Il Sole 24 Ore 24/06/2007, pag.9 Stefano Carrer, 24 giugno 2007
Rifare i templi, che affare celeste. Il Sole 24 Ore 24 giugno 2007. Si tratti di una dinastia imperiale o di un’azienda famigliare, per sopravvivere per oltre un millennio senza soluzione di continuità è necessaria un’interpretazione non troppo istituzionale del concetto di famiglia
Rifare i templi, che affare celeste. Il Sole 24 Ore 24 giugno 2007. Si tratti di una dinastia imperiale o di un’azienda famigliare, per sopravvivere per oltre un millennio senza soluzione di continuità è necessaria un’interpretazione non troppo istituzionale del concetto di famiglia. la regola in comune tra la più antica casa regnante del mondo, quella giapponese, e l’azienda a carattere familiare più risalente nel tempo, la Kongo Gumi, specializzata nella costruzione di templi. In Giappone è da sempre normale che i legami famigliari vadano oltre quelli del sangue e del diritto formale. Non è un caso che un membro della famiglia imperiale, il principe Tomohito (Mikasa), abbia da tempo invocato esplicitamente il ritorno alla pratica del concubinato imperiale per garantire una successione per linea maschile al Trono del Crisantemo. Peraltro proprio questa settimana è stato reso noto che il principe, sesto in linea di successione, sarà sottoposto a un mese di trattamenti come alcolizzato cronico. La questione che a lui sta tanto a cuore si è fatta meno urgente dal settembre scorso, quando è nato finalmente il primo erede imperiale maschio dal 1960: grazie al piccolo Hisahito la casata del Tenno potrà forse durare altri ”Banzai” (’Diecimila anni”). Non sarà così per la Kongo Gumi, nata più o meno nello stesso periodo al quale gli storici fanno risalire i primi imperatori ”certi” (rifiutando ovviamente la mitologia della discendenza divina). Le origini dell’azienda - arrivata al capolinea e inglobata l’anno scorso in un gruppo più grande - si fanno risalire al 578, quando l’illuminato ed esterofilo principe reggente Shotoku fece trasferire nel Giappone occidentale alcuni mastri carpentieri della famiglia Kongo, sudditi del reame coreano di Baekje. Si trattava di costruire un nuovo grande tempio a Osaka per una religione importata solo di recente nell’arcipelago, il buddismo. Dal continente venivano la scrittura ideografica, nuove forme di cultura e nuovi dei, e anche le competenze artigianali: un po’ come in Inghilterra, dove molti britannici riconoscono come tutto quanto si chiama civiltà sia arrivato dalle sponde del Mediterraneo. Ancora oggi il tempio Shitennoji è tra i più famosi del Paese: è stata la famiglia Kongo a effettuare le sue ricostruzioni (almeno sette). Se lo Shitennoji è stato spesso vittima di guerre civili e terremoti, il business della famiglia è riuscito per 14 secoli a dribblare tutte le intemperie naturali e soprattutto umane: dalla politica anti-buddista del primo unificatore del Paese, Oda Nobunaga - la cui spada impedì forse che il Giappone diventasse una sorta di ”Bhutan”, nazione amministrato dai monaci - a quella modernizzante del primo imperatore Meji, che nel tardo Ottocento tagliò i fondi per la religione e costrinse l’azienda a una prima timida diversificazione nell’edilizia civile. Ci riuscì anzitutto, come ha sottolineato l’ultimo presidente della società, Masakazu Kongo, grazie all’«elasticità nella scelta dei leader»: non necessariamente il primogenito, ma il figlio più dotato di senso commerciale, o, in mancanza, un "esterno" adottato nella famiglia fino ad assumerne il cognome, preferibilmente attraverso il matrimonio con una Kongo. Nulla di strano: ancora oggi colpisce come in tante aziendine padronali giapponesi il vicedirettore sia il genero del patriarca, che non molla un briciolo del comando, ma ha pensato per tempo a far sposare una figlia dal dipendente più promettente. E, come nella casa imperiale, i cui legami originari con la Corea restano un tabù archeologico-politico, in passato c’è stata qualche regnante donna, così alla Kongo non è mancato qualche intermezzo di potere femminile. Anche in tempi recenti: la nonna di Masakazu assunse le redini dell’azienda negli anni 30, dopo il suicidio del capofamiglia di allora. Le tecniche costruttive dei templi, con incastri del legno che fanno a meno di chiodi, sono rimaste al 90% le stesse da oltre 1.400 anni, così come stabile è restata la domanda. Se, con la proscrizione del cristianesimo, all’inizio del XVII secolo, fu reso obbligatoria per i giapponesi l’iscrizione nel registro di un tempio, con il rilancio dello scintoismo dopo la rivoluzione Meiji, a metà Ottocento, il business della Kongo si potè allargare sincretisticamente, al pari dell’atteggiamento religioso del popolo. A rilevarsi esiziale per i destini della millenaria azienda fu però quello che in altri contesti può rappresentare una garanzia di futuro: la diversificazione delle attività. Durante la crescita della bolla immobiliare, negli anni 80, Kongo si era indebitata per investire nel mattone: lo scoppio della bolla nei primi anni 90 la lasciò con forti problemi di servizio del debito, aggravati poi dai cambiamenti sociali che verso la fine degli anni 90 portarono a una riduzione delle contribuzioni ai templi e quindi a un calo secco delle opportunità di business. Così, all’inizio dell’anno scorso, a fronte di un giro d’affari di circa 70 milioni di dollari, il peso di un indebitamento cinque volte superiore ha portato alla fine della società alla quale si deve la costruzione di monumenti fondamentali della storia giapponese, dal tempio Horyuji di Nara all’antico castello di Osaka. intervenuto il gruppo di costruzioni Takamatsu, che ha rilevato gli asset in liquidazione della società, trasformandola in una divisione propria. Prosegue quindi il lavoro di oltre un centinaio di carpentieri veterani nell’architettura del legno senza chiodi. Resta comunque in Giappone - oltre a circa 3mila imprese con più di 200 anni, contro le 9 della Cina - l’azienda famigliare più antica del mondo a continuare l’attività: è un albergo termale, l’Hoshi Ryokan, nella zona di Komatsu, fondato nel 718 e gestito ininterrottamente dalla famiglia Hoshi. Le altre più risalenti società famigliari, per lo più italiane e francesi, sarebbe stato fondate solo qualche secolo dopo. Intanto quest’anno il Governo di Tokyo ha proposto all’Unesco di inserire come Patrimonio dell’umanità la più antica fabbrica del Sol Levante: il Tomioka Silk Mill, il primo moderno impianto tessile del Paese, costruito nel 1872 a un centinaio di chilometri a nord di Tokyo, con l’aiuto di ingegneri e uomini d’affari francesi. Dopo vicende tribolate, la fabbrica chiuse i battenti nel 1987 ed è oggi l’unica fabbrica un tempo direttamente gestita dal Governo Meiji a essersi quasi perfettamente conservata: un simbolo della prima modernizzazione del Paese. Stefano Carrer