Carla Reschia, La Stampa 27/6/2007, 27 giugno 2007
CARLA RESCHIA
Per convincerlo, gli hanno raccontato una sorta di improbabile fiaba: il giubbotto che lo avevano costretto a indossare avrebbe riversato un’esplosione di fiori sui soldati americani. Ma in Afghanistan sei anni sono già troppi per credere alle fiabe e probabilmente è legittimo chiedersi perché mai dei taleban dovrebbero inviare omaggi floreali alle truppe nemiche, specialmente nella provincia meridionale di Ghazni, dove gli scontri sono all’ordine del giorno.
Così Juma è andato sì incontro agli americani. Ma, arrivato al primo posto di blocco, invece di premere il pulsante, come da istruzioni ricevute, ha raccontato ai militari la sua strana avventura. «Ho capito quasi subito che si trattava di una bomba», ha spiegato poi. In cambio, ha ricevuto 60 dollari (che da quelle parti sono una bella somma, quasi lo stipendio mensile di un insegnante o di un poliziotto), generose porzioni di riso e montone, il piatto nazionale centroasiatico, nonché notorietà mediatica. Sul sito del Daily Mail trionfano le sue immagini mentre beve Mirinca, mangia insieme al fratellino Dad e sorride ai barbuti anziani del suo villaggio, commossi fino alle lacrime dal suo destino.
La storia di Juma Gul, kamikaze mancato, segue di poco più di un mese le immagini del ragazzino dodicenne immortalato in diretta e diffuso su Internet mentre decapitava un «traditore», rovinando ancora di più, se mai ce ne fosse bisogno, l’immagine dei taleban. Che stavolta però reagiscono sdegnati, affidando al portavoce Qari Yousef Ahmadi il compito di smentire quella che definiscono una «montatura anti talebana». Perché usare un bambino come kamikaze, precisano virtuosi, «è contro le leggi islamiche e umanitarie». Ma soprattutto, perché «ci sono centinaia di adulti pronti a compiere missioni suicide».
Ma il comando Isaf conferma la storia e le truppe Usa e Abdul Rahim Deciwal, capo del villaggio da cui provengono i due fratellini, difendono a spada tratta la veridicità del racconto di Juma, ne lodano l’intelligenza e la prontezza e abbondano in commenti sulla vigliaccheria di chi può fare una cosa del genere a un bambino, agitando i pugni contro «questi nemici dell’Islam e dell’infanzia».
Juma, che ora è sorvegliato a vista perché si temono rappresaglie, s’abbuffa di riso e si gode per la prima volta il piacere di essere al centro dell’attenzione. Con i giornalisti conta stentatamente fino a tre in inglese, confessa l’amore per il calcio e ride felice. A richiesta, aggiunge dettagli sulla vicenda: la sua paura quando si è trovato circondato dai terroristi, la sua cauta esplorazione del giubbotto, la sua preghiera ai soldati: «Qualcuno può darmi una mano? Mi hanno dato questa cosa e non so cosa ci sia dentro, ma potrebbe essere qualcosa di cattivo».
Il suo nuovo personaggio di baby-kamikaze, assai utile per ridare un po’ di lustro al prestigio della coalizione, subissata in questi giorni dal conto amaro delle vittime civili provocate nella lotta ai taleban, lo riscatta, almeno per qualche ora, dalla sua miseria quotidiana di bimbo senza infanzia. I suoi genitori sono spariti, forse morti, forse partiti in cerca di lavoro e Juma, affidato a una sorella, a sei anni, o forse quattro perché anche l’anagrafe è un lusso da queste parti, si guadagna già da vivere raccogliendo e vendendo pezzi di metallo, un tipo di rottame che abbonda, anche sotto forma di mina, nell’Afghanistan senza pace