Marco Zatterin, La Stampa 27/6/2007, 27 giugno 2007
MARCO ZATTERIN
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES
Racconta il Fisco che l’Italia è un paese del Nord Europa, scandinavo a tratti, perché le nostre imprese versano un volume di tasse superato solo da quello delle cugine tedesche e il nostro lavoro paga pegno quasi come la serafica Svezia. Il reddito personale non ci conduce nella «top five» dei tartassati, visto che un contribuente medio trasferisce al ministero delle Finanze 40 euro ogni 100 guadagnati, previdenza sociale compresa. Ma è una magra consolazione: siamo comunque ottavi, sopra la media Ue (39,6), e non c’è bisogno di alcun rapporto per dire che abbiamo servizi decisamente peggiori di chi è davanti.
Se è vero che ogni statistica narra una storia, l’odiata contabilità fiscale può scrivere una intera enciclopedia. Eurostat traccia nel suo ultimo rapporto pubblicato ieri il profilo di un’Unione a Ventisette in cui la pressione fiscale è andata lentamente crescendo in questo primo scorcio di secolo, indice probabile del rigore che ha accompagnato il debutto della moneta unica: si era al 39,3% del pil nel 2002, si è arrivati un passo sotto il 40 nel 2005. I grafici dimostrano che il risultato è stato anticipato, sino dal 1999 e in misura superiore, da un taglio complessivo dei prelievi. E’ pertanto un’inversione di tendenza anche se di entità minore.
Il regno degli esattori è la Svezia, dove le tasse incidono al 51,3% (dato 2005) e si lavora oltre sei mesi l’anno prima di cominciare a mettere in tasca il primo cent di stipendio netto. L’Italia è fortunatamente lontana, le entrate fiscali in percentuale del prodotto nel 2005 erano al 40,6%, in lieve discesa eppure oltre il valore mediano. Tutto però cambia quando si esaminano i fattori intorno a cui ruota l’economia, il lavoro e le aziende. Qui la trama ha una svolta impressionante. Niente signor Rossi dalle nostre parti, ma tanti Schultz, Johansson e Eriksson.
Gli imprenditori, ad esempio. Eurostat rileva che ogni cento euro di reddito gli italiani ne versano al Fisco 37,3 (dato 2007), uno e mezzo circa in meno di quanto fanno nella Repubblica federale tedesca. Siamo in buona compagnia, verrebbe da dire, eppure già i francesi sono tre punti sotto, gli spagnoli cinque e i britannici sette. Per non parlare dei paesi dell’Est appena entrati nell’Unione, dove le imposte sulle aziende sono (dal nostro punto di vista) ridicole: 10 per cento in Bulgaria, 16 in Romania, 19 in Slovacchia. E’ a suo modo una forma di concorrenza sleale legalizzata che spiega una buona parte della temuta e vituperata delocalizzazione.
I numeri sul lavoro confermano: siamo scandinavi. Paghiamo il 43,1% di tasse (anno 2005) sulle braccia attive, tre punti in meno della Svezia, sei oltre la media dei Ventisette. Il Regno Unito è 17 punti più in basso, divario che illustra bene il dinamismo delle imprese britanniche in un ambiente liberista e liberalizzato in cui un buon Welfare compensa ogni eccesso. L’Italia è sul tetto, pesante, un po’ meno da luglio col taglio del cuneo fiscale. E pensare che il capitale, tassato al 29% e unico prelievo sotto la media Ue, consentirebbe di investire nelle attività produttive a cuore relativamente leggero. E’ una vita dura. In termini fiscali i cittadini pagano caro il loro reddito, come le imprese che a questo aggiungono il lavoro. Tutti quanti rimpinguano le casse pubbliche consumando energia. Il conto si fa in euro per tonnellate equivalenti di petrolio: i danesi primi della lista ne concedono 321 (nel 2005), gli italiani - secondi - 241. Oltre quota 200 volano Svezia, regno Unito, Olanda, e Germania. Come volevasi dimostrare. Siamo nordici proprio quando, ed è il caso del Fisco, sarebbe stato meglio restare mediterranei