Corriere della Sera 27/6/2007, pagina 39. Lettera a Sergio Romano., 27 giugno 2007
Sono uno dei tanti proprietari di tango bond governativi emessi dall’Argentina. Non ho accettato la proposta di parziale rimborso e sono in attesa dell’esito dell’arbitrato Icsid, anche se tutto fa pensare che della cosa nessuno voglia più parlare
Sono uno dei tanti proprietari di tango bond governativi emessi dall’Argentina. Non ho accettato la proposta di parziale rimborso e sono in attesa dell’esito dell’arbitrato Icsid, anche se tutto fa pensare che della cosa nessuno voglia più parlare. Due amare considerazioni: il governo argentino ha recentemente dichiarato di avere ricostituito riserve per 40 miliardi di dollari (molto superiori al debito residuo), di avere saldato il debito con il Fondo monetario internazionale e di essere molto fiducioso sul futuro economico della nazione. Perché allora non mantiene i suoi impegni? E perché i nostri governi, a parte le solite velate proteste, non hanno mai preso energica posizione di condanna nei confronti di uno Stato sovrano che non mantiene i suoi impegni pur essendo ora in grado di farlo? Guido Gabaglio guido.gabaglio@tiscali.it Caro Gabaglio, non sono in grado di fare previsioni sull’esito del negoziato. Ma posso cercare di risvegliare interesse per questa vicenda ricordando i fatti. Lo farò sulla base di un libro apparso in questi giorni presso l’editore Rubbettino. Si intitola «Servizio di Stato» ed è scritto da un diplomatico, Giovanni Jannuzzi, che è stato ambasciatore a Buenos Aires dal luglio 1998 al novembre 2001. Gli ultimi mesi della missione di Jannuzzi in Argentina coincidono con la fase più grave della crisi finanziaria che aveva colpito il Paese. Alla fine del 2001, prima e dopo le dimissioni dei suoi maggiori responsabili (il presidente De la Rua e il ministro dell’economia Domingo Cavallo), il Paese fu sull’orlo della rivoluzione. Vi furono manifestazioni di piazza nelle quali persero la vita più di venti dimostranti. Il governo dovette ordinare la cessazione dei pagamenti internazionali e la fine di quella parità del peso col dollaro, voluta da Cavallo, che era stata uno dei fattori scatenanti della crisi. Nel 2002, ricorda Jannuzzi, il prodotto interno lordo perdette 14 punti e la disoccupazione superò il 20%. Ma il momento di maggiore crisi fu anche l’inizio della ripresa. Liberatosi dall’obbligo di pagare i creditori internazionali, il Paese poté approfittare della svalutazione (il peso valeva ormai tre dollari) e ricominciò a esportare. Al momento della sua elezione, nel maggio 2003, il nuovo presidente Nestor Kirchner poté approfittare del miglioramento dei conti pubblici e registrare una crescita annua pari al 9%. Ma rimase fedele alla sua matrice ideologica (era un peronista di sinistra) e proseguì una politica che penalizzava gli investitori e i risparmiatori stranieri. Questa politica colpì particolarmente l’Italia. «Per molti anni, ricorda Jannuzzi, i nostri principali istituti di credito (in particolare Bnl, Banco di Roma e San Paolo Imi) avevano collocato sul mercato italiano titoli del Tesoro argentino in quantità rilevanti: allo scoppio della crisi, l’insieme dei titoli in mano a più di 450.000 risparmiatori italiani raggiungeva la somma di 14 miliardi di dollari, il che faceva di noi il secondo Paese creditore, dopo gli Stati Uniti, ma molto avanti alla Germania e al Giappone». Sempre secondo Jannuzzi, le banche non furono colte di sorpresa: «avevano di fatto interrotto le operazioni di collocamento già a fine 2000, e si erano affrettate a girare ai risparmiatori una buona parte dei titoli che avevano in portafoglio ». Più tardi, preoccupate dalle reazioni dei loro clienti, avevano chiesto a Jannuzzi, da poco rientrato in Italia, una missione esplorativa a Buenos Aires che non dette alcun risultato. Nella speranza di un negoziato si costituì una «task force », guidata dall’ex direttore generale del Banco di Roma Nicola Stock, ma l’elezione di Kirchner rese ancora più rigida la posizione del governo di Buenos Aires. Il resto è storia più recente di cui lei in particolare, caro Gabaglio, è certamente al corrente. L’Argentina rifiutò qualsiasi negoziato bilaterale e i rapporti fra i due Paesi divennero alquanto tesi. Il momento culminante della crisi italo-argentina fu verso la fine del 2004, quando il governo di Buenos Aires, dopo avere cominciato a tacitare con i suoi rimborsi il Fondo Monetario Internazionale, fece un’offerta finale che prevedeva varie possibilità, fra cui in particolare «il cambio dei titoli scaduti con nuovi titoli di un valore leggermente superiore al 30% di quelli originari ». Era una proposta punitiva, ma, secondo Jannuzzi, corrispondente alle reali condizioni del Paese in quel momento e, comunque, difficilmente modificabile. La «task force», tuttavia, «adottò una linea diametralmente opposta, facendo campagna attiva perché i creditori italiani la rifiutassero, nella previsione che essa sarebbe stata rigettata dai mercati e sarebbe quindi decaduta». L’offerta fu invece accolta dal 78% dei creditori e divenne quindi esecutiva. Nel frattempo, commenta amaramente Jannuzzi, la nostra presenza economica in Argentina era «considerevolmente arretrata». Con l’uscita dal mercato finanziario argentino della Banca Commerciale e della Bnl «si è lasciato che in un Paese come l’Argentina scomparisse qualsiasi istituto di credito italiano, con ovvie conseguenze sull’insieme delle nostre attività economiche in questa zona».