Sergio Romano, Corriere della Sera 29/6/2007, 29 giugno 2007
Caro Romano, si continua a usare, penso impropriamente, il termine «sinistra radicale» per riferirsi alle forze che sono collocate a sinistra dei Ds
Caro Romano, si continua a usare, penso impropriamente, il termine «sinistra radicale» per riferirsi alle forze che sono collocate a sinistra dei Ds. Ebbene, mi pare scorretto verso i Radicali italiani che hanno una loro denominazione pluridecennale e che non si identificano con quell’area che altrimenti potrebbe essere definita come sinistra massimalista o estrema sinistra o sinistra antagonista o sinistra tradizionale o in altri modi ancora. Se non sbaglio i Radicali italiani hanno chiesto invano che non venisse più usata questa espressione. Mi associo, da cittadino non appartenente ad alcun partito a tale richiesta, per rispetto verso una tradizione politico-culturale. Manlio Rizzo lichene@alice.it • Le segnalo una nota sul «radicalismo» scritta da Arturo Colombo per il dizionario di politica diretto da Bobbio, Matteucci e Pasquino. Colombo scrive che il radicalismo italiano «trae origine nel Risorgimento dal Partito d’Azione» e nasce come «dissidenza dal repubblicanesimo mazziniano più intransigente per costituire il primo nucleo della sinistra parlamentare». Il Partito radicale di Marco Pannella nacque invece nel 1956 quando «l’ala sinistra del Partito Liberale italiano rifiutò la scelta conservatrice del nuovo segretario Giovanni Malagodi». Come vede la parola radicale può avere significati diversi, fra cui, per l’appunto, quello letterale che si adatta particolarmente bene alla sinistra massimalista.