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 2007  giugno 29 Venerdì calendario

BOSSI

BOSSI Giancarlo Abbiategrasso (Milano) 19 febbraio 1950. Il missionario sequestrato nel 2007 (10 giugno-19 luglio) da un gruppo islamico nel sull’isola di Mindanao (su d delle Filippine, maggioranza musulmana) • «Dimagrito, la barba un po’ più lunga e incolta, gli occhi di uno che capisce tante cose, padre Giancarlo Bossi è tornato tra di noi. La vecchia madre, rassegnata a passare il suo ottantesimo compleanno in angoscia, è travolta dalla contentezza, il Papa gioisce, il premier Prodi ha detto le parole più belle ed essenziali: ”Padre Bossi è stato liberato”. Ma la festa [...] appartiene soprattutto a quell’Italia umile e vitale che nutre le schiere dei nostri missionari. Gente che non fa parte di nessun palazzo, che non si sente importante ”in missione”, che gira con magliette a righe e pantaloni senza tempo portando umanità, speranza, vicinanza, fede, comprensione, condivisione. Ce ne sono tantissimi, in tutti i continenti, attivi, silenziosi, caparbi e di buon umore. Con quello sguardo sveglio e così concreto, che tutti abbiamo scorto nelle immagini di padre Bossi, rivisitate nelle lunghe settimane di ansia per la sua sorte. l’Italia che l’Italia spesso non conosce, ma che si rispecchia negli occhi di migliaia di bambini nelle baraccopoli e nelle giungle del Terzo mondo, è quel tipo di uomini e di donne (perché ci sono anche le suore) che hanno in sé un’infinita carica di solarità e fraternità, condita di ironia, di semplicità, di quel buon senso che scavalca dogmi e prescrizioni fatte di carta. Giancarlo Bossi, come tanti suoi confratelli, viene dalla provincia. Da Abbiategrasso. Conosceva e conosce bene il paese in cui ha operato da più di vent’anni. E si può star certi che ha vissuto la drammatica esperienza di trentanove giorni di prigionia e di pericolo di morte molto diversamente da chi mediaticamente l’ha seguita nelle retrovie. Perché quando si decide di mettere in gioco la propria esistenza in un orizzonte, che dal punto di vista della società opulenta non ha nessuna attrattiva, ci si getta in un legame, quasi in un intreccio di affetto con la nuova patria scelta, che comprende tutto: anche il rischio di perdersi. Un confratello di padre Bossi, che ha vissuto la stessa esperienza di prigionia e ha visto la morte in faccia, ha raccontato [...] che si tratta di un ”passaggio” dopo il quale tutto cambia: l’essenziale viene esaltato, il superfluo finisce scartato, resta solo la gratitudine profonda del rapporto con Dio. Così Bossi, tornato fra noi, ha anche molto da dirci. E molto hanno da dirci questi trentanove giorni in cui si sono visti improvvisati fan del missionario, che hanno tentato di imbastire piccole manovre propagandistiche per accreditare l’idea che vi fossero rapiti di serie A e sequestrati di serie B. Fautori di guerre disastrose, che hanno portato terrorismo e fondamentalismo in Medio Oriente distruggendo secoli di convivenza tra cristiani e musulmani, hanno provato ad alzare la voce per accreditarsi come difensori dei cristiani perseguitati. Il flop ha sommerso queste trovate di piccolo cabotaggio. E ancora una volta proprio tra i missionari e tra i parenti di padre Bossi è risuonata la voce di un’Italia che si affida alla concretezza e rifiuta il fanatismo. ”Tutti dovrebbero comportarsi come se giocasse la Nazionale, fare il tifo per la liberazione di Giancarlo, al di là degli schieramenti”, ha detto Marcello Bossi, fratello del missionario. E i suoi confratelli del Pime hanno respinto le polemiche politiche, dicendosi dispiaciuti che la vita di un a persona fosse strumentalizzata. Ma anche quando in un primo momento si è prospettata l’ipotesi di un rapimento da parte di guerriglieri islamici, i capi missionari hanno invitato a conservare lucidità di giudizio e di analisi, senza abbandonarsi ad una frettolosa descrizione della vicenda come di un conflitto tra cristiani e musulmani. [...]» (Marco Politi, ”la Repubblica” 20/7/2007).