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 2007  giugno 26 Martedì calendario

ROMA Racconta un vecchio dalemiano che dopo averne viste tante ora deve anche assistere alla scena di Walter Veltroni nei panni del salvatore del centro-sinistra

ROMA Racconta un vecchio dalemiano che dopo averne viste tante ora deve anche assistere alla scena di Walter Veltroni nei panni del salvatore del centro-sinistra. «Nel ”98 dopo la caduta del governo Prodi - ricorda sotto la garanzia dell’anonimato perché Veltroni, a sentir lui, dietro l’immagine bonaria nasconde un animo vendicativo -, nessuno se lo ricorderà, ma i due personaggi che candidarono D’Alema a Palazzo Chigi furono proprio il Professore e Walter. Io dissi a Massimo che era una trappola ma lui mi rispose: ”Quando passa il treno bisogna prenderlo”. Io gli replicai: ”No, se la meta è il precipizio”. Invano. Tutti sanno come è finita. Ora la storia si ripete: D’Alema e Marini hanno lanciato la candidatura di Veltroni e Walter con qualcuno ha ammesso di sentire puzza di trappola ma che non può tirarsi indietro. E, paradossalmente, ha spiegato il suo «sì» con la stessa frase di D’Alema di allora: ”Quando passa un treno bisogna prenderlo”...». L’«ambaradan» mediatico che fa da cornice alla candidatura di Veltroni alla leadership del Partito democratico non ha fatto venire meno dubbi e sospetti che accompagnano questo processo fin troppo repentino. Certo, come in tutte le feste veltroniane le confidenze sono diventate sussurri e i «boatos» sono stati ridotti al silenzio. Ma sotto sotto qualcosa si avverte. Ancora. «Bisogna partire dal presupposto - spiega Bobo Craxi, che come sottosegretario agli Esteri gode di un posto di osservazione privilegiato per comprendere gli umori di D’Alema e di Prodi - che questa è una candidatura eteorodiretta. Dietro a Veltroni c’è Carlo De Benedetti: con la candidatura di Walter sono scomparse le intercettazioni dai giornali. E i dalemiani l’hanno accettata perché ora, messi come sono, non hanno la forza di opporsi. Ma, sotto sotto, pensano che ”Veltroni alla fine andrà a sbattere contro il muro, alle elezioni”...». Più o meno quello che pensavano i veltroniani quando otto anni fa D’Alema varcò la soglia di Palazzo Chigi. E’ la logica della Nemesi. E che ci sia qualcosa di non detto in tutta questa operazione lo ha avvertito quello che al momento è il grande sfidante di Veltroni per le prossime politiche, cioè il Cavaliere. «Quelli - ha spiegato l’altra sera ai suoi Silvio Berlusconi durante la visita ad Arconate - hanno messo in campo Veltroni un po’ perchè non hanno altro, un po’ perché vogliono bruciarlo. C’è una cosa, infatti, che non mi spiego: se lanciano il sindaco di Roma devono avere in animo di mandare Prodi a casa; se non lo fanno, sanno benissimo che quella zavorra pesantissima che è il tasso di impopolarità dell’attuale governo rischia di far affondare in pochi mesi Veltroni. Sempreché qualcuno non punti proprio a questo...». Già, gli interrogativi non mancano anche se quel senso di «emergenza», di «scelta obbligata» che si porta dietro la candidatura di Veltroni in parte risponde ad alcuni di questi quesiti. «Stiamo assistendo - osserva l’ex-direttore dell’Unità, Giuseppe Caldarola - alla fine dell’ultimo pezzo di prima Repubblica, i Ds. Di fronte all’impopolarità del governo e alle intercettazioni sull’Unipol, hanno proclamato l’emergenza tirando fuori il nome più estraneo alla Quercia ma nel contempo legato alla sua storia. A me Veltroni ricorda, con le dovute differenze, il Martinazzoli che accompagnò la fine della Dc. Speriamo che abbia più coraggio, che sappia fare delle scelte di stampo riformista». Ma Veltroni è davvero nelle condizioni di fermare il declino, oppure no? Il personaggio che due anni fa dichiarò di voler lasciare la politica e ritirarsi in Africa ha non poche gatte da pelare. Probabilmente era il candidato adatto per le politiche dello scorso anno: avrebbe dato più slancio al centro-sinistra e magari costretto il centro-destra a metter da parte Berlusconi. Ma la storia non si fa con i «se» e ora le condizioni sono cambiate. La «coalizione» di riferimento di Veltroni è la stessa di Prodi, con le sue divisioni e le sue contraddizioni. E’ difficile che all’attuale inquilino del Campidoglio sia permesso quello che non è stato concesso al Professore. E i problemi di Walter Veltroni sono le stesse spine di questo governo: dalle politica economica, alle pensioni, alla politica estera, a quant’altro. Il nuovo leader del Pd rischia di restare paralizzato, come l’attuale inquilino di Palazzo Chigi. Ad esempio, uno dei tratti inconfondibili del veltronismo era lo spirito referendario, ma il sindaco di Roma per ora se ne è dovuto restare zitto. Il motivo lo ha spiegato ieri in Transatlantico il segretario di Rifondazione, Franco Giordano: «Veltroni va bene ma bisogna stare attenti alla sua politica istituzionale: se punta al presidenzialismo e a un sistema maggioritario accentuato, non se ne parla proprio». In più, l’Italia di oggi non è più un Paese in cerca di sogni, ma un Paese arrabbiato dove addirittura si spediscono proiettili al capo dei vescovi italiani per far incolpare due albanesi. Insomma, è il Paese meno adatto al veltronismo. «Non bastano più i sogni - spiegava in questi giorni il Cavaliere - ma bisogna dare delle risposte concrete. E Veltroni non se ne potrà più stare sul trespolo. Dovrà dire quello che pensa sulle pensioni, sulle tasse. E dovrà fare i conti anche lui con la sinistra massimalista. Insomma, Veltroni sotto il vestito non cambia niente, sarà come Prodi. Per questo non va inseguito. Lasciamolo ai suoi guai». Nella mente del Cavaliere i guai di Prodi si mangeranno anche Veltroni. Anzi forse il sindaco di Roma è ancora più indifeso: il Professore almeno è a Palazzo Chigi; lui, invece, non ha nessun potere per far ragionare il suo schieramento. Né l’ipotesi che il centro-sinistra punti a portare in tempi brevi il nuovo leader del Pd a Palazzo Chigi, convince più di tanto Berlusconi: «Un attimo dopo - ha spiegato ai suoi - Prodi grida al tradimento e riserva a Veltroni lo stesso trattamento a cui sottopose D’Alema. Andrebbero di male in peggio». Per cui Veltroni rischia di essere logorato anche lui dal governo Prodi. A meno che non si voti presto. Che a primavera, cioè, dopo una crisi si vada dritti alle elezioni. In fondo Veltroni e Berlusconi potrebbero avere lo stesso interesse. E’ quello di cui è sempre più convinto il Cavaliere. L’altro giorno ha telefonato ad uno dei capi della sua macchina elettorale, Mario Mantovani, e gli ha ordinato: «Riorganizza i difensori del voto, quelli che debbono controllare la correttezza dello spoglio. Ce ne vogliono almeno 180 mila. Datti da fare perché a primavera si vota». Centrodestra diviso sulla risposta da dare alla «discesa in campo» di Walter Veltroni. L’esponente di An Gianni Alemanno (foto) rilancia la sua proposta di dar vita ad una convention del centrodestra. Alemanno chiede che il centrodestra trovi «nuove parole d’ordine» da contrapporre a quelle veltroniane, e respinge i «richiami» che provengono dallo stato maggiore berlusconiano. Il partito dell’ex premier non gradisce la proposta del parlamentare di An: Berlusconi l’ha liquidata con un secco «non sono discorsi seri», nella convinzione che con l’arrivo di Veltroni sulla scena «non cambia nulla». Sondaggi alla mano, il Cavaliere ritiene che il futuro segretario del Pd (nonché probabile prossimo candidato premier del centrosinistra) non provocherà un recupero di voti a vantaggio del centrosinistra. Anche la Lega Nord boccia senza appello l’idea del parlamentare di An. La proposta di Alemanno trova un (prudente) sostegno nel capogruppo di An alla Camera Ignazio La Russa: «Si può anche fare, anche se non ho capito bene quello di cui bisognerebbe parlare». Stampa Articolo