Davide Brullo, Libero 24/6/2007., 24 giugno 2007
Truman Capote. Libero, domenica 24 giugno La cosa che conta è scegliersi il bersaglio e fare di tutto per ficcare la freccia nel centro
Truman Capote. Libero, domenica 24 giugno La cosa che conta è scegliersi il bersaglio e fare di tutto per ficcare la freccia nel centro. La scrittura è simile all’atletica e benché Truman Capote (1924-1984) di archi non ne abbia mai capito un’acca, ha passato il tempo a sgolarsi ripetendo che "la più grande intensità in arte si raggiunge a mente fredda, con calcolo ed ostinazione". Cioè facendo flessioni e allenandosi mentre gli altri dormono pacificati. Truman era uno che fin da poppante sapeva bene cosa voleva essere. Non tanto il più grande scrittore di tutti i tempi, quanto lo scrittore di maggior successo. Non si può dire che non ce l’abbia fatta, Truman, in vorticoso mix tra leccaculismo e vigorosa spocchia, cioè a fare di sé e della sua vita uno dei migliori romanzi del secolo scorso. Diciamo che Truman è uno che prima di far sbellicare di risate i ricchi amici suoi a un party sulla barca, con la vocina acidula e sciocca, a bisturi, stritolando un calice come fosse il Graal, ha visto l’orrore. Madre alcolizzata e ninfomane, padre corsaro che abbandona il pupo in una casa di matte zitelle giù in Alabama. Un giorno la madre gli telefona e gli dice Truman, vieni a New York, dài. Ah, a proposito, ora di cognome non fai più Parsons ma Capote, Truman Capote, suona bene, non trovi? Si era risposata, la donna. Joe Capote, cubano intrigante, che difatti passò la vita tra una sottana e l’altra. Truman decide che il mondo gli sta stretto e che il mondo è lui e basta. Ballerino di tip tap A quindici anni lascia le scuole e fa di tutto e di più, come ogni bravo americano. Ballerino di tip-tap sui battelli, incisore su vetro, chiromante, ghost-writer di politici dalla dubbia fama. Si addestra a recitare Truman, ecco. Non ci dimentichiamo che lui vuole solo quella cosa lì, fare successo con la scrittura. Harper Lee, l’amica d’infanzia che lo aiutò durante le lunghissime, scoraggianti indagini di "A sangue freddo", sapeva ogni cosa. Nel "Buio oltre la siepe", fragoroso romanzo del 1960 che le concesse gloria e dindi, Truman è Dill, quel "mago Merlino in formato tascabile, con una testa che brulicava di progetti eccentrici, di strane aspirazioni e di fantasie bizzarre". Fantastica etichetta. A sessant’anni, prima di morire grasso, triste e con la bottiglia a tracolla, Truman era ancora quel Merlino. Sguardo allucinato, androgino, dionisiaco e perfino satanico ("Mia cara non t’ingannare. Ha l’aspetto di un angelo di dieci anni. Ma è senza età ed ha una mente assai malvagia", disse di lui Jean Cocteau a Colette), Truman aveva due paure ossessive, l’insuccesso e la morte. Finché avesse avuto successo non sarebbe morto. Forse aveva ragione. Aveva diciassette anni e già le maggiori riviste americane si contendevano i suoi racconti. Già, i racconti. Truman diventa famoso con quelli, i romanzi arriveranno dopo, in mezzo. Ora che Garzanti raduna "Tutti i racconti di Truman Capote" sotto il titolo "La forma delle cose" (inclusi cinque inediti, pp. 351, euro 18), qualcosa del Truman Show ci è più chiaro. Ad esempio i limiti cronologici della sua creatività. Il ragazzo produsse per vent’anni e stop. Dal 1943, l’anno del primo racconto, al 1967, che culmina con "Il Giorno del Ringraziamento", testo che segue di pochissimo "A sangue freddo" (1966), il libro più atteso e più letto a quell’epoca ma per qualche critico già un sublime esercizio di pachidermico autocompiacimento. Dopo è l’ingresso nell’oblìo, nella morte. Con qualche geyser di aurea bellezza, certo, tipo "Musica per camaleonti" (1980). Ma quella è un’altra cosa, un’altra storia. Diciamo che l’opera di Capote è un ring dentro a cui i critici, come galletti inviperiti, se le danno a colpi di becco. Tra il pensiero di John W. Aldrige, per cui i romanzi e i racconti di Truman "sono puri, armoniosi e accuratamente raffinati come poesie simboliste e possono essere tali perché non affrontano mai l’esperienza complessa, disorganizzata ed estremamente contraddittoria che è la vita moderna" e quello di Reynolds Price (che introduce il libro di cui parliamo), secondo il quale le stesse opere "costituiscono un corpus di lavori ricco e diversificato che pochissimi autori statunitensi della seconda metà del Novecento hanno saputo eguagliare", ci dovrà pur essere un eguale punto di combustione. Prendiamo allora come agnello del sacrificio questi racconti, pardon, queste, come vuole Truman, "favole barocche". Le favole barocche Truman l’angelo maledetto è stato un fenomenale "imitatore di voci". Capiva in fretta dove uno scrittore andava a parare. Buona regola per tutti noi: leggere un libro significa sapere cosa chiedere a quel libro. A Truman non puoi chiedere l’invenzione, ma puoi chiedere il sublime. Truman non inventa ma specifica. Ama Carson McCullers ed Eudora Welty, due magnifiche scrittrici del Sud, gustosa- mente grottesche, e le mescola all’andazzo di Henry James. Studia Edgar Allan Poe quel tanto da capire che è un maestro di architettura ma un cattivo maestro di stile, imita Nathaniel Hawthorne (soprattutto il granitico "Wakefield", così venerato anche da Borges), tanto che l’intera opera di Truman è riassunta in una frase cavata dal "Diario" del sommo Nat: "Fare della propria immagine riflessa in uno specchio il soggetto di un racconto". Eccovi Truman in due mosse, il cui successo precocissimo è dovuto anche a questa folgorante proprietà mimetica. La corriera delle 18 Poi, diamo a Truman ciò che è del suo circo. "Un ricordo di Natale" è uno schizzo cechoviano perfetto; "Il falco senza testa" è racconto tra i più magnetici mai scritti. Alcuni incipit, che equivalgono allo scatto di un centometrista e sono i metri decisivi per valutare una penna, sono formidabili. "Ieri nel pomeriggio la corriera delle sei ha travolto Miss Bobbit", inizia per l’appunto "Miss Bobbit" (1948); "I tacchi alti che battevano sul pavimento di marmo dell’atrio la facevano pensare ai cubi di ghiaccio tintinnanti in un bicchiere" è il diversissimo esordio di "Padron Miseria" (1949). nei racconti, ancor più che nei romanzi (ma gli aurorali e adamantini "Altre voci, altre stanze" e "L’arpa d’erba" sono poi dei racconti lunghi), la grandezza raffinata di Truman. Pochi possono stargli dietro, nei paesi suoi e ai tempi suoi. Hemingway gli è avanti, d’accordo, come Bernard Malamud. Ma Fitzgerald, che adottava le misure corte solo per far dindi, gli è alle spalle, come pure Faulkner, inarrivabile scrittore di racconti lunghi (o romanzi brevi, come vi pare), ma che nello stretto stava scomodo. Perfino Saul Bellow e Salinger, per non dire Carver, sono lontani miglia da Truman. Il quale a rileggerlo oggi sembra di aver già letto tutto, ma la colpa non è sua quanto dei suoi molti, silenziosi ammiratori. Truman, alla fine l’eternità te la sei guadagnata. Sogni d’oro. Davide Brullo