Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  giugno 26 Martedì calendario

Con 12 milioni di immigrati irregolari – per lo più entrati per il poroso confine col Messico – gli Stati Uniti hanno un enorme problema umano e politico da risolvere

Con 12 milioni di immigrati irregolari – per lo più entrati per il poroso confine col Messico – gli Stati Uniti hanno un enorme problema umano e politico da risolvere. Umano, anzitutto: sono passati più di vent´anni dall´ultima sanatoria che nel 1986 regolarizzò la posizione di quasi tre milioni di immigrati clandestini. Da allora, un flusso incessante ha ricostituito uno stock di stranieri in situazione di emarginazione giuridica e sociale più numeroso dell´intera popolazione del Portogallo o del Belgio. Quasi la metà di questi 12 milioni vive da oltre dieci anni negli Stati Uniti; le famiglie hanno messo al mondo figli che non hanno mai visto la patria di origine. Quello dei clandestini è un problema che si espande velocemente, perché ogni anno più di 800.000 irregolari si aggiungono allo stock esistente che essendo giovane di età ed avendo alta natalità ha una crescita demografica rapida. Infine questo esercito di irregolari puntella l´economia: sette milioni e mezzo sono gli occupati, pari ad un ventesimo dell´intera forza lavoro (e ad un terzo di quella italiana); ma un occupato su quattro è irregolare in agricoltura, uno su sei nei servizi di pulizia e guardiania per le imprese; uno su sette nel settore delle costruzioni, uno su otto nell´industria alimentare. L´immigrazione è anche un grosso problema politico. Fin dalla sua rielezione, Bush aveva annunciato l´intenzione di arrivare ad una riforma della legislazione, quasi invariata da quarant´anni, introducendo qualche forma di legalizzazione dell´esercito di irregolari. Già governatore del Texas, col fratello governatore della Florida – due tra gli stati con maggiore immigrazione – Bush è sensibile al valore politico dell´elettorato ispanico. Tuttavia le intenzioni del Presidente hanno sollevato fin dall´inizio aspre polemiche; il Congresso aveva addirittura passato, a fine 2005, una legislazione assai più restrittiva di quella esistente. Tanto i repubblicani quanto i democratici sono spaccati al loro interno sulla questione migratoria. Tra i primi, i riformatori, fautori di un atteggiamento più aperto e liberale, si contrappongono a coloro che sono sensibili alle posizioni dei sindacati (Afl-Cio) che temono lo spiazzamento dei lavoratori nativi, l´erosione dei loro salari e la creazione di un proletariato di immigrati non garantiti e manipolabili. Tra i repubblicani c´è una forte business lobby fautrice di un´apertura al lavoro immigrato, aspramente contestata dai quei conservatori arcinemici di regolarizzazioni e sanatorie e che paventano le mutazioni della fisionomia sociale del paese. Nello scorso maggio si era profilata un´intesa tra le componenti riformiste democratiche e repubblicane del Senato. Il compromesso (meno avanzato di quello già raggiunto un anno prima e poi evaporato), si basava su alcuni pilastri. Il primo era destinato ad addolcire l´amara pillola per i repubblicani: un forte rafforzamento del contrasto alla irregolarità con l´assunzione di 18.000 persone per il controllo dei confini; 370 miglia di barriera fisica al confine col Messico e 200 miglia con sorveglianza hi-tech dall´aria e da terra per contrastare il fiume di persone che ogni giorno passa il confine. C´è scetticismo sull´efficacia di queste misure, poiché l´immigrazione, che per molti sarebbe temporanea, rischia di diventare permanente: non si esce da un paese se si teme di non poter rientrarci. Il secondo pilastro riguarda lo stock degli irregolari: questi, una volta identificati, accertato che non abbiano commesso reati, multati di 1.000 dollari, avrebbero diritto ad un visto per lavoro di durata quadriennale; possono inoltre richiedere una carta verde (residenza permanente) ma per farlo debbono tornare nel paese di origine e pagare altri 4.000 dollari se vogliono rientrare a lavorare. Il terzo pilastro riguarda un programma di lavoro temporaneo curiosamente concepito: il permesso di lavoro dura due anni; quindi deve esserci un anno d´interruzione col ritorno nel paese di origine per ottenere un secondo rinnovo, e così per un eventuale (e ultimo) terzo rinnovo. In una prima formulazione il programma prevedeva 600.000 temporanei all´anno, ridotti poi a 400.000 e, in un´ultima stesura, a 200.000. Il quarto pilastro riguarda invece l´immigrazione di tipo permanente, oggi legata soprattutto alle riunificazioni familiari, che verrebbero invece fortemente limitate. Si introduce un tetto annuo di 380.000 visti basati su un punteggio, allocato per il 75% alle qualifiche lavorative e all´istruzione, per il 15% alla conoscenza dell´inglese e per il 10% ai legami familiari. Questo schema, proposto da un gruppo di senatori guidati da Edward Kennedy e John Kyl, è stato per ora accantonato, per l´impossibilità di accordarsi su una serie di emendamenti restrittivi, quali la forte diminuzione delle quote dei temporanei (200.000); la caducità dell´intero programma (ne è stata proposta la scadenza dopo 5 anni); l´inasprimento delle multe per coloro che chiedono la regolarizzazione. Ma il tema dell´immigrazione tornerà presto in agenda e sarà un argomento scottante della campagna per le elezioni presidenziali a cominciare dalle prossime primarie. Nessun paese civile e ordinato – nemmeno un paese grande, flessibile, tollerante come gli Stati Uniti – può permettersi di tenere 12 milioni di persone sotto ricatto ed ai margini della legge. La questione migratoria investe tutto il mondo sviluppato con modalità diverse ma problemi comuni. Ma c´è un vuoto terribile: manca un´istituzione internazionale di peso che agisca per promuovere e garantire le intese tra paesi di origine e di destinazione dei flussi, o per tutelare i migranti, le loro famiglie e le loro risorse. l´antiglobalizzazione: ostacoli elevati alla mobilità del lavoro e assenza di tutele e garanzie