Varie, 2 luglio 2007
POZZI
POZZI Lucio Milano 29 novembre 1935. Artista • «Prima di partire dall’Italia nel 1962, passai una giornata intera con Piero Manzoni a Milano. Discutemmo a lungo nella scura e vellutata casa di sua madre dove in camera da letto faceva gli Achromes e fui preso tanto dai nostri argomenti che lo seguii dal tipografo dove si stampava la rivista Azimuth e in visita da Enrico Castellani e poi a bere vino. Lui negava validità alla pittura e io gli rispondevo che metter biacca su qualsiasi superficie è pur sempre pittura, perché quella superficie viene trasformata. La trasformazione è mimetismo, è illusione. pittura, appunto. Dopo, andai a vivere a New York nel Lower East Side. Qui, in interi edifici della vecchia città vivevano, a gruppi separati, ucraini e portoricani, artisti e drogati. Da una parte incontravo pittori pieni di sé, retorici; dall’altra, strinsi amicizia con artisti del nascente movimento Fluxus, dell’American Underground Film o con coloro che poco dopo si autodefinirono Concettuali. Mi ritrovai di nuovo nella stessa polemica che avevo sostenuto con Manzoni. La pittura veniva sempre definita come cosa morta. Si andava al bar Max’s Kansas City. A New York, i bar funzionano da veri e propri centri culturali. Lì, in Union Square, dalla parte opposta all’edificio dove c’era la seconda Factory di Andy Warhol, lo studio di Saul Steinberg e la sede del Partito comunista americano, si ritrovava tutto il mondo dell’arte e della moda alternativa. Incontravo Robert Smithson e riuscivamo a parlare nel trambusto della folla; aveva visto i camion scaricare detriti nel New Jersey e ne stava facendo opere d’arte. Ricordava come nel 1858 l’architetto Olmstead avesse preso un terreno malmesso nel centro della città e ne avesse fatto il Central Park e come questo poi era stato deteriorato rispetto all’estetica originale. Un atteggiamento altrettanto puritano l’aveva Don Judd. Sempre arrabbiato, litigava con tutti; non lo si vedeva al bar, pur essendo, credo, un buon bevitore. Viste adesso, le opere di Judd e Smithson appaiono invece di un’eleganza assoluta. Le loro idee nascevano dalla passione. Smithson sposò Nancy Holt, un’artista che già faceva arte nel paesaggio. Dopo che, nel 1973, l’aereo dal quale esplorava il terreno dove costruire l’Amarillo Ramp, in Texas, precipitò, fu Nancy a ripubblicare gli scritti e a sostenere la sua arte. Il loro cercare l’impossibile estensione dell’arte a livello cosmico era romanticismo assoluto. Ad un certo punto, la famosa Spiral Jetty di Smithson nell’Utah, venne sommersa sotto l’acqua del lago dove era stata costruita con grossi massi e per ben cinque anni dopo la morte dell’autore fu visibile soltanto come un rottame di nave sott’acqua. riaffiorata soltanto da poco, incrostata di sale e terra rossa. Michael Heizer scavò due enormi vuoti prismatici da una parte e dall’altra di un canyon, il Double negative, 1969-’70. Quando si guardano dall’alto, sembra di osservare un’immensa e precisa sbarra di vuoto che congiunge le sponde del baratro. Nel 1977, Walter De Maria piantò 400 pali puntuti come giavellotti di acciaio inossidabile, Lightning Field, in una griglia geometrica di un chilometro europeo per un miglio americano, nella terra arida di una pianura piatta del New Mexico. Quando scoppia un temporale, attirano le folgori degli dèi: è uno spettacolo grandioso. Invece della tela, questi artisti usavano la terra intera come campo d’azione, ma in pratica i risultati sono sempre pittorici. Fu inventata la denominazione Site specific installation. Per le gallerie, Smithson produsse i Non site, frammenti delle sue operazioni nei siti, portati lì come souvenirs dell’opera lontana. Sia lui che tutti gli altri documentarono le loro avventure negli spazi del West con foto e note diaristiche. Io facevo parte di un gruppetto che nella cronaca è considerato un po’ più giovane di quelli del Minimalismo e della Land Art anche se avevamo chi più chi meno la stessa età. I miei amici erano Gordon Matta-Clark, Suzie Harris, Richard Nonas, Charles Simmons. Si viveva da scapigliati con amori intercambiabili. In uno studio, credo fosse quello di Jene Highstein o di Gordon Matta-Clark, si tenevano feste con musica e discussioni. Si pensava di non sottomettersi alle convenzioni borghesi. Si ballava contro ritmo e, come sempre, si beveva molto. In fondo al loft, c’era la toilette e i suoi muri e porta erano stati abbattuti così che chiunque dovesse fare i propri bisogni occorreva che li facesse in pubblico. Io ero sempre l’unico pittore nel gruppo. Da noi nacque il primo spazio alternativo, PS1, una scuola abbandonata nella quale si condussero innumerevoli azioni che ne incorporavano le caratteristiche. PS1 ora è un museo bianco come gli altri ed è parte del Moma, ma negli anni Settanta il suo edificio stesso divenne un sito denso di memorie e proiezioni sul futuro con il quale interagivano gli artisti. Le mie presenze lì sono state molte, ho fatto una dozzina di esposizioni, azioni e costruzioni fino all’ultimo giorno prima che venisse ristrutturato. Max’s Kansas City chiuse i battenti verso il 1974, quando emerse da un lato la cultura dei Punk e dall’altro esplose la commercializzazione rampante della cultura. Da allora alcuni artisti visuali sono divenuti stelle del firmamento ufficiale e danaroso. Altri meno. Heizer sta lottando da anni per costruire City, in una remota regione del Nevada. una grandiosa città inabitabile di volumi astratti in terriccio e cemento, monumento a riti sconosciuti. Se ne sa poco perché l’artista è riluttante a farsi pubblicità, ma con tutta probabilità questa impresa faraonica sarà l’opera d’arte più grande del nostro tempo. Heizer è rimasto senza soldi, malgrado il sostegno della fondazione del ”Dia center for the arts” che finanzia la costruzione e la conservazione di molte opere di Land Art. Oggi la dissacrazione è diventata una pratica per la quale si potrebbero scrivere manuali d’istruzione, una contraddizione in termini, e con la quale i pompiers di turno fanno molti soldi. I nostri sono gli anni dello Sbadiglio Competente. Di solito gli artisti visivi, soprattutto quelli che lavorano nelle gallerie private, ripetono variazioni delle loro prime idee, per le quali lo stesso tipo di persona che li disprezzava agli inizi ora paga milioni di dollari. I lavori di Smithson si trovano ricostruiti nei musei e nelle gallerie. Hanno tutti scordato che era solito dire: ”L’interno di una galleria è un sito tragico» (’Corriere della Sera” 2/7/2007).