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 2007  giugno 30 Sabato calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

WASHINGTON – Assieme al gotha dell’ industria mondiale, dalla Nokia alla Unilever e dalla Siemens alla Total, due aziende italiane, l’Eni e la Telecom Italia, figurano tra le grandi imprese che, secondo la Sec ( Securities and exchange commission), la Commissione di controllo della Borsa di New York, «appoggiano indirettamente il terrorismo». La Sec ha pubblicato una lista nera delle società che operano o che conducono affari con quelli che il dipartimento di Stato definisce «Paesi sponsor del terrorismo», la Corea del Nord, Cuba, l’Iran, la Siria e il Sudan. E vi ha incluso la Telecom Italia perché possiede il 27% della Etecsa, la telefonia cubana, e l’Eni perché è presente in Iran. Ha dichiarato il presidente della Sec Christopher Cox, un ex deputato repubblicano: « un’iniziativa in difesa degli investitori. Se il loro denaro va a Paesi sponsor del terrorismo o che praticano il genocidio, hanno il diritto di saperlo».
Ma l’iniziativa, presa alla vigilia dell’attentato sventato ieri a Londra, ha suscitato una tempesta. Una valanga di email e telefonate di protesta si è abbattuta sull’Organizzazione per gli investimenti internazionali di New York, che conta 1.200 aziende. Il suo direttore Todd Malan si è recato da Cox. «Non potete accusarci di appoggio al terrorismo», ha tuonato. «Molte imprese ne sono vittime, non complici. Inoltre il vostro elenco si basa sui rapporti annuali delle società, e alcuni sono datati: varie ditte hanno lasciato quei Paesi, altre vi stanno riducendo gli investimenti». La risposta di Cox: «Sappiamo che queste aziende non finanziano direttamente il terrorismo, ma temiamo che dei terroristi possano trarre guadagno dalla loro attività e gli azionisti ne devono essere informati».
Le imprese sulla lista nera della Sec sono in genere europee e includono compagnie petrolifere come la British Petroleum e la Royal Dutch, e banche come Credit Suisse. Ma non mancano le americane, dalla Xerox alla Schlumberger. Quest’ultima opera nel Sudan, dove però svolge anche azioni umanitarie. il motivo per cui Adam Sterling, il fondatore della task force «Disinvestire dal Sudan», ne ha preso le difese: «Ho indotto 18 ditte a venire via dal Sudan ma spero che la Schlumberger vi rimanga perché sta facendo del bene». E si è scagliato contro la Sec: «La sua lista nera è fasulla, nessuna delle società denunciate fa affari coi terroristi. Quelle che li fanno sono tutte sulla mia lista nera, ma Cox non ne nomina neanche una». Stando a Malan e a Sterling, in ossequio al presidente Bush la Sec tenta di intimidire le aziende che rifiutano di boicottare i cinque «Stati canaglia». Cox respinge l’accusa: «Non è un espediente per rafforzare le sanzioni contro di essi».
La lista è reperibile sul sito Internet della Sec (www.sec.gov), alla voce «Investor». Compare l’elenco dei seguenti Paesi: Corea del Nord, Cuba, Iran, Siria e Sudan e, legate ad essi, una cinquantina di compagnie. La Commissione vi ha accluso passi tratti dai loro rapporti annuali. Quello della Telecom Italia spiega come sia arrivata ad acquistare il 27% dell’Etecsa. Quello dell’Eni evidenzia che «una parte sostanziale delle nostre riserve di gas e di petrolio si trova in Paesi politicamente, socialmente ed economicamente instabili». L’Eni segnala anche che «l’attività in Iran potrebbe portare a delle sanzioni nei nostri confronti in base alla legge americana». Contro la Siria il presidente Bush ha ieri adottato una curiosa misura: in ritorsione per le interferenze siriane in Libano, ha interdetto l’ingresso in Usa ad alti funzionari di Damasco e ai loro sostenitori a Beirut. Bush ha all’esame anche nuove misure contro l’Iran e il Sudan. Con la Corea del Nord sta invece dialogando e su Cuba ha detto che aspetterà che Castro muoia.