Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  giugno 26 Martedì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PECHINO – I leader sono grandi perché nelle crisi più acute impediscono che gli eventi precipitino e alla fine con la pazienza riescono comunque a centrare l’obiettivo della loro missione. Alla vigilia del decennale dell’ammainabandiera di Sua Maestà dal cielo di Hong Kong (1˚ luglio 1997) se ne ha una riprova grazie alle rivelazioni di uno dei dirigenti – Lu Ping – che per conto di Pechino seguì la tormentata vicenda della restituzione della colonia. Lu Ping ha parlato alla televisione, la Dragon Tv, e ha detto che per due volte le forze armate cinesi minacciarono di occupare Hong Kong quando ancora sulla città sventolavano le insegne inglesi. Ma la politica, nella sua definizione nobile, prevalse sul fucile. Protagonisti due grandi leader.
Fu prima Zhou Enlai, nel 1967 con un ordine («fermati») diramato nella notte a bloccare le velleità dell’Esercito pronto a occupare la colonia. Il comandante di Canton si era già autoinvestito della «campagna ». Poi fu Deng Xiaoping agli inizi degli anni Ottanta e nel pieno delle trattative con Margareth Thatcher a placare i nervosismi degli alti comandi lanciando la parola d’ordine «un Paese, due sistemi» che si trasformò in una pietra miliare della Cina postmaoista, un principio che ristabiliva la piena sovranità della Repubblica Popolare su Hong Kong accompagnato però dal riconoscimento di un contesto istituzionale democratico e pluralista, una Regione ad Amministrazione Speciale. Una Cina con due sistemi che potevano convivere sotto il medesimo tetto. Così, alla fine, 4mila uomini dell’Armata al grido di «Amare la Patria, amare Hong Kong», riportarono pacificamente a casa ciò che Pechino aveva sempre ritenuto (giustamente) il suo tesoro violato dall’imperialismo occidentale.
Dieci anni sembrano tanti ma non lo sono. La storia ha bisogno di metabolizzare prima di dare un giudizio definitivo. Hong Kong è attorcigliata attorno a due domande che il settimanale americano Time
ha riassunto efficacemente: Hong Kong è un modello o una minaccia per la Cina? Come può essere, Hong Kong, parte della Cina autoritaria e al pari tempo una perla del mondo libero? La città vive una spettacolare ripresa economica, la sua Borsa moltiplica i capitali americani o europei, giapponesi o sudcoreani, i capitali dei nuovi tycoon rossi nascosti da scatole all’apparenza vuote ma che sono marchingegni miracolosi di profitti, persino per il partito comunista che non disdegna le scommesse azionarie.
Hong Kong è un’enclave dove è possibile parlare di democrazia, dove si manifesta per ricordare i martiri di piazza Tienanmen, dove la Chiesa ha un forte radicamento e dove persino i seguaci del Falungong perseguitati in patria riescono a riunirsi pubblicamente. Pechino guarda con un certo fastidio: e se la fiammella divampasse? Ma l’impegno che ha preso è sacro e vincolante: fino al 2047 la formuletta escogitata da Deng Xiaoping (un Paese due sistemi) avrà lo stesso valore che fino al 1976 aveva il libretto rosso di Mao. Hong Kong è una regione speciale libera e libera resta. Anche con le nubi che ogni tanto la oscurano.
Non più tardi di due mesi fa alcuni settori del gruppo dirigente di Pechino si sono turbati e hanno invocato il giro di vite nella vita politica di Hong Kong: il problema è l’elezione diretta del governatore, un appuntamento lontano (il 2012, forse) ma che ha una fortissima valenza per le conseguenze che rischiano di seguirne. Hong Kong potrebbe essere il cavallo di Troia di una forma di democrazia diretta sconosciuta alla Cina. Un modello costruito addirittura in casa. Ecco, allora, che i conservatori hanno cominciato ad agitare i muscoli.
In verità i leader di Pechino non hanno intenzioni bellicose (preoccupazioni sì) e ciò che predicano è «armonia». Fanno affidamento su due fattori per controllare il «tasso» di democrazia nell’ex colonia. Il primo è ciò che il cardinale di Hong Kong ha coniato come il patto fra partito comunista e neocapitalismo, un patto per governare la città fuori dagli schemi classici della rappresentanza.
Il secondo è una tendenza che emerge fra gli honkonghini di ultima generazione: il sentimento di maggiore appartenenza alla madrepatria che i giovani nati o sbarcati a Hong Kong, figli di emigrati negli ultimi dieci anni, dichiarano. Secondo una ricerca si sentono legati alla bandiera della Repubblica Popolare. Il 73 per cento dei residenti di vecchia data considera il 2012 il termine ultimo per il suffragio universale mentre tale è soltanto per il 42 per cento dei nuovi arrivati.
 su questo moderno spirito «patriottico» unito alla promessa di benessere – di certo non sulla forza – che Pechino confida per allontanare almeno al 2017 il fantasma dell’elezione diretta. Ma non è detto che riesca. Hong Kong resta una minaccia