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 2007  giugno 26 Martedì calendario

JO BECKER E BARTON GELLMAN WASHINGTON

Poco dopo che l´11 gennaio 2002 i primi arrestati con l´accusa di terrorismo raggiunsero la prigione navale statunitense di Guantanamo, nell´omonima baia di Cuba, entrò nell´ufficio crisi della Casa Bianca una delegazione della Cia. Gli uomini dell´agenzia illustrarono un problema alquanto delicato al consigliere della Casa Bianca Alberto R. Gonzales, pressoché privo di esperienza in materia. L´avvocato del vicepresidente Cheney, che di esperienza ne aveva molta, si sedette ad ascoltare. Quell´incontro ha segnato «la prima occasione in cui è venuta fuori la questione degli interrogatori» tra i funzionari di più alto grado della Casa Bianca come ricorda John C. Yoo, che all´epoca rappresentava il Dipartimento della Giustizia. Gli agenti della Cia dissero ai funzionari del ministero della Giustizia: «Incontreremo difficoltà oggettive cercando di ottenere dai prigionieri notizie utili a perseguirli in giudizio» se negli interrogatori occorrerà limitarsi alle tecniche compassionevoli consentite dalle Convenzioni di Ginevra.
Da quel momento in poi, ben prima quindi di quanto i precedenti resoconti abbiano suggerito, Cheney rivolse la propria attenzione alla questione molto pratica di come piegare la volontà dei detenuti durante gli interrogatori. L´ufficio del vicepresidente ha avuto un ruolo centrale nell´abbattere i limiti della coercizione nei prigionieri sotto la custodia degli Stati Uniti, promuovendo e difendendo le opinioni legali che, mesi dopo, l´Amministrazione Bush ha attribuito alla singola iniziativa di funzionari di più basso livello gerarchico.
Cheney e i suoi alleati confermano ora una ventina di funzionari ed ex funzionari dell´amministrazione si sono fatti promotori di una nuova distinzione tra le pratiche di tortura «vietate» e un uso consentito di metodi d´interrogatorio «crudeli, disumani o degradanti».
David S. Addington, consigliere generale di Cheney, ha fissato la nuova agenda legale in un categorico memorandum poco dopo il ritorno a Langley della delegazione della Cia. «Gli stretti vincoli posti dalle Convenzioni di Ginevra all´interrogatorio dei prigionieri - ha scritto il 25 gennaio 2002 - ostruiscono gli sforzi volti a ottenere rapidamente informazioni dai terroristi arrestati».
A quel punto il vicepresidente non si è più concentrato sui diritti procedurali, quali la possibilità per i prigionieri di avere un avvocato e di avere un giusto processo in tribunale. La questione che da quel momento in poi gli è stata maggiormente a cuore era molto più elementare: «Quanta sofferenza il personale statunitense può infliggere a un nemico per farlo parlare?». Il legale di Cheney temeva che in futuro i pubblici ministeri, con motivazioni «difficilmente prevedibili», avrebbero potuto denunciare penalmente gli addetti agli interrogatori o i funzionari dell´Amministrazione Bush.
Le Convenzioni di Ginevra vietano non soltanto la tortura in generale, ma altresì, in termini altrettanto categorici, il ricorso alla «violenza», a un «trattamento crudele», «un trattamento umiliante o degradante» nei confronti di un prigioniero «in qualsiasi caso, in qualsiasi occasione e in qualsiasi luogo». Il War Crimes Act del 1996 rende qualsiasi grave violazione di tali restrizioni punibile e perseguibile come crimine. Addington ha pertanto scritto che la migliore difesa in caso di una simile imputazione sarebbe potuta consistere nell´associare a una generica ordinanza del presidente di trattare umanamente i prigionieri, l´attestazione di un´autorità senza restrizioni per fare qualche eccezione.
Il consigliere del vicepresidente ha proposto quindi che il presidente Bush emettesse di proposito una direttiva ambigua. I prigionieri sarebbero stati trattati «umanamente e, in misura opportuna e conforme alle necessità militari, in modo coerente con i principi delle Convenzioni di Ginevra». Due settimane dopo, quando Bush il 7 febbraio 2002 ha reso nota la sua ordinanza, ha adottato alla lettera la formula di Addington, lasciando quindi ampio margine di manovra.
Nell´autunno scorso, in una intervista alla radio, Cheney ha dichiarato: «Noi non torturiamo». Ciò che egli ha omesso di riconoscere, secondo Alberto J. Mora - che fungeva allora da consigliere generale della Marina per nomina di Bush - è che la nuova configurazione legale era stata strutturata specificatamente per lasciare spazio alla crudeltà. Dal punto di vista del diritto internazionale, prosegue Mora, si definisce crudeltà «l´imposizione di gravi sofferenze fisiche o mentali o dolore». «La tortura è una versione estrema di crudeltà» ha quindi concluso.
Già, ma quanto estrema? Yoo è stato convocato nuovamente alla Casa Bianca all´inizio della primavera del 2002. Quella volta la questione era urgente. La Cia aveva catturato Abu Zubaida, che all´epoca (il 28 marzo 2002) si riteneva fosse un agente di alto grado di al-Qaeda. Yoo ha riferito che gli agenti addetti al caso volevano sapere «quali erano i limiti legali di un interrogatorio».
Questo meeting, di cui finora non si era a conoscenza, getta luce sulle origini di una delle affermazioni più controverse dell´Amministrazione. Il Dipartimento della Giustizia l´1 agosto 2002 aveva consegnato una sua opinione segreta, nella quale affermava che la legge statunitense relativa alla tortura «proibisce soltanto le forme peggiori di trattamento crudele, disumano o degradante», permettendo di fatto molte altre. Distribuito con la firma del vice Attorney General Jay S. Bybee, questo parere restringeva inoltre la definizione di tortura, facendole corrispondere soltanto la sofferenza «equivalente in intensità» al dolore di un «cedimento organico o… perfino la morte».
Quello stesso giorno, l´1 agosto 2002, Yoo ha messo la propria firma anche a un secondo parere segreto, il contenuto del quale non è mai stato reso pubblico. Secondo una fonte ben informata, quel suo parere scritto approvava e definiva legale un lungo elenco di tecniche interrogatorie proposte dalla Cia, ivi compresa quella detta della «tavola in acqua», una forma di semiannegamento che il governo statunitense nel 1947 aveva classificato crimine di guerra. Soltanto una richiesta è stata respinta da quel parere rimasto coperto dal segreto di Stato: la minaccia di seppellire vivo il prigioniero.
Per la prima volta Yoo ha detto nel corso di un´intervista di aver messo in guardia a voce gli avvocati del presidente, di Cheney, e del segretario della Difesa Donald H. Rumsfeld, che sarebbe stato pericoloso da un punto di vista politico autorizzare gli addetti agli interrogatori militari a utilizzare le tecniche più dure, perché gli uomini delle forze armate, molto più numerosi degli agenti della Cia, avrebbero potuto fare un uso eccessivo di tali tecniche o oltrepassare i limiti. «Ho sempre pensato che soltanto la Cia dovesse occuparsene, ma alla Casa Bianca e al Dipartimento della Difesa la pensavano diversamente», ha detto Yoo.
Tali tecniche sono in seguito passate dalla Cia all´esercito, e dalla Baia di Guantanamo ad Abu Ghraib. Gli abusi dei soldati americani, quando sono stati resi noti, hanno scatenato una condanna unanime in tutto il mondo.
L´8 giugno 2004, la consigliera per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice e il segretario di Stato Colin Powell verranno a conoscenza dell´esistenza del memorandum sulle torture, ormai vecchio di due anni, da un articolo del Washington Post. Secondo un ex funzionario della Casa Bianca con cognizione diretta dell´accaduto, i due affronteranno insieme Gonzales, nel suo ufficio. Rice dirà «in modo rabbioso che da quel momento in poi non ci sarebbero più stati consigli legali segreti sul diritto internazionale né sulla sicurezza nazionale», e minaccerà di rivolgersi direttamente col presidente se mai Gonzales dovesse tenerli nuovamente all´oscuro della situazione.
Nessuno dei due, tuttavia, farà le proprie rimostranze a Dick Cheney.
(Copyright The Washington Post/La Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti)