organi riuscirebbe più a essere privato). Nessuna misura particolare – sottolinea Sofri – era stata da me richiesta. I clinici autori della perizia mi erano sconosciuti, né ho nominato alcun consulente di mia parte. Scrivo queste righe su una notizia che peraltro è pubblica perché – conclude – da questo momento intenterò causa civile a chiunque affermi o insinui, calunniandomi, che io mi avvalga di qualche privilegio ». Ieri al campanello della villetta di pietra di Tavarnuzze hanno suonato gli amici di sempre. Sono entrati in casa in silenzio. Più sguardi che parole. Perché, dicono, ormai su questa storia è stato scritto quasi tutto. Manca solo una parola: grazia.