Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  giugno 26 Martedì calendario

La futura Opec è negli Usa. Il Sole 24 Ore 26 giugno 2007. La nuova Opec potrebbe trovarsi oltre l’Oceano Atlantico

La futura Opec è negli Usa. Il Sole 24 Ore 26 giugno 2007. La nuova Opec potrebbe trovarsi oltre l’Oceano Atlantico. A migliaia di chilometri dai deserti infuocati dell’Arabia Saudita, in un’area degli Stati Uniti tra Colorado, Utah e Wyoming, i geologi assicurano che è racchiuso un tesoro di almeno 1.500 miliardi di barili di petrolio. I Paesi dell’Opec, tutti insieme, hanno riserve provate per poco più di 900 miliardi di barili. Per la gente del luogo non è una novità: sulle Montagne Rocciose, soprattutto dove il Green River confluisce nelle acque del Colorado, è pieno di burning rocks, rocce che bruciano. Burning rocks e fossili, entrambi eredità di un periodo preistorico in cui al posto degli aspri canyon c’erano laghi e foreste subtropicali. Ma mentre i fossili sono facilissimi da trovare - tanto che le agenzie di viaggio locali organizzano fossil safari per i turisti - estrarre petrolio da queste rocce, che gli scienziati chiamano scisti bituminosi, è un’impresa titanica. Tanto che, dopo oltre un secolo di tentativi, finora nessuno è mai riuscito a trarne profitto. «Qui il problema dell’esplorazione non si pone - spiega Jeremy Boak, geologo della Colorado School of Mines - Sappiamo che il petrolio è lì. Bisogna solo trovare il sistema per tirarlo fuori». Già. Non facile, però. Sulle Montagne Rocciose la terra non è generosa come sul Golfo Persico: per veder zampillare l’oro nero non basta fare un buco nella sabbia. Bisogna estrarlo dal bitume, una melma nera e densa che occorre liquefare a temperature da altoforno, con enorme dispendio di energia, e sottoporre a complessi trattamenti chimici. Il bitume stesso, inoltre, non è a portata di mano: «Un tempo - ricorda Richard Lamm governatore del Colorado tra il 1975 e il 1987 - per procurarselo le compagnie scavavano ogni mese l’equivalente del canale di Panama». Per evitare di macinare tonnellate di roccia, l’unica alternativa è trovare un sistema per "risucchiare" direttamente il bitume - o meglio ancora il greggio - dal suolo. quello che alcune compagnie petrolifere stanno tentando di fare oggi, in una sfida ancora più complicata di quella delle oil sands del Canada, dove, non a caso, la produzione commerciale è avviata da tempo: grazie alle sabbie bituminose dell’Alberta, il Paese produce già 1,2 milioni di barili al giorno di petrolio (oltre ai 2,1 mbg di greggio convenzionale) e conta di arrivare a 4 mbg entro il 2020. Tra le compagnie che hanno investito maggiormente in Canada si ritrovano gli stessi nomi che ora guardano con fiducia anche agli scisti bituminosi: in prima fila c’è Royal Dutch Shell, ma anche ExxonMobil e Chevron. Tutte convinte di poter sviluppare col tempo tecnologie abbastanza sofisticate da abbattere i costi di produzione intorno ai 30 dollari al barile, come per le oil sands, che un tempo sollevavano analogo scetticismo, ma oggi sono ampiamente remunerative. Dal 2003 il Wti non è mai più sceso sotto 30 $/bbl e da un paio d’anni ha quasi sempre superato i 60 $/bbl. Gli scisti bituminosi non sono più un’utopia, assicura Pete Stark, analista di Ihs: «La produzione commerciale si potrà avviare entro 10 anni, un tempo equivalente a quello dei più ambiziosi progetti off-shore nel Golfo del Messico». Eppure, gli esperimenti delle major sembrano usciti da un libro di fantascienza. Shell, ad esempio, sta inserendo nel terreno sonde di metallo lunghe 600 metri, che porterà alla temperatura di 370° C per quattro anni: l’obiettivo è trasformare il bitume in petrolio mentre si trova ancora nella roccia. Per prevenire la contaminazione dell’ambiente, si sta pensando di isolare le sonde arroventate con muri di ghiaccio sotterranei. Exxon progetta di iniettare nelle crepe della roccia il coke ottenuto come scarto di lavorazione dalle raffinerie e di surriscaldarlo con maxi-resistenze elettriche. I ricercatori della Chevron e del Los Alamos National Laboratory stanno invece sperimentando insieme sostanze chimiche in grado di convertire il bitume, limitando l’enorme dispendio di acqua ed energia che costituisce il vero punto debole delle altre tecnologie allo studio. Shell deciderà solo nel 2010 se proseguire nel suo progetto, che è di gran lunga il più avanzato, ma gli analisti sono convinti che possa arrivare a produrre 500mila barili di greggio al giorno dagli scisti: il 25% in più del maggior giacimento "tradizionale" statunitense, quello di Prudhoe Bay, in Alaska. «Per produrne anche solo 100mila - obietta Randy Udall, attivista del Community Office for Resource Efficiency di Aspen, Colorado - dovrebbe costruire una centrale elettrica capace di alimentare una città di mezzo milione di abitanti. L’impianto costerebbe almeno 3 miliardi di dollari, consumerebbe 5 milioni di tonnellate di carbone l’anno e produrrebbe 10 milioni di tonnellate l’anno di gas serra». I calcoli di Randy Udall non sono arbitrari, ma si basano sulle stime della Rand Corporation, un prestigioso think tank di cui hanno fatto parte anche il premio Nobel per l’economia Paul Samuelson e l’ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger. la Rand ad affermare che per ottenere 100mila bg di greggio dagli scisti Shell avrà bisogno di un impianto dedicato da 1,2 gigawatt. La stessa Rand riconosce inoltre che tra le maggiori criticità del progetto c’è l’enorme consumo di acqua - circa tre barili per ogni barile di petrolio - ma raccomanda comunque al Governo americano di sostenere e finanziare gli esperimenti, perché «nei depositi della Green River Formation ci sono tra 500 e 1.100 miliardi di barili di petrolio tecnicamente recuperabili. La media, 800 miliardi, è il triplo delle riserve saudite e abbastanza per soddisfare un quarto dell’attuale domanda di petrolio degli Usa per i prossimi 400 anni». A guidare gli esperimenti, insomma, non sono soltanto le leggi dell’economia, ma anche la ragion di Stato: l’obiettivo, più volte dichiarato dal presidente George Bush, di abbattere del 75% le importazioni di greggio dal Medio Oriente entro il 2025 non può essere raggiunto solo coi biocarburanti. E il Governo Usa ne è consapevole. Un altro rapporto, commissionato dal dipartimento dell’Energia alla Aoc Petroleum Services nel 2004, è ancora più esplicito dello studio Rand, fin dal titolo: Strategic Significance of America’s Oil Shale Resources. «Gli Usa - vi si legge - devono assicurarsi le fonti di approvvigionamento per il futuro fabbisogno di combustibili liquidi e per riuscirci hanno solo due scelte di sufficiente consistenza: il carbone e gli scisti bituminosi». Di questi ultimi, «si può avviare la produzione industriale entro il 2011, con l’obiettivo aggressivo di arrivare a 2 mbg entro il 2020». Sissi Bellomo