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 2007  giugno 24 Domenica calendario

I boss contro l’indulto. La Stampa, domenica 24 giugno L’ordine pubblico, si sa, è uno di quei temi che sta a cuore alla stragrande maggioranza dei cittadini

I boss contro l’indulto. La Stampa, domenica 24 giugno L’ordine pubblico, si sa, è uno di quei temi che sta a cuore alla stragrande maggioranza dei cittadini. Basti pensare alle reazioni registrate in occasione del «liberi tutti» provocato dalla recente concessione dell’indulto. Ma a qualcuno il provvedimento di clemenza è piaciuto ancor meno. Per esempio alla mafia, che si è trovata a dover fronteggiare l’improvviso assalto di piccoli delinquenti, tutti «cani sciolti», tornati liberi e sulla strada. Furti, scippi, rapine, improbabili tentativi di estemporanee estorsioni: una vera grana per chi ha come vocazione il controllo del territorio e per missione quella di garantire la sicurezza. Con quale faccia, l’esattore del «pizzo», si presenterà al proprio protetto - che si è già «messo a posto» con la tangente - appena rimasto vittima di un assalto armato? Questa non è la sceneggiatura di una miniserie per la tv. E’la realtà inconfutabile consegnata agli investigatori da intercettazioni telefoniche ed ambientali, dalla decifrazione di una parte dei «pizzini» sequestrati a Bernardo Provenzano nel suo rifugio di Montagna del cavalli e da molti mesi di indagini. Una inchiesta che ruota attorno alla cosiddetta «mafia delle Madonie» e ai mandamenti di Caccamo, Termini Imerese e Trabia, conclusa ieri mattina con l’arresto di nove boss: un blitz che i pm Michele Prestipino, Lia Sava e Sergio Lari hanno dovuto anticipare per prevenire il sangue. I boss delle Madonie, infatti, avevano deciso di applicare la pena capitale nei riguardi di uno dei tanti «cani sciolti» beneficiati dall’indulto, per «ripristinare l’ordine» nel territorio e offrire un deterrente alle altre teste calde. Si chiama Silvio Napolitano, una delle vittime sacrificali salvate dai carabinieri. Sul giovanotto gravavano i sospetti di due «emergenti» del mandamento: il capo di Termini Imerese, Giuseppe Libreri, e Giuseppe Bisesi, un rampantissimo di appena 31 anni. Secondo loro Napolitano era tra gli autori di un furto in una impresa edile protetta dagli «amici». Un ennesimo episodio di microcriminalità che, però, metteva in crisi Cosa nostra. I boss discutono a lungo della «pessima figura» provocata da quei «pezzi di ”fumiere”» (sterco ndr) che credono di poter fare quello che vogliono. Sono nervosi, anche perchè la «casa madre» di Palermo li ha già richiamati all’ordine pretendendo chiarimenti su ciò che sta accadendo nel mandamento. Non si da pace, Peppe Libreri: «Il problema dei ladri c’è stato sempre...non solo qua...a tutte le parti...ora con questo indulto che hanno dato siamo rovinati...». Ma la soluzione è dietro l’angolo: «La testa ci si deve scippare. Così diamo il segnale per tutti. Questa è la cosa giusta. Ci sono questi scappati di casa (sbandati ndr) e gli si devono rompere le corna. Punto e basta». Altri mafiosi nel frattempo discutono di un’altra «punizione»: obiettivo un giovane chiamato «lo scianca», anch’egli sospettato di aver rubato senza la necessaria «autorizzazione». Ma il quadro mafioso che viene fuori dalle indagini descrive anche un territorio saldamente in mano a Cosa nostra e, fino all’anno scorso, sapientemente diretto - col suo particolare «servizio postale» clandestino - da Bernardo Provenzano. Tra le carte degli arrestati è stata trovata anche una «legenda» che conferma quanto gli investigatori avevano già intuito: da ieri si sa con certezza l’identità dei destinatari dei «pizzini» di Provenzano, indicati con numeri. Le lettere di Giuseppe Bisesi a don Binnu tracciano l’identikit di un mandamento alquanto «innervosito» dal vuoto di potere, con diversi personaggi che millantano contrastanti «autorizzazzioni» ad occuparsi del coordinamento. E’ impressionante l’abilità con cui il trentunenne Bisesi entra in sintonia con Provenzano, fino a far breccia con qualche mansione di responsabilità. «La informo - scrive il giovane «76» al «numero 1» - che il bagherese mi ha portato 3000 euro per un palazzo che stanno facendo a Termini, io li ho presi e già ho portato qualcosa agli avvocati per i miei paesani di Termini». Quindi offre a don Binnu un lungo elenco di «lavori»: «una miniera» dalla quale si potrà mungere tanto «pizzo». Meno sorprendente, infine, per i magistrati, la ricomparsa in quel territorio di Tommaso Cannella, capomafia e imprenditore di fede «corleonese» uscito da poco dal carcere non per l’indulto ma per una dialettica processuale che, a giudizio dei magistrati, ha ormai vanificato i rigori della legislazione antimafia. Spiega il pubblico ministero Michele Prestipino: «Il primo grado abbreviato è ormai la scelta di quasi tutti gli imputati di mafia, cui fa gola la riduzione di un terzo della pena. Poi c’è l’appello con la possibilità di ottenere una ulteriore riduzione, concordando la pena. I benefici penitenziari fanno il resto. Insomma, tre o quattro anni di detenzione costituiscono l’incidente di percorso che nobilita la carriera criminale di capi e picciotti». Francesco La Licata