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 2007  giugno 26 Martedì calendario

STEFANIA MIRETTI



L’estate del 1981 una ragazza della Fgci si prese una cotta per il giovane funzionario di partito Walter Veltroni in trasferta al Festival nazionale dell’Unità di Torino. La ragazza era assai graziosa e lui fu così gentiluomo da evitare di fingere indifferenza: l’ultima sera, prima di partire, le strinse la mano nel buio durante il concerto di Francesco De Gregori e le regalò un libro di Soriano, «Triste, solitario y final», senza dedica però. Il giorno dopo il gruppo di amiche riunite nella cameretta coi poster del Che per mettere a punto una strategia d’acchiappo, decise all’unanimità di consigliare all’invaghita l’abbandono dell’impresa: tanto, si disse, Veltroni è di quelli che nascono già fidanzati, e non puoi farci niente.
Se si rievoca qui un antico episodio privato (non ce ne vogliano gl’interessati) è perché contiene già tutto: l’empatia dell’uomo, il suo percorso di formazione e pure una certa prudenza, la cautela di chi sa d’essere incamminato verso un destino di gloria che ventisei anni dopo potrebbe compiersi, oltretutto proprio a Torino, e perciò non lascia in giro scritti compromettenti.
Anche Flavia Prisco, la Prescelta, c’era già, ferma sulle sue posizioni. La fidanzata di Walter: secolarizzata, inamovibile e presto moglie (De Gregori testimone di nozze). Flavia c’era, ma in quell’estate dell’81 era rimasta a casa: scelta di retroguardia che avrebbe poi confermato nel tempo, rinunciando a seguire in giro per il mondo quel suo marito che non sta mai fermo, però torna sempre a casa e sempre tornerà.
Le mogli subliminali possono essere più presenti di tante teoriche del guinzaglio corto, si sa. E se l’impegno di Flavia accanto a Walter si quantifica in poche apparizioni pubbliche - dal Papa, a spasso con re Harald e la regina Sonia - nessuno saprebbe immaginare il futuro leader del partito democratico senza la sua compagna. S’incontrarono che lei, figlia d’una senatrice comunista, aveva quindici anni, e lui due di più; galeotto fu il Festival mondiale della Gioventù a Berlino, teatro di tanti amori adolescenziali. Flavia pareva uscita da una canzone di Lucio Battisti (le gote ancor più rosse) e aveva già, sotto una gran testa di capelli scuri-crespi addomesticabili solo a colpi di permanente, quel pallore ispirato e un modo di ridere mostrando le gengive che ricordavano certe stampe raffiguranti Santa Teresa di Lisieux. E infatti, «mia moglie è una santa» ama ripetere Veltroni quando gli chiedono come faccia a conciliare la famiglia con gli impegni e le molteplici passioni.
Col tempo la santa, divenuta bravo architetto, super-mamma di Martina e Vittoria e signora spesso sola, che si trattasse di allacciare scarponi sulle piste da sci o di portare l’auto dal meccanico, ha continuato a esserci, pur senza andare da nessuna parte: né come direttora dell’Unità, né come ministra o sindaca, tantomeno come ispiratrice di libri e di viaggi in Africa. Consigliera, questo sì, tra le mura domestiche dov’è possibile accogliere i numerosi amici propri e delle figlie e lasciare fuori dalla porta «quel pezzo d’Italia che mi fa paura, per l’egoismo, per l’arroganza...». Chi la conosce bene la descrive come donna autoironica e capace di battute dissacratorie anche sul marito - genere signora Obama quando dichiara: «Quest’uomo non è niente di speciale, persino la nostra figlia più piccola sa rifare meglio il letto» - solo che lei certe cose più che dirle le bisbiglia: «Flavia è di una timidezza epocale - assicura un’amica - una delle poche donne che ancora arrossiscono; ci vuole tempo, e orecchio fino, per coglierne l’acuta intelligenza e il sottile sarcasmo». Abbastanza sottilmente sarcastici, comunque, risultano certi suoi gesti, tipo arrivare trafelata e alla guida di una vecchia utilitaria al ricevimento per Laura Bush al Quirinale.
Eppure qualche volta la Moglie Subliminale ha dovuto sforzarsi: un anno fa Walter, bloccato in ospedale, le chiese di parlare al posto suo a una manifestazione; la poverà Flavia arrivò in motorino, accompagnata dalla figlia che le diceva «Mamma, non ce la puoi fare»; aveva il fiatone e lesse più veloce che poteva, si capì poco ma tutti le vollero ancora più bene. Se si eccettua una conferenza per lanciare «Race for the cure», maratona di sensibilizzazione sui tumori al seno, è l’unica occasione in cui rivestì un ruolo da protagonista. E tuttavia, fu la Moglie Subliminale a dare l’ok per la corsa al Campidoglio («E’ stato un travaglio, poi ho capito che era un’occasione per conciliare le cose alte con i bisogni della città»), e l’altro giorno, in segno di silenzio-assenso, è salita sul treno per Barbiana col marito candidato leader del Pd. Come a dire: Flavia c’è, e nel caso ci sarà. Quel che manca sono un po’ di fotografie. Enrica Scalfari, che la conosce da quand’erano ragazze, ci prova da anni a farle qualche «posato», ma lei niente, non le va. Una sola volta s’è presentata nello studio della fotografa insieme alle figlie. Ha preteso che gli scatti fossero in bianco e nero e che i rullini non venissero utilizzati se non per stampare un unico ritratto. Era un regalo. Per Walter.


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