Alberto Melloni, Corriere della Sera 27/6/2007, 27 giugno 2007
L a disciplina della Chiesa latina è ancorata a concezioni e pratiche non usuali. Essa ancora teme che una norma, anche la più venerabile, possa essere abolita per desuetudine, solo perché nessuno la pratica più
L a disciplina della Chiesa latina è ancorata a concezioni e pratiche non usuali. Essa ancora teme che una norma, anche la più venerabile, possa essere abolita per desuetudine, solo perché nessuno la pratica più. E viceversa quando vuole che una norma regga, indiscutibile nel tempo, è usanza papale il ripubblicarla per intero, di modo che nessuno possa invocare varianti e forme desuete della tradizione per manomettere meccanismi particolarmente delicati. Per questo motivo, da Napoleone in poi, ogni Papa ha ripubblicato le regole per l’elezione del successore: per dar forza alla norma e se mai introdurre i ritocchi che il pontefice regnante, nella sua esperienza di elettore e di eletto, ritiene utili ad ottenere un risultato chiaro e indiscutibile. sfuggito solo parzialmente a questa regola Benedetto XVI che, anziché imitare Giovanni Paolo II che attese 18 anni prima di dare alle stampe la sua costituzione sul conclave, ha corretto con un emendamento fatto in nome della tradizione dopo soli 26 mesi dal suo conclave, la legge che regolerà l’elezione del suo successore. Molte delle riforme più sostanziali introdotte dal Papa polacco sono rimaste: il conclave si svolge a Roma, anche se il Papa dovesse morire lontano dalla sua sede episcopale; la coabitazione dei cardinali non è più quella penitenziale che veniva allestita nella Capella Sistina, ma quella del comodo residence di Santa Marta; gli antichi sistemi d’elezione per ispirazione e accesso sono vietati; la figura del cardinal decano (alla morte di Wojtyla era Ratzinger, ora è il cardinal Sodano) rimane onnipresente nei giorni di preparazione del conclave. Le correzioni ratzingeriane, invece, di cui si ordina una subitanea pubblicazione sull’Osservatore Romano, intervengono su un punto che è stato oggetto di speculazioni nell’ultimo conclave. Infatti nel 1996 Giovanni Paolo II stabilì che dopo tredici giorni di votazioni i cardinali avrebbero potuto designare il nuovo pontefice con la metà +1 dei voti anziché coi canonici due terzi. Qualcuno ha ritenuto che in questa figura stesse la chiave del successo elettorale di Ratzinger: infatti secondo i diari del conclave apparsi sulla rivista Limes e sul quotidiano O Globo, gli oppositori di Ratzinger avrebbero raccolto la mattina del 19 aprile 2005 un pacchetto di voti di poco superiore a 1/3 del collegio. Una soglia che in altri tempi avrebbe fatto cadere una candidatura. Alcuni pensano che invece nel 2005 ciò non sia accaduto perché in qualunque caso, il 1˚ maggio un Ratzinger con la maggioranza semplice sarebbe salito al trono di Pietro. La ricostruzione non è del tutto convincente: evoca uno scenario remoto e soprattutto non spiega a fondo chi, come e cosa abbia spostato un pacchetto di voti su Ratzinger tale da fargli superare la quota dei due terzi alla prima votazione pomeridiana, in un modo che (a giudicare dal maglione nero che spuntava sotto la cotta di Benedetto XVI alla prima benedizione) doveva averlo colto di sorpresa. Tuttavia è evidente dalla odierna riforma che da questa ombra il Papa vuole liberare il successore e in certo modo anche se stesso: per cui stabilisce che se dopo 13 giorni i cardinali non hanno raggiunto la desiderata concordia si voti con un ballottaggio che rimane però vincolato all’esigenza di avere i due terzi dei voti. Altra spia indiretta dell’andamento del conclave del 2005 è l’inibizione dell’elettorato attivo per i due cardinali che dovessero andare a questo ballottaggio. Dietro questa regola sta un dubbio che percorre molti conclavi e tutti quelli dal 1939 in poi. Infatti per la caratteristica dell’elezione papale si ritiene che un segno dell’idoneità del candidato al papato siano la sue resistenze ad assumere l’ufficio di successore di Pietro: e che dunque sia «elegante » che il futuro Papa, pur avendo tutto il diritto di farlo, quando deve compilare la scheda nella quale indica colui che a suo avviso, davanti a Dio, è degno di essere eletto, non scriva il suo nome. Una diceria accusava Pio XII di essere parte della maggioranza che lo aveva eletto: e per liberare il successore egli stabilì che la maggioranza necessaria era di 2/3 + 1 voto, in modo da rendere pleonastico l’eventuale autovoto. Giovanni XXIII che riteneva quella aggiunta uno scrupolo poco decoroso per il collegio tolse il +1, reintrodotto da Paolo VI e levato di nuovo da Giovanni Paolo II. La decisione di Benedetto XVI di impedire ai due candidati sottoposti a ballottaggio di votare e di votarsi dice che questa figura dell’edificante ritrosia a diventar Papa e viceversa del sospetto che questo requisito etico-estetico possa essere venuto meno continua a percorrere il conclave del secolo XXI, o almeno il prossimo