Marco Tosatti, La Stampa 27/6/2007, 27 giugno 2007
MARCO TOSATTI
CITTA’ DEL VATICANO
A sorpresa, con un documento brevissimo (venti righe in latino, firma compresa) Benedetto XVI ha modificato le regole per eleggere - ad multos annos - il suo successore. Da oggi per portare al soglio di Pietro l’uomo prescelto dallo Spirito Santo e dai cardinali elettori serviranno di nuovo i due terzi dei votanti; in nessun caso si potrà arrivare ad avere un Pontefice a maggioranza semplice, vale a dire che abbia avuto la metà dei voti validi più uno. Quella della maggioranza semplice era un’innovazione introdotta nella storia plurisecolare dei conclavi da Giovanni Paolo II, e aveva destato alcune perplessità. Durante il Concistoro del 2001 infatti alcuni cardinali dell’area di lingua tedesca e dell’America Latina, fra cui lo stesso Joseph Ratzinger, avevano manifestato a papa Wojtyla le loro riserve. «Con la costituzione apostolica "Universi Dominici gregis", promulgata il 22 febbraio del 1996 - scrive nel suo "Motu Proprio" Benedetto XVI - il nostro venerabile predecessore Giovanni Paolo II ha introdotto alcune modifiche nelle norme canoniche» stabilite da Paolo VI.
Papa Ratzinger ricorda poi nel suo testo, emanato senza che vi fosse alcun preavviso, che dopo che la «Universi Dominici Gregis» fu promulgata, «poche petizioni, notevoli per autorevolezza, giunsero a Giovanni Paolo II, sollecitando che fosse ristabilita la norma sancita dalla tradizione, secondo la quale non si potrà avere un romano Pontefice eletto validamente se non avrà ottenuto i due terzi dei suffragi dei cardinali elettori presenti». Ratzinger non dice se fra le petizioni «auctoritate insignes» ci fosse anche la sua; ma tutto lascia pensare di sì, se a soli due anni dall’elezione, e godendo di una discreta salute, ha pensato, fra le altre cose, di legiferare in materia.
Giovanni Paolo II, per evitare che si avesse il pericolo di uno stallo nelle procedure, aveva deciso che dopo il trentatreesimo scrutinio si potesse far ricorso alla maggioranza della metà più uno. Questa regola però aveva l’inconveniente di «polarizzare» un eventuale scontro. Se cioè uno dei due schieramenti avesse avuto la maggioranza semplice, e avesse deciso di imporre il proprio candidato, gli sarebbe stato sufficiente protrarre fino al limite le votazioni (in pratica, oltre il tredicesimo giorno di Conclave) per giungere poi agevolmente a vincere. Con il rischio conseguente di avere un pontefice basato su una maggioranza sottile, e perciò dotato di un’autorevolezza relativa. Secondo le nuove disposizioni, inoltre, diventa obbligatorio il «ballottaggio» dopo la trentatreesima votazione; e anche in questo caso sarà necessaria una maggioranza dei due terzi. Inoltre i due candidati saranno esclusi dal voto.
Ieri il direttore della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha spiegato che le nuove norme per l’elezione del Papa servono «a garantire il più ampio consenso possibile per la nomina del nuovo Pontefice»; cioè ad obbligare i due eventuali schieramenti a uscire dal braccio di ferro con una candidatura condivisa. E in effetti fino alla «Universi Dominici gregis» tutti i documenti pontifici dell’ultimo secolo che riguardano l’elezione del vescovo di Roma hanno rigorosamente conservato la norma dei due terzi. San Pio X nella sua costituzione «Vacante Sede Apostolica» del 1904; Pio XI nel suo motu proprio «Cum proxime» (1922); Pio XII nella sua «Vacantis Apostolicae Sedis» del 1945; Giovanni XXIII nella sua «Summi Pontificis electio» (1962); e infine Paolo VI nella «Romano Pontifici eligendo» del 1975 hanno mantenuto la norma. Non solo, per rendere più «pura» la regola dei due terzi, Pio XII e Paolo VI avevano stabilito che il nuovo Papa avrebbe dovuto ottenere i due terzi più uno dei voti; in modo che il voto del candidato fosse ininfluente. Ma per Ratzinger bastano i due terzi