Claudio Magris, Corriere della Sera 29/6/2007, 29 giugno 2007
Biografia di Massimiliano d’Asburgo, tragico imperatore del Messico
«Massimiliano, non ti fidare/ resta al castello di Miramare!/ Quella corona di Montezuma/ è un nappo gallico, pieno di schiuma./ Del Timeo Danaos or ti ricorda:/ Sotto la porpora trovi la corda». Così diceva a Trieste, nel 1864, una canzonetta anonima intrisa di quei riferimenti colti e aulici così frequenti, scrive Gian Luigi Beccaria in un grande saggio, nel canto popolare. Quelle strofe orecchiabili si riferivano all’offerta della corona del Messico a Massimiliano d’Absburgo, il fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe. Ricevette quell’offerta nell’improbabile castello di Miramare in cui risiedeva e che aveva fatto costruire insieme al meraviglioso parco sulle aspre rocce carsiche in riva al mare di Trieste. L’arciduca Massimiliano avrebbe fatto bene ad ascoltare quella canzone, che paragonava quell’assurda corona al cavallo di Troia e agli insidiosi doni dei greci antichi, di cui il verso virgiliano inserito nella canzone stessa dice che bisogna diffidare. Ma il figlio d’Absburgo non ascoltò quella saggezza popolare né se stesso; «sono felice nel mio caro Miramar» aveva scritto in una lettera con parole riprese alcuni anni fa nel titolo di uno spettacolo di Paola Bonesi, ma partì, come dice la poesia di Carducci, sulla «fatal Novara» verso un tragico e patetico destino, in fondo coerente con la sua personalità contraddittoria, che la recentissima biografia di Gabriele Prasch-Pichler mette in luce. Illuminato liberale che aveva governato con spirito aperto e riformatore il Lombardo-Veneto e condannato la schiavitù dei neri in America, egli era anche il romantico reazionario che a Granada, sulla tomba di Ferdinando e Isabella, si abbandonava a visionari sogni di impossibili imperi; buon scrittore di viaggi e mediocre poeta, degno erede di un vero trono che accetta con dilettantesca ingenuità il trono illusorio e insensato di un paese di cui non sa quasi nulla, si paragonava, in una sua lirica, a un uccello ferito all’ala e impedito di volare. Imperatore del Messico, innalzato a un potere impotente per bloccare la rivoluzione sociale e nazionale del presidente Benito Juarez nell’interesse dei francesi, Massimiliano diviene una controfigura di sé stesso, una marionetta nelle mani dei francesi, che tirano le fila del suo agire e lo lasciano cadere, quando egli, pur combattuto da Juarez e dalla sua rivoluzione, cerca di governare, secondo il suo animo generoso e il suo senso austriaco dello Stato, con liberalità, sensibilità sociale e laicità avversa all’ingerenza della Chiesa. Abbandonato dall’esercito francese del maresciallo Bazaine, Massimiliano rifiuta di fuggire, a differenza di altri sovrani felloni prima e dopo di lui. Resta con quello che considera il suo popolo, sino ad affrontare con estrema dignità la morte, la fucilazione a Queretaro da parte dei rivoluzionari; la moglie Carlotta gli sopravviverà, impazzita, per lunghissimi anni, divenendo anche lei una figura del mito. I due infelici sposi imperiali hanno comprensibilmente sedotto la fantasia letteraria e cinematografica, dal dramma di Franz Werfel a quello di Friedrich Schreyvogel che mio padre Duilio fece mettere in scena tanti anni fa in uno spettacolo di luce e suoni a Miramare, a molti film tra i quali un vecchio e fascinoso polpettone con un grande Paul Muni che interpretava Benito Juarez (per amor del quale il padre diede a Mussolini il suo nome) e spiegava a Massimiliano prigioniero, in una scena memorabile, il suo profondo rispetto per lui e il dolore ma anche la necessità di fucilarlo, per ammonire le potenze europee a non farsi arrogantemente arbitre delle sorti del suo popolo. Fra le tante rielaborazioni letterarie di questa vicenda, la più grande è il possente – «barocco, stravagante e smodato» – romanzo Notizie dall’impero del narratore messicano Fernando del Paso, uno dei più significativi scrittori di ogni paese. Uscito nel 1986 e tradotto in molte lingue con notevolissimo successo (come il precedente romanzo-epos Palinuro del Messico, 1976, che l’aveva clamorosamente imposto all’attenzione internazionale) il libro esce ora in Italia presso un piccolo editore-stampatore, Profeta, cui va una profonda gratitudine per aver pubblicato un testo bellissimo e smisurato, difficilissimo da tradurre e mirabilmente tradotto da Giuliana Dal Piaz in un lavoro di anni, iniziato per puro entusiasmo prima di avere qualsiasi prospettiva editoriale. Straripante e polifonico, secondo la tradizione narrativa latino- americana, il libro intreccia e fonde prospettive, storie e piani diversi; il romanzo sperimentale joyciano diviene una lussureggiante e grandiosa epopea, di ardita ma pienamente comprensibile e trascinante invenzione linguistica che sembra far parlare le cose stesse, il groviglio della vita e della passione, in un geniale impasto di fantasia dilatata e precisione concreta, sensuale, attenta a ogni istante e a ogni particolare della realtà. Renzo Sanson su Il Piccolo ha parlato di una grande corrente fluviale, gorghi e sabbie mobili che risucchiano, acqua densa che trascina tronchi marciti e fogliame di cespugli divelti ma anche delicatissimi e geometrici merletti. I capitoli dedicati al resoconto storico – talora mediato da lettere, intessuto di riflessioni ironiche, allargato a comprendere non solo la politica e le battaglie ma anche la quotidianità, i cibi, le canzoni popolari, il tropicale e tragico fluire di tutta l’esistenza – si alternano ai capitoli (poeticamente più alti) in cui tutto è narrato attraverso il monologo delirante di Carlotta, vegliarda demente che mescola tempi e luoghi, in un continuo morire del presente e violento emergere del passato. il Tempo stesso che parla nell’appassionato, doloroso e implacabile vaneggiamento di Carlotta, aggrovigliandosi e srotolandosi come un gomitolo, generando e divorando incessantemente la vita e la storia. Come in Palinuro del Messico, pure in questa grottesca epopea stagioni ed epoche si condensano in un eterno e fugace e lacerato presente