Francesco Giavazi, Corriere della Sera 29/6/2007, 29 giugno 2007
Oggi è l’ultimo giorno utile per decidere che fare del proprio Tfr. È una scelta che riguarda tutti i lavoratori dipendenti, con la sola eccezione degli impiegati pubblici
Oggi è l’ultimo giorno utile per decidere che fare del proprio Tfr. È una scelta che riguarda tutti i lavoratori dipendenti, con la sola eccezione degli impiegati pubblici. Milioni di lavoratori (l’associazione dei direttori del personale stima fino al 70%) non hanno ancora scelto. Se non lo faranno oggi subiranno le regole del silenzio-assenso che sono fortemente punitive (per informarsi si legga «Non è d’oro il silenzio sul Tfr» sul sito www.lavoce.info). Il Tfr rappresenta il 6,91% della retribuzione annua. A questo va aggiunto un contributo addizionale a carico dell’azienda, circa l’1% dello stipendio al lordo delle imposte (ma dal quale potrebbe essere escluso chi non sceglie oggi). Mi sarei aspettato che in queste settimane il governo lanciasse una campagna di informazione per spiegare ai lavoratori l’importanza di questa scelta e i rischi del non scegliere. Che approfittasse di questa scadenza per spiegare ai giovani che fra trenta, quarant’anni quando andranno in pensione, l’Inps non esisterà più e la loro vecchiaia dipenderà da quanto avranno risparmiato e da come avranno investito i loro risparmi. Che accettasse la sfida del Governatore della Banca d’Italia e riducesse, anche di poco, i contributi obbligatori, consentendoci di investire direttamente una parte del risparmio che oggi dobbiamo obbligatoriamente affidare all’Inps. Che avesse il coraggio di mettere in discussione alcune delle scelte di previdenza integrativa del precedente governo. Perché ad un lavoratore non deve essere consentito di riscattare il 100% del capitale maturato al momento del pensionamento e farne ciò che vuole? Perché se un lavoratore decide di investire il suo Tfr in un fondo non previsto dagli accordi sindacali perde il diritto al contributo addizionale a carico dell’azienda? Perché se è scontento dei rendimenti offerti dal suo fondo di categoria deve aspettare due anni prima di poter trasferire i propri risparmi altrove? Forse perché la gran parte dei fondi negoziali sono co-gestiti dai sindacati? Al tavolo intorno al quale nei giorni scorsi si è discusso di riforme delle pensioni si è svolto un balletto vecchio di almeno vent’anni. Come sempre, il governo ha invitato solo i sindacati. Ma che cosa sperava di ottenere dalla trattativa con una controparte i cui iscritti sono perlopiù lavoratori già in pensione o prossimi alla pensione? Un governo lungimirante avrebbe invitato a quel tavolo rappresentanze di giovani. L’altro ieri Walter Veltroni ha citato Vittorio Foa: «La destra è figlia legittima degli interessi egoistici dell’oggi; la sinistra degli interessi di coloro che non sono ancora nati». Forse la sinistra che sogna Veltroni, certo non quella rappresentata in questo governo. Prodi ha già deciso di accettare la richiesta dei sindacati: la legge Maroni verrà cancellata e dal prossimo anno si potrà continuare ad andare in pensione prima dei 60 anni. «Non si può mica rischiare uno sciopero generale!» (si osservi: contro una legge già in vigore, non contro una proposta previdenziale thatcheriana). La realtà è che quello sciopero avrebbe la stessa legittimazione dei blocchi stradali attuati dai tassisti contro il decreto Bersani: basterebbe avere il coraggio di spiegare ai cittadini quali privilegi si vogliono proteggere con quello sciopero. Nel Dpef il ministro dell’Economia ha scritto che qualsiasi sarà l’accordo non dovrà pesare sui conti pubblici dei prossimi due-tre anni: dovrà essere compensato da altre modifiche nelle regole previdenziali. Non si rende conto che non si tratta di una questione solo contabile, che silenzi e reticenze sul Tfr e il passo indietro sull’età di pensione continuano a dare ai cittadini la sensazione di una politica che non sa dare prospettive.