Sergio Romano, Corriere della Sera 29/6/2007, 29 giugno 2007
In Italia il problema del fabbisogno energetico si fa sempre più spinoso. Dagli anni Settanta non sono stati fatti passi avanti ma indietro
In Italia il problema del fabbisogno energetico si fa sempre più spinoso. Dagli anni Settanta non sono stati fatti passi avanti ma indietro. Ora, siamo costretti a importare a caro prezzo energia nucleare da Paesi come la Francia che ha costruito le proprie centrali a ridosso delle Alpi, per cui in caso di incidente il danno sarebbe identico a quello prodotto da centrali collocate sul nostro territorio. L’energia non importata è prodotta con enormi danni ambientali nelle centrali a combustibile (il carbone produce grandi quantità di gas a effetto serra). Se, ottemperando al protocollo di Kyoto, vogliamo preservare un ambiente vivibile, non possiamo continuare su questa strada. Il nucleare, se non è il meglio, è per lo meno il «meno peggio». giunta l’ora di prendere una decisione. Ogni ritardo riduce le capacità di sviluppo del nostro Paese e contribuisce a inquinare sempre più. Omar Valentini Salò (Bs) Caro Valentini, per dare ai lettori una migliore idea dell’importanza che l’energia nucleare per usi civili ha oggi nell’economia mondiale, ricordo alcuni dati tratti dalla documentazione della World Nuclear Association. Il nucleare contribuisce alla produzione del 16% dell’elettricità mondiale e del 34% dell’elettricità europea. Vi sono centrali nucleari in 15 Paesi dell’Ue con percentuali, rispetto alla quantità di elettricità consumata, che vanno dal 78% della Francia al 3,5% dei Paesi Bassi. Su scala mondiale i reattori funzionanti sono 437, quelli in costruzione 30, quelli già progettati 74, e quelli proposti 162. La Francia ha deciso di rinnovare le proprie centrali e di costruire reattori dell’ultima generazione. La Gran Bretagna ha annunciato nelle settimane scorse un piano analogo. Gli Stati Uniti (dove il nucleare assicura il 20% dell’energia elettrica prodotta nel Paese) offrono sussidi fiscali per aumentare il numero delle centrali esistenti. La Finlandia sta costruendo una nuova centrale. La Germania e la Svezia hanno deciso di abbandonare l’energia nucleare, ma la prima lo ha fatto con un programma deciso all’epoca del governo rosso-verde di Schröder che i cristiano-democratici vorrebbero rivedere. I Paesi Bassi avevano preso una decisione analoga, ma hanno cambiato idea. Il caso più interessante è quello della Cina dove le 11 centrali funzionanti producono l’1,9% dell’elettricità. Ma ve ne sono 4 in costruzione, 23 in corso di progettazione e 54 allo studio. In Italia, come noto, ogni piano nucleare è stato sepolto dal referendum del novembre 1987. Ma consumiamo elettricità prodotta con il nucleare francese, come lei ha ricordato; ed esiste ormai paradossalmente, da quando l’Enel ha comperato un reattore slovacco, un nucleare italiano all’estero. Per quanto sommario e incompleto questo quadro dimostra come siano diverse e contraddittorie le politiche delle maggiori economie mondiali. Le contraddizioni sono emerse nel corso di una tavola rotonda sulla strategia energetica dell’Europa che si è tenuta negli scorsi giorni a Venezia nell’ambito di un Forum organizzato dal Gruppo Unicredit, dal Comune, dalla Fondazione Venezia 2000 e dalla rivista East. Il pubblico, composto da alcuni dei maggiori esperti energetici europei, ha assistito a un interessante battibecco di cui è stata protagonista la presidente del Parlamento austriaco, la socialista Barbara Prammer. Secondo la signora Prammer, il nucleare non garantisce sicurezza e presenta alcuni gravi inconvenienti, fra cui la possibilità di incidenti, lo smantellamento degli impianti obsoleti e il difficile stoccaggio delle scorie. Secondo i partigiani dell’energia nucleare, invece, i reattori dell’ultima generazione e i progressi della tecnologia dovrebbero consentirci di meglio affrontare nei prossimi anni i problemi non ancora risolti. Al convegno si è parlato anche di biomasse, vale a dire, tra l’altro, di etanolo fabbricato con mais o legno e diesel prodotto con alberi di palma o canna da zucchero. Ma numerosi esperti osservano che queste coltivazioni richiedono spazi immensi, consumano grandi quantità d’acqua e producono il rincaro dei prodotti della catena alimentare. Molto più interessante sarebbe invece, secondo Carlo Rubbia, il metodo detto Concentrating Solar Power (Csp): un sistema di specchi, piatti e torri che trasforma l’energia solare in alta temperatura e trae da questa il vapore necessario per la produzione di energia elettrica. Il processo è stato largamente sperimentato negli Stati Uniti ed è oggi il piatto forte del piano energetico spagnolo. Ma anche in questo caso occorre, a quanto pare, molta acqua. La logica vorrebbe che ogni Paese, per prepararsi alla graduale sostituzione del petrolio, prendesse iniziative importanti in alcuni dei grandi settori (nucleare, biomasse, Csp, fotovoltaico, eolico, maree) da cui usciranno le migliori soluzioni di domani. Ma l’Italia, a differenza dei maggiori Paesi dell’Unione, non prepara il futuro e non riesce neppure a realizzare i rigassificatori di cui ha urgente bisogno per meglio affrontare il presente