Fabio Cavalera, Corriere della Sera 30/6/2007, 30 giugno 2007
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO - Duecento miliardi di dollari, se ci riferiamo ai dati del Fondo Monetario, sono un bel pezzo del prodotto interno lordo italiano (attorno ai 1900 miliardi di dollari). E sono abbastanza vicini alla cifra che indica la ricchezza accumulata nel 2006 da Paesi come la Grecia o la Finlandia o l’Austria. Duecento miliardi di dollari sono pure il pil che la Cina registrava nel 1994, quando la sua economia aveva cominciato la Lunga Marcia verso la liberalizzazione. E questa può essere la data per un raffronto significativo. Perché oggi la stessa montagna di denaro sta per essere trasferita dal portafoglio cinese sui mercati internazionali.
Un’operazione straordinaria che toglie liquidità al sistema Cina, lo rende più snello e lo aiuta a raffreddare le tensioni speculative. Contemporaneamente dà fiato alle ipotesi di nuovi e giganteschi investimenti che il Dragone si appresta a compiere in giro per il mondo.
Se nel 1994 l’Impero di Mezzo era alle prese con la prospettiva ravvicinata ma dal risultato incerto di sbarazzarsi delle ricadute del collettivismo, ora superate le timidezze può permettersi aggiustamenti strutturali di prima grandezza. E può mettere sul piatto un tesoro che equivale alla ricchezza che esprimeva poco più di un decennio fa.
Chi accusa la Cina di non avere una vocazione per la diversificazione della sua economia e di non essere pronta alla sfida globale deve ricredersi. Il meccanismo di questa svolta che sta per essere varata dalla Assemblea Nazionale è tutto sommato semplice. Il ministero delle Finanze viene autorizzato a emettere Treasury bond per 200 miliardi di dollari e, con le sottoscrizioni raccolte, a costituire un fondo che comprerà dalla Banca centrale riserve di pari valore (il monte complessivo che custodisce la Peoples’s Bank of China si avvicina ai 1300 miliardi). Con questa massa di moneta la nuova Agenzia di Stato per gli Investimenti (in verità si tratta proprio di un fondo «sovrano »)) si guarderà attorno per indirizzarsi verso gli approdi di miglior rendimento, industriali e finanziari.
Una sorta di antipasto, la prova generale di una strategia di alleggerimento delle riserve valutarie, si è avuta qualche settimana fa quando la Cina - sempre pescando dal portafoglio valutario della sua Banca Centrale - aveva acquistato per 3 miliardi di dollari il 10% di Blackstone, fondo americano di private equity da pochi giorni all’ esordio a Wall Street. «Gli investimenti - hanno annunciato le autorità cinesi - potranno essere anche indirizzati nei comparti a rischio».
L’emissione dei bond e la parallela dismissione di una bella fetta di riserve detenuta dall’Istituto centrale è una risposta importante alle sollecitazioni di parte Usa ed europea a non congelare il fortissimo e crescente surplus della bilancia commerciale e a rimetterlo nel circuito dei mercati internazionali.
Ma è anche uno strumento che consente alle autorità cinesi di drenare liquidità dal mercato e migliorarne il controllo macroeconomico. La Cina per continuare a credere nella crescita ha bisogno di rallentare la sua corsa, alimentata anche da una eccessiva circolazione di moneta.
La scelta di gettarsi a capofitto nell’avventura di un «fondo sovrano» con un portafoglio record di 200 miliardi è lo specchio della sua contraddizione: una economia con un motore potente, tanto potente che addirittura può andare fuori giri.