Luca Iezzi, la Repubblica 24/6/2007, pagina 54; Alessandro Barbera, La Stampa 24/6/2007, pagina 22; Marco Sodano, La Stampa 24/6/2007, pagina 22., 24 giugno 2007
MAXIGASDOTTO ENI-GAZPROM
(tre articoli usciti domenica 24 giugno 2007).
Roma - L’alleanza tra Eni e Gazprom si rafforza con un altro progetto comune: il gasdotto South Stream. Una mega infrastruttura che attraverso il Mar Nero raggiungerà la Bulgaria e da lì si biforcherà verso Albania e Italia a sud e a settentrione verso Romania e Austria. Il memorandum d´intesa è stato firmato ieri al ministero dello Sviluppo Economico dalle due aziende, rappresentate dall´ad Paolo Scaroni e dal vicepresidente di Gazprom, Alexander Medvedev. Presenti il ministro Pierluigi Bersani e il suo omologo russo all´Energia Viktor Khristenko. Il prossimo passo saranno gli studi di fattibilità e tra 6-9 mesi partirà la progettazione. I tecnici prevedono che in tre anni il megatubo sarà completato, al netto dei tempi per le autorizzazioni di passaggio nei numerosi paesi coinvolti. La portata dovrebbe essere di 30 miliardi di metri cubi annui, tanto gas da soddisfare un terzo della domanda tedesca o il 40% dei consumi italiani. E per ridurre il rischio di stop alle forniture, come accadde nel 2005 quando i dissidi commerciali tra Russia e Ucraina provocarono l´improvvisa chiusura dei rubinetti
« il più audace che sia mai stato realizzato nella storia dei gasdotti e nel nostro settore - ha dichiarato Paolo Scaroni - attraverseremo per 900 chilometri il Mar Nero e arriveremo in profondità di circa 2 mila metri». I costi saranno divisi a metà, così come al 50% sarà la gestione e la commercializzazione. Gli studi preliminari realizzati dalla controllata Eni, Saipem, parlano di costi paragonabili a quelli della filiera del gas liquefatto, ma le due società non si sono ancora sbilanciate sulle cifre che andranno comunque misurate nell´ordine dei miliardi di dollari. La rotta nord sembra quella che potrebbe procedere più speditamente e che comunque ha le prospettive di ritorno assicurate dell´effetto combinato dell´aumento della domanda con la riduzione della produzione europea. Tradotto in numeri significa un aumento di 200 miliardi di metri cubi nella domanda Ue al 2012. L´altro aspetto importante sarà quello regolatorio: Eni-Gazprom per diventare i principali fornitori dell´Ue dovranno passare per l´esame dell´Antitrust.
Soddisfatto anche il versante politico, Bersani parla di «intesa d´importanza strategica che non preclude la realizzazione in Italia di altri progetti, sia gasdotti sia rigassificatori. Se a questo grande progetto aggiungiamo i negoziati in stato molto avanzato con l´Algeria per il gasdotto Galsi e con Grecia e Turchia per il gasdotto Itgi, possiamo dire di aver dato impulso a un radicale rafforzamento delle infrastrutture per avere più sicurezza, più diversificazione e un´offerta più abbondante». Khristenko ha ricordato « un caso in cui gli obiettivi di un progetto industriale coincidono con gli interessi dei governi e della popolazione di molti paesi europei».
L´accordo è il terzo pilastro della solidissima alleanza siglata a novembre tra Eni e Gazprom che ha allungato le forniture al nostro paese al 2035, ha dato accesso diretto ai russi al mercato tricolore e consente di sviluppare progetti congiunti. Non sarà l´ultima evoluzione: «A breve definiremo lo scambio di asset», ha detto Medvedev riferendosi alla possibilità di prendere una quota in Enipower, la società elettrica del gruppo. Ma c´è già aperto un altro fronte: il 20% della società petrolifera Gazproneft in mano all´Eni e su cui Gazprom potrebbe esercitare l´opzione di acquisto. Scaroni lo vorrebbe mantenere. «Dipende da come si svolgeranno le trattative», ha concluso Medvedev (Luca Iezzi, la Repubblica 24/6/2007, pagina 54).
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Era l’ultima autostrada del gas che mancava ancora fra Russia ed Europa, l’ultimo tracciato libero nelle cartine che oggi contano, quelle delle reti energetiche. «South Stream» attraverserà il Mar Nero da est a ovest, dalla costa russa a quella bulgara. Novecento chilometri di tubi sottomarini in fondali fino a duemila metri che potranno trasportare fino a trenta miliardi di metri cubi di gas. Dalla Bulgaria si dovrebbe dividere in altre due pipeline, una diretta verso il nord Europa via Bulgaria, Ungheria ed Austria, l’altra punterebbe verso Otranto lungo Macedonia ed Albania. Lo realizzeranno al 50% entro tre anni Gazprom ed Eni, che chiudono così un altro pezzo (il terzo) dell’accordo strategico firmato lo scorso novembre. L’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni lo definisce il «più audace progetto realizzato nella storia dei gasdotti». Sulla stima dell’investimento è stato però generico: ha parlato di un impegno «da molti miliardi di dollari», confrontabile con quello necessario a realizzare un’intera filiera di produzione e trasporto di gas naturale: navi, impianti di liquefazione, rigassificatori.
Per formalizzare i dettagli della firma da qualche giorno c’era in Italia il numero due di Gazprom - nonché del governo di Mosca - Alexander Medvedev. Ma attorno al progetto c’era molto riserbo. Ieri mattina, a sorpresa, l’annuncio di una conferenza stampa all’ora di pranzo a Via Veneto, sede del ministero dello Sviluppo. Poi brindisi fra Pierluigi Bersani, Scaroni, il presidente dell’Eni Poli, Medvedev e il collega russo di Bersani Viktor Khristenko. Quest’ultimo - raccontano le indiscrezioni - rivolto a Bersani avrebbe alzato il calice dicendo che «non c’è nulla di più difficile da conquistare e di facile da perdere della fiducia. Con lei l’ho trovata». Insomma, i tempi del «caro Silvio, caro Vladimir» per Mosca sono ormai un lontano ricordo.
Soddisfatto Bersani: «L’accordo è un tassello nella strategia dell’Italia e dell’Unione europea per rafforzare la sicurezza energetica e un adeguato livello di offerta nell’approvvigionamento del gas». Secondo le stime più recenti di qui al 2015 in Europa ci sarà bisogno di altri 200 miliardi di metri cubi di gas, il 60% in più di importazioni. Bersani garantisce che il progetto «non interferirà con altri»: non lo cita, ma il riferimento è a «Nabucco», il progetto alternativo per l’approvvigionamento dei Paesi dell’Europa centrale che dovrebbe unire l’Azerbaijan all’Ungheria. Scaroni promette che «South Stream» sarà un grande affare per l’Eni: «Gazprom garantirà le forniture all’imbocco russo del gasdotto a costi che renderanno il progetto finanziabile». Inoltre «consentirà a Eni di «valorizzare i giacimenti ex Yukos acquisiti di recente in Russia».
(Alessandro Barbera, La Stampa 24/6/2007, pagina 22).
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Oggi Gazprom apre il rubinetto del gas all’Eni - ovvero all’Italia -. Pochi giorni fa l’ha stretto a British Petrol, costringendola a cederle il controllo del giacimento di Kovykta (due miliardi di metri cubi di gas) con l’aiuto del Cremlino che minacciava la revoca delle concessioni di estrazione. la guerra del gas, e per ora è più esibizione muscolare che battaglia aperta. Ma è pur sempre guerra. Sei mesi fa ne ha provato il sapore amaro un altro colosso mondiale degli idrocarburi, Royal Dutch Shell: Mosca gli ha sospeso un progetto da 20 miliardi di dollari nei giacimenti dell’isola di Shakalin. Un altro braccio di ferro è in corso con gli americani di Exxon, sempre sull’isola di Shakalin: hanno le tecnologie più avanzate, non i giacimenti. E quando si arriva al braccio di ferro, vincono sempre i padroni di casa.
Un rapporto estremamente efficiente lega Gazprom al governo di Mosca (tanto che il numero due della società Alexander Medvedev è numero due anche nel governo): le necessità di politica estera trovano una sponda solida nella fame di energia dell’occidente. Visti i consumi dell’Occidente, il gas ad oggi è l’unica alternativa credibile al petrolio: eolico, fotovoltaico, idroelettrico non sono in grado di competere né sul piano dei costi né su quello della quantità. E l’Italia ha provato sulla sua pelle nel gennaio 2006, il prezzo di questa dipendenza. Per punire l’atteggiamento troppo europeista dell’Ucraina che flirtava con Bruxelles, Gazprom decise di raddoppiarle la bolletta del gas. Kiev si prese il combustibile di prepotenza dal tubo che passa da quelle parti e poi raggiunge Italia e Germania. L’esito della lite fu una riduzione del 30% delle forniture italiane e tedesche. Insieme alla dimostrazione di come Mosca può riscoprirsi superpotenza giocando con la canna del gas.
Il listino prezzi con cui Gazprom tiene a bada le ex repubbliche sovietiche è istruttivo: mille metri cubi di metano costano 170 dollari alla Moldova, 235 alla Georgia - accusata di ospitare le basi dei terroristi che danneggiano oleodotti e gasdotti - 130 all’Ucraina (ma durante il braccio di ferro dell’inverno 2006 la richiesta arrivò a sfiorare i 200), 110 all’Armenia, 105 ai bielorussi. Sul fronte opposto, pur di aggirare il monopolio di Gazprom sull’Europa gli Stati Uniti si sono impegnati nel progetto - onerosissimo - di una pipeline attraverso il Caucaso: stretta tra Russia (il confine è quello ceceno) e Iran, attraversa l’unico sottilissimo corridoio filoUsa dell’area. Carta azzardata, perché Washington deve fidarsi di leader come il kazako Nazarbayev più di quanto non si fidi di Putin. Senza dimenticare che Putin - che controlla un terzo delle riserve di gas del mondo - giocando da quelle parti in casa potrebbe provare a ostacolare i progetti americani: perché indispettito dagli Stati Uniti o perché preoccupato dall’iperattività di Cina e India. Perché è chiaro che oltre la Grande Muraglia non stanno a guardare. Pechino ha stipulato di recente contratti di fornitura con lo stesso Kazakhstan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan: storicamente fornitori esclusivi di Gazprom. Intanto nella guerra del gas diventano sempre più importanti rigassificatori e navi gasiere. Niente tubi, un impianto che rende il gas trasportabile portandolo 70 gradi sotto zero e poi la via del mare. la strada imboccata dal Qatar, che dispone di riserve enormi nel golfo Persico: ha aggirato la schiavitù delle pipeline ma si confronta con altre necessità diplomatiche. Per esempio il fatto che l’imbocco del golfo - lo stretto di Hormuz - è sotto il controllo di Teheran. O che i rigassificatori (e le navi) siano, al contrario, monopolio tecnologico dei paesi occidentali.
Tornando alle pipeline, con l’accordo siglato ieri l’Eni conferma di essersi ritagliata un ruolo di primo piano nelle rotte mondiali del metano. Gli ottimi rapporti con il Cremlino (il rappresentante della società Ernesto Ferlenghi ha ricevuto la cittadinanza russa, ciò che ha scatenato polemiche sull’opportunità di un legame tanto stretto), si sono visti nel successo ottenuto dagli italiani all’asta per gli asset dell’ex colosso petrolifero russo Yukos. La firma per il supergasdotto dimostra che oggi il legame è vantaggioso per Roma e per Mosca. Basta non dimenticare che la parte essenziale del sistema è il rubinetto. Quello non è in Italia.
(Marco Sodano, La Stampa 24/6/2007, pagina 23).