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 2007  giugno 27 Mercoledì calendario

Nonostante le leggende, nella storia del diritto canonico la sola pratica elettiva che non sia di origine ecclesiastica è il Conclave

Nonostante le leggende, nella storia del diritto canonico la sola pratica elettiva che non sia di origine ecclesiastica è il Conclave. Fu un’iniziativa comunale, a partire dal 1216, per ridurre le spese necessarie ad assemblee che si protraevano inutilmente. I partecipanti venivano chiusi a chiave nell’aula, nutriti con pane secco ed acqua, privati del letto. In qualche comune si aggiungeva lo scoperchiamento del tetto della sala adibita alle votazioni. Ed è questo mix di spicce consuetudini civiche che i viterbesi applicarono nel 1268 ai cardinali radunati nella Tuscia per dare un successore a Clemente IV. In realtà, nel 1238 i Domenicani, inventori tra l’altro del bicameralismo, avevano inculturato i conclavi civici nelle proprie costituzioni ed erano in grado di offrire alla Chiesa un modello elettivo sobrio e senza eccessi strapaesani. Tuttavia, nel secondo Concilio di Lione del 1274, la Chiesa preferisce proprio il modello viterbese, giudicato capace di garantire alle elezioni papali funzionalità e velocità. Quello che conosciamo oggi, il Conclave moderno, nasce con Sisto V. Siamo dunque nel 1585: ristrutturando la curia romana e affidando ad ogni cardinale la cura di una specifica Congregazione (i ”ministeri” della Chiesa) Papa Peretti formalizzò anche il primo modello elettivo del Papa: un compromesso tra le ragioni del Conclave e quelle della Curia. Dal XVI secolo, da quando i Papi hanno elaborato il conclave che ancora conosciamo, cappelli e abiti color porpora hanno ricoperto il capo e le membra di 3000 ecclesiastici. Tra questi, 583 sono vissuti nel XX secolo. Se poi vogliamo parlare di record statistici, il più prolifico facitore di porporati è stato, manco a dirlo, Giovanni Paolo II: nei suoi otto concistori, ha iscritto nel «club più esclusivo del mondo» duecentouno cardinali. L’altra faccia della medaglia, quella del Papa meno dedito alle imposizioni di berrette, dopo oltre due anni dalla sua elezione, spetta ancora a Benedetto XVI: nonostante le previsioni, non ha finora chiamato nessuno nel Sacro Collegio. Se invece vogliamo gettare in politica pure il conclave, gli studiosi sono convinti di poter riconoscere all’interno di quelli celebrati nel XIX e XX secolo l’esistenza di almeno quattro partiti. Quello vincente, il ”partito centralista”, è composto da una corporazione istituzionale intermedia. Uno zoccolo duro di uomini di Chiesa che ha sempre escluso dal Soglio Pontificio gli aderenti ai progressismi estremi, coloro che, durante i secoli, hanno continuato a sognare una Chiesa pienamente sinodale salvaguardando allo stesso tempo il papato moderno dagli immobilismi supermonarchici tradizionali, quelli della Curia. Un partito che manifesta una sana diffidenza per i porporati che pendono verso forme di Chiesa fintamente assembleari, come quelle praticate all’interno di alcune importanti Conferenze Episcopali. Probabilmente, se ormai conosciamo conclavi che possono agilmente assolvere la loro funzione nel giro di due-tre giorni, lo dobbiamo proprio al fatto che anche per trovare riferimenti «politici», i cardinali non hanno più bisogno di cercarli fuori dalla Chiesa. Tutti i Conclavi dal XVII secolo agli inizi del XIX hanno potuto eleggere un pontefice unicamente tra coloro che non ricevevano il veto da una potenza cattolica. E così che nel 1724 e nel 1730 il Papa sarebbe potuto essere il cardinale Fabrizio Paolucci qualora non avesse ricevuto il veto dall’Austria. In realtà, nel 1724 i conclavisti tentarono, anche offrendo denaro, di far annullare il veto imperiale ma il prezzo venne ritenuto troppo oneroso. Nel 1730, per poter eleggere Clemente XII, Papa Corsini, i conclavisti dovettero affrontare i veti dei Savoia, dei Medici e dei Farnese. Ed è alla fine di un Conclave durato sei mesi, nel 1740, dopo aver subito i veti di Austria, Francia, Spagna, Napoli e Toscana su altrettanti candidati che il conclave riuscì ad eleggere Prospero Lambertini, Benedetto XIV, il «Papa Roncalli» del Settecento. Una leggenda ecclesiastica molto radicata ricorda la colorita espressione (comincia con «c» e ha cinque lettere) con la quale rispose a chi gli chiedeva se accettava l’incarico. Aggiungendo: «Così la finiamo con queste nostre riunioni