Massimo Gaggi e Marco Pratellesi, Corriere della Sera 27/6/2007, 27 giugno 2007
Massimo Gaggi DAL NOSTRO INVIATO NEW YORK – Negli aeroporti americani giurano di non avere mai visto niente di simile: drappelli di guardie armate per proteggere non lo spostamento di una partita d’oro o di diamanti, ma l’arrivo di telefonini dalla Cina
Massimo Gaggi DAL NOSTRO INVIATO NEW YORK – Negli aeroporti americani giurano di non avere mai visto niente di simile: drappelli di guardie armate per proteggere non lo spostamento di una partita d’oro o di diamanti, ma l’arrivo di telefonini dalla Cina. Telefonini un po’ particolari: gli «iPhone», i nuovi cellulari della Apple con i quali, senza eccedere in modestia, Steve Jobs promette di reinventare la comunicazione mobile. Sono in molti a dargli credito, visti precedenti dell’imprenditore della Silicon Valley che nel 1984 ha rivoluzionato, col suo Macintosh, l’industria dei personal computer, mentre sei anni fa, con l’iPod, ha spazzato via la Sony che, col «walkman», controllava il mercato della musica «portatile». Costruiti materialmente in Cina, i telefonini dell’azienda di Cupertino sono già l’«oggetto del desiderio» di milioni di americani. Buona parte dei quali si prepara a mettersi in fila con scorte di cibo, bibite e sacchi a pelo – davanti ai 200 negozi della Apple e alle 1.800 agenzie dell’AT& T (il gigante telefonico che ha ottenuto da Jobs l’esclusiva sull’iPhone per 5 anni) che cominceranno a venderli venerdì sera, subito dopo la chiusura delle attività «normali» della giornata. Nessuno sa quanti saranno gli iPhone distribuiti in questo lancio americano (le vendite in Europa inizieranno in autunno, quelle in Asia nel 2008). La Apple si è limitata a dire che intende distribuire 10 milioni di apparecchi entro la fine del prossimo anno. Lo stock iniziale dovrebbe essere superiore al milione di esemplari (i bene informati parlano di tre milioni). Molti analisti prevedono che le scorte andranno esaurite già al primo giorno di vendite. Per questo molti negozi stanno predisponendo, d’accordo con la polizia locale, ferrei servizi d’ordine. Questi cellulari «intelligenti» non incorporano tecnologie rivoluzionarie, né sono a buon mercato: 499 o 599 dollari a seconda delle versioni. Perché, allora, tanta attesa? Perché ancora una volta il «pifferaio magico» Jobs ha sfornato un oggetto seducente: un telefonino che i fan della Apple già definiscono «sexy», piatto e leggero, senza tastiera e con uno schermo nero che offre le funzioni di telefono, videocamera, computer e riproduttore di musica e di film. Poi, da mago del marketing, è riuscito a creare un’attesa spasmodica: ha mostrato il nuovo telefono in pubblico già sei mesi fa, ma da allora nessuno l’ha avuto tra le mani. Celebrità dello spettacolo e leader del business hanno chiesto invano di poterlo collaudare. Qualche giorno fa Eric Schmidt, l’amministratore delegato di Google, che è anche consigliere d’amministrazione della Apple, ha raccontato di avere avuto una dimostrazione dell’iPhone di pochi minuti: alla fine ha dovuto riconsegnare l’apparecchio. Ancora ieri non ne avevano visto uno nemmeno i commessi dei negozi dell’AT&T che, pure, fra due giorni dovranno spiegare il suo funzionamento ai clienti. L’attesa spasmodica suscita anche reazioni irritate. «A parte il lavandino della cucina, questo telefonino promette di avere tutto», ironizza Reed Richards, direttore dell’agenzia di scommesse BetUS.com che già dà le quote: uno a dieci che le batterie si scaricheranno prima di quanto promesso dall’azienda, 5 a 6 che le vendite supereranno gli obiettivi fissati, 1 a 30 che i primi iPhone si riveleranno difettosi e dovranno essere ritirati. Secondo molti l’elevato numero e la complessità delle funzioni rendono questo prodotto vulnerabile. John Gapper scrive sul Financial Times che, probabilmente, i «fan» della Apple rimarranno delusi non dall’oggetto in sé, ma dai limiti della rete di telecomunicazioni dell’AT& T: la società, infatti, usa il sistema «Edge » che è molto più lento delle reti di terza generazione (3G), che cominciano a diffondersi in Europa. L’apparecchio, poi, non può ricevere email col sistema usato dai «Blackberry». Il magazine New York ha dedicato la «cover story» al nuovo prodotto: in copertina Jobs con lo sguardo messianico e un titolo secco: «iGod». I più nervosi sono, ovviamente, i leader del mercato dei cellulari – Nokia, Motorola e Samsung – e le società di telefonia mobile concorrenti di AT&T. Tutti cercano di mostrarsi sereni e rilassati. In fondo Jobs si presenta come un operatore di nicchia: 10 milioni di telefonini sono una frazione minima di un mercato mondiale nel quale i telefonini attivi sono ormai molto più di due miliardi. Ma non è facile dormire sonni tranquilli se si riflette sulla vicenda dell’iPod, il papà del nuovo telefono: un prodotto costoso che all’inizio ebbe un successo commerciale limitato. Poi la Apple abbassò il prezzo e le vendite si impennarono: la società ha ormai venduto oltre 100 milioni di iPod, rifondando su nuove basi un mercato della musica dominato solo qualche anno fa dal walkman. Molti scommettono che lo schema si ripeterà anche nei telefoni. Del resto l’ultimo «oggetto del desiderio» nel campo dei cellulari (il «Razr» della Motorola), introdotto sul mercato qualche anno fa a 500 dollari, oggi è un prodotto di massa venduto a 50 dollari. Gli analisti sostengono che, comunque, anche se i numeri rimarranno contenuti, un oggetto come quello offerto dalla Apple è destinato a cambiare la percezione stessa del telefono: tutti saranno costretti ad offrire prodotti con caratteristiche analoghe, anche se chi ha già battuto la strada dello «smart phone» non ha ottenuto, per ora, successi travolgenti. Qui pesa anche il carisma di Jobs: l’elemento distintivo del suo telefono è l’assenza di tastiera, sostituita da un sistema «touch screen». Altri produttori di cellulari avevano proposto in precedenza alle società americane di telecomunicazione di introdurre prodotti di questo tipo, ma erano state invitate a non fare rischiosi salti dell’ignoto. AT&T ha invece accettato senza fiatare il «diktat» del fondatore della Apple, che l’ha ripagata con un lunghissimo contratto di esclusiva. *** Marco Pratellesi MILANO – «La tastiera è un disastro, sono certo che in molti lo riporteranno indietro». «Ma che dici, Jobs ha detto che è una figata». «Lascia perdere, è frustrante, soprattutto se hai le dita grosse». Eccoli qua, guelfi e ghibellini, fan della Mela morsicata e scettici, pronti a sbeffeggiarsi, con affondi e colpi di fioretto come per ogni nuovo prodotto Apple. Basta un giro fra i blog per farsi un’idea. E mentre negli Usa qualcuno è già in fila per aggiudicarsi il primo iPhone della vita, i detrattori giurano che questa volta Steve Jobs «si è buttato nella piscina della telefonia mobile senza sapere nuotare». In questi casi meglio fidarsi di quello che si è visto. Il 9 gennaio scorso Steve Jobs ha presentato «the next big thing» a San Francisco. «Your life in your pocket» – la tua vita nella tua tasca – disse alzando al cielo la mano che stringeva il nuovo oggetto misterioso. Proprio lo slogan sintetizzava il primo punto a favore dell’iPhone. 1. Il tentativo di raccogliere tutto quello di cui abbiamo bisogno in un oggetto che sta nel palmo di una mano, e quindi, in una tasca, è sicuramente un passo avanti. I forzati del sempre connessi sono costretti a fare i giocolieri saltando da un cellulare al pc, dal blackberry all’iPod. Fateci caso: la maggior parte dei telefonini, sono mortificanti appena ci si addentra nella navigazione su internet. La scommessa di Jobs è conquistare il mercato con un telefonino-computer che promette di fare tutto quello di cui abbiamo bisogno, sempre e ovunque: immagazzinare Mp3, video e programmi tv, navigare su internet, chattare, ricevere e inviare email e sms, leggere testi, fare e ricevere foto, telefonare, naturalmente. 2. Altro punto a favore: il sistema multi-touch che consente di utilizzare le dita per interagire, scrollare e zoomare su un monitor di circa sei centimetri per nove. Lo schermo occupa così l’intero spazio disponibile senza costringere ad utilizzare i fastidiosi stilo (piccole penne senza traccia). 3. Le connessioni wi-fi non sono ovunque, ma si stanno espandendo a grande velocità: dai parchi alle stazioni, dalle librerie ai caffè. Il fatto che l’iPhone includa questo tipo di opzione contribuirà al suo successo. Eppure, nonostante l’entusiasmo per questo nuovo oggetto – che nelle intenzioni di Jobs rivoluzionerà la telefonia mobile, come l’iPod ha rivoluzionato l’industria musicale’ qualche punto debole potrebbe comprometterne il successo. 1. La mancanza di connessione 3g potrebbe essere un deterrente insormontabile per molte persone, soprattutto in Europa, dove la connessione wi-fi non è così soddisfacente come negli Usa. 2. Le batterie sono la bestia nera di tutti gli apparecchi elettronici ad alto consumo. L’iPhone garantisce sulla carta 6 ore di utilizzo multimediale: l’utente potrebbe trovarsi costretto a ricaricare più volte al giorno il cellulare. 3. Ultima nota dolente: il prezzo. 499 dollari per il modello base da 4 Gb e 599 per quello da 8 Gb non sono pochi. Ma qui Matte, maniaco tecnologico, parla per tutti: «Nell’ottobre 2001 ho speso un milione di lire per comprarmi l’iPod appena uscito. Oggi un iPod shuffle costa 79 dollari». Chi avrà pazienza vedrà eliminato almeno il terzo punto negativo