salvatore Vassallo, Corriere della Sera 29/6/2007, 29 giugno 2007
L a relazione-manifesto con cui Walter Veltroni ha posto la sua candidatura è espressione di una cultura politica post-ideologica che è maturata nel centrosinistra insieme al progetto dell’Ulivo
L a relazione-manifesto con cui Walter Veltroni ha posto la sua candidatura è espressione di una cultura politica post-ideologica che è maturata nel centrosinistra insieme al progetto dell’Ulivo. espressione di un liberalismo compassionevole ed egualitario che cerca di comporre uguaglianza delle opportunità e interclassismo, cultura di impresa e ambientalismo, riconoscimento del ruolo dei mercati finanziari, favore verso la crescita dimensionale delle imprese, rispetto per le religioni e laicità dello Stato, ricerca di una sintesi ragionevole sulle questioni eticamente sensibili, lotta agli sprechi nella pubblica amministrazione e universalismo delle prestazioni sociali, inclusione degli immigrati regolari e severità contro chi delinque. Dei tratti genetici dell’Ulivo nella relazione di Veltroni c’è anche una chiara impostazione bipolare su riforme istituzionali, legge elettorale e referendum, l’idea di un partito nuovo, a vocazione maggioritaria, che nasce mettendo tutti gli aderenti, indipendentemente dalle esperienze politiche passate, sullo stesso piano. Veltroni del resto è la persona oggi più in grado di esprimere quella visione in maniera compiuta, credibile, con modi gentili, senza arroganza. Può presentarsi, al tempo stesso, come espressione dei partiti esistenti e come «valore aggiunto». Quello che in passato era prodotto dal «dialogo» tra Fassino, Rutelli e Prodi, potrebbe essere ora messo in scena da un unico interprete. Se quindi la leadership veltroniana non è un bluff, se non è pura immagine, le varie componenti Ds e Dl si riveleranno prima o poi troppo ingombranti, Prodi e il suo entourage un extra. Da questo punto di vista, l’endorsement dei capi-partito e la mancanza di ulteriori competitori possono essere letti in due modi diversi: come dimostrazione che la candidatura di Veltroni è figlia di un accordo tra apparati, o come dimostrazione del fatto che, dopo avere adottato l’elezione diretta del leader, essa si è imposta per la sua forza oggettiva, costringendo gli altri attori a fare buon viso a cattivo gioco. Così come l’indicazione del ticket con Franceschini può essere frutto di un patto vecchio stile, o della scelta pienamente legittima dello stesso Veltroni di dire in anticipo da chi sarà costituita la sua squadra. La verità sta forse in una, volutamente ambigua, via di mezzo. Questi aspetti non consentono comunque di misurare l’adeguatezza della sua leadership. La prima vera prova verrà, nei prossimi mesi, con la presentazione delle liste per l’Assemblea costituente. Non sfugge infatti che Ds e Dl sono eredi delle componenti politiche organizzativamente più strutturate della Prima repubblica e che dal 2003 in poi hanno fatto man bassa di posti nei governi regionali, locali e nazionale. Il loro ceto politico è cresciuto (per numero e reddito personale) e si è moltiplicato (grazie alle posizioni di staff, nei consigli di amministrazione, nelle autorità indipendenti e così via). Tale esorbitante numero di politici di professione e personale di complemento è ora di fronte ad un imbuto, e percepisce l’elezione all’Assemblea costituente come una irrinunciabile prova della propria esistenza in vita. Per attenuare l’impatto di questa pressione, sono stati ampliati i posti in platea (pari a 2.400) e differite le scelte più spinose – come l’elezione dei segretari provinciali, che implica un dimezzamento secco di quelli attuali – ad un momento successivo e ad arene più appartate. Ciò nonostante la ressa all’ entrata rischia di essere spaventosa, inguardabile. Le promesse di rinnovamento e ri-equilibrio tra i generi rischiano di essere clamorosamente deluse. Dopo aver predicato la riduzione del numero dei partiti e la buona politica, Veltroni rischia di ritrovarsi con otto diverse liste o più a sostegno della sua candidatura, tra loro contraddittorie e tutte piene, in pole position, di ex. All’indomani del voto, rischia di ritrovarsi accerchiato da organismi di partito pletorici e da una intensa «dialettica interna». La prima vera prova Veltroni l’affronterà insomma nelle prossime settimane, quando dovranno essere sciolti tutti i nodi irrisolti sulle regole per il 14 ottobre e dovrà decidere a quanti e quali compagni di strada accompagnarsi. Da lì si comincerà a capire se le virtù del comunicatore sono pari ad una effettiva capacità di esercitare la leadership. Se è plausibile che riesca a fare ciò che promette.