Note: [1] Vittorio E. Parsi, Avvenire 28/6; [2] e. f., la Repubblica 11/5; [3] Richard Newbury, Corriere della Sera 28/6; [4] Cinzia Sasso, Corriere della Sera 25/6; [5] Giuliano Gallo, Corriere della Sera 20/6/2007; [6] John Lloyd, la Repubblica 27/6; [7, 20 giugno 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 2 LUGLIO 2007
Dopo dieci anni e 56 giorni, si è chiusa mercoledì una delle stagioni più brillanti della Gran Bretagna del secondo dopoguerra. Vittorio E. Parsi: «Tony Blair ha completato il lavoro della signora Thatcher (e di John Mayor), ha modernizzato in maniera ancora più decisa la Gran Bretagna senza fermarsi neppure di fronte alle cattedrali del privilegio: ha riformato la Camera dei Lord e ha rinnovato il sistema universitario, rendendolo efficace e competitivo con quello americano. Ha concesso la devolution alla Scozia e ampia autonomia al Galles, ha consolidato il primato della City e fatto di Londra la città che attira la maggior parte delle energie creative del Pianeta». [1]
I ricchi sono diventati più ricchi nel decennio blairiano, esattamente come è avvenuto negli Stati Uniti. Parsi: «E, come in America, il gap tra ricchi e poveri si è ampliato. Ma a differenza che negli Usa, anche i poveri sono diventati meno poveri negli anni di Blair, hanno cioè aumentato il proprio reddito in termini reali. Questa è l’Inghilterra che Blair lascia al suo successore Gordon Brown». [1] Enrico Franceschini: «Sono dieci anni che aspetta, anzi tredici: nel 1994, quando Tony Blair fu eletto leader del Partito laburista, Gordon Brown pensava che l’incarico dovesse toccare a lui. Ma si fece a malincuore da parte, convinto che il più giovane e telegenico collega avesse migliori possibilità di diventare premier. Dal ”97, quando Blair entrò a Downing street, Brown è cancelliere dello Scacchiere, ovvero ministro delle Finanze: il merito di un decennio di boom economico, nel Regno Unito, è in larga misura suo». [2]
Figlio di un pastore presbiteriano, Brown era già laureato (storia) a diciannove anni. Richard Newbury: «A 26 anni era presidente del Scottish Labour Party, mentre alla stessa età Tony Blair, sotto l’influenza di Cherie, stava giusto pensando se iscriversi al partito. Brown è ”tribalmente” laburista. Blair dice che ”non è nato nel Partito laburista, lo ha scelto”. Vennero eletti insieme nel 1983, l’anno che segnò il punto più basso dei laburisti, che si erano presentati alle elezioni con un programma di 83 pagine definito ”il più lungo biglietto di suicidio della storia”. Brown insegnò a Blair tutto quello che c’era da sapere sul Partito e sulla politica». [3]
L’amicizia nata nell’83, quando i due erano deputati alla prima legislatura, si è presto deteriorata per ragioni di carriera, e nel 2004 è diventata incomunicabilità e risentimento. Cinzia Sasso: « paranoico e ossessivo, deve farsi sistemare la testa, diceva Tony di Gordon mentre questi aspettava che l’amico tenesse fede al patto della staffetta. Non c’è una parola di quello che mi dice a cui possa credere, ha cominciato allora a dire Gordon a proposito di Tony». [4] Giuliano Gallo: «Secondo Barry Cox, amico da 30 anni dei coniugi Blair, le prime difficoltà di rapporto fra Gordon e Blair erano cominciate addirittura nel 1994, quando i due si erano accordati segretamente: se tu non ti candidi per la leadership laburista, fra qualche anno io mi faccio da parte e ti cedo il posto, aveva promesso Blair. Promessa che Blair si era detto pronto a mantenere solo nel 2001, in cambio però dell’assenso di Brown all’ingresso della Gran Bretagna nell’euro. Assenso negato, livello di inimicizia ormai alle stelle». [5]
Gli inglesi ricordano perfettamente quando fu la prima volta che videro Gordon Brown sorridere. Newbury: «Era il 7 settembre 2006 e Brown era appena uscito da una lite furibonda, sulla terrazza del Numero 10 di Downing Street, durante la quale finalmente Tony Blair aveva accettato di lasciargli il posto entro il giugno 2007». [3] Brown è l’undicesimo primo ministro a guidare il Paese durante il regno di Elisabetta II. John Lloyd: « del parere che siamo di fronte a un tracollo morale, sia a livello individuale che a livello sociale, e questa opinione lo spinge a leggere con particolare interesse le opere di pensatori che sono del suo stesso parere: quasi tutti di destra, peraltro. La sinistra contemporanea, specialmente dopo la fine degli anni 60, ha spesso considerato con un certo sdegno una moralità che veniva vista come ”borghese”. La destra, al contrario, ha frequentemente messo in guardia dall’avvento di una lebbra sociale». [6]
La parola d’ordine è rinnovamento. Guido Santevecchi: «E per dare il senso Gordon Brown ha presentato un governo con tre nuovi ministeri: quello per ”Bambini, Scuole e Famiglie”; ”Affari, Imprese e Riforma delle Regole”; ”Innovazione, Università e Capacità”. Ha dato per la prima volta nella storia del Regno Unito gli Interni a una donna: Jacqui Smith, 44 anni. E ha affidato gli Esteri a David Miliband, promuovendolo dall’Ambiente: a 41 anni è uno dei più giovani segretari di Stato mai visti al Foreign Office. Età media dei 22 ministri del Cabinet 49 anni, rispetto ai 54 del gabinetto Blair». [7] Anthony Giddens: «Essere Primo ministro è qualcosa di molto diverso che amministrare le finanze di una nazione: significa rivolgersi a un pubblico più vasto, essere accessibile e lavorare con una molteplicità di soggetti e gruppi diversi, a livello interno tanto quanto internazionale. Alcuni ministri delle finanze un po’ ovunque hanno fallito in questo stesso salto di funzioni». [8]
Né il Paese, né il partito laburista si sentono davvero rassicurati dall’idea di vedere Brown nella poltrona di primo ministro. Bill Emmott: «Questo premier inevitabile è anche un premier poco amato e, per molti, non voluto. Questa stranezza nasce in parte dal fatto che in Gran Bretagna il primo ministro viene sostituito senza elezioni generali, un fenomeno che mette sempre in imbarazzo gli inglesi. Dopo le elezioni del 2005, in cui i laburisti sono usciti con una maggioranza molto ridotta, la costituzione non prevede un’altra tornata elettorale fino al 2010. In pratica, è probabile che le elezioni si svolgeranno entro il 2009 al più tardi, perché pochi primi ministri intendono aspettare fino all’ultimo momento consentito prima di indire le successive elezioni». [9]
Brown potrebbe indire le elezioni in anticipo, nel 2008, per farsi confermare il mandato direttamente dall’elettorato. Emmott: «In questo momento, tuttavia, i conservatori dell’opposizione sono in vantaggio, nei sondaggi di opinione, rispetto ai laburisti, di otto o nove punti percentuali. Mr Brown si aspetta di vedere i sondaggi mutare in suo favore prima di arrischiarsi a indire elezioni anticipate». [9] Un sondaggio pubblicato dall’Observer dà, per la prima volta dopo otto mesi, il Labour in risalita. Sasso: «Da quando è apparso sicuro che Brown avrebbe preso il posto di Blair, la percentuale di voto è salita di 4 punti collocando i laburisti al 39 per cento, contro il 36 dei conservatori. Ma anche nella competizione personale, Brown risulta vincente e umilia il giovane e brillante David Cameron, che sembrava una stella in ascesa: il 40 per cento degli elettori (contro il 22 per Cameron) dice che è lui l’uomo più affidabile per il ruolo di primo ministro». [10]
Il problema dei laburisti è la disillusione dell’opinione pubblica. Le ragioni di tale malessere diffuso sono sostanzialmente tre. Giddens: «La prima è il danno prolungato arrecato al partito dallo ”spin”, le manipolazioni. Nei primi anni del governo Blair, il Labour è stato per così dire ri-etichettato, alla stregua di un prodotto commerciale. Si è trattato di un approccio rivelatosi poi controproducente: in molti non credono più nelle statistiche che i laburisti sbandierano a riprova dei loro risultati». [8]
Secondo problema: i laburisti governano da troppo tempo. Giddens: «La consuetudine comporta noia. Molti stanno iniziando a pensare: ”Diamo una chance agli altri”, proprio come avvenne a favore dei laburisti nel 1997». Il terzo motivo è il più grande e scomodo: «L’Iraq. La débacle in quel Paese è costata a Blair una buona fetta della sua popolarità. Quasi sicuramente Brown fisserà un calendario preciso per il ritiro delle truppe britanniche dall’Iraq, ma dovrà saper prendere le distanze dall’Amministrazione Bush più di quanto Blair fosse disposto a fare. Oltre l’ottanta per cento della popolazione crede che Blair fosse troppo vicino a Bush». [8]
Brown non è una creatura politica per tempi dominati dal video: è più un Al Gore che un Bill Clinton (e non può certo paragonarsi a Tony Blair). Emmott: «La domanda che oggi assilla tanto lui quanto gli elettori inglesi è: ”che cosa può fare per superare questi ostacoli?”. La tentazione, e certamente quella dei suoi collaboratori, sarà di far finta che sia cambiato: il nuovo primo ministro è un uomo nuovo, che si è sacrificato per un intero decennio a far da spalla a Tony Blair, mentre oggi è contentissimo di baciare i bambini e di mostrare un volto più popolare, meno severo e intellettuale. Gordon Brown ha già messo in atto le nuove tattiche. Una volta insediato a capo del governo, però, un comportamento del genere rischia di trasformarsi in un errore. La sua immagine è troppo radicata per consentirgli spazi di manovra. Se cerca di dimostrarsi popolare, sarà sempre sconfitto dal leader conservatore David Cameron, di dieci anni più giovane e un uomo politico spontaneo, sullo stile di Blair e Clinton». [9]
Per la serie, appena inaugurata, delle differenze, tra l’ipermediatico governo Blair uscito di scena mercoledì e l’austero governo Brown entrato in servizio giovedì, è impossibile non notare la diversità di atteggiamento rispetto al nuovo allarme terroristico, il cosiddetto «battesimo di Al Qaeda per Gordon», com’è stato subito definito. Marcello Sorgi: «Mentre infatti, dal Primo ministro alla nuova ministra dell’Interno Jacqui Smith, dal capo della polizia metropolitana Ian Blair al responsabile dell’antiterrorismo Peter Clarke, era tutto un susseguirsi di allerta, raccomandazioni, e perfino paragoni tra Baghdad e Londra per via dell’autobomba, classico e quotidiano strumento iracheno di terrore, c’era chi ricordava che a Ferragosto di un anno fa, quando un’indagine preventiva sventò quello che avrebbe dovuto essere ”un secondo 11 settembre”, Tony Blair, trovandosi in vacanza alle Barbados, decise di rimanerci». [11]