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 2007  giugno 24 Domenica calendario

La città Babele. La Repubblica 24 giugno 2007. Brescia. Parafrasando la Bibbia (Genesi 11, 1-9): «Tutta la città aveva una sola lingua e le stesse parole

La città Babele. La Repubblica 24 giugno 2007. Brescia. Parafrasando la Bibbia (Genesi 11, 1-9): «Tutta la città aveva una sola lingua e le stesse parole. Dissero: costruiamoci una torre e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra. Ma il Signore disse: ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l´inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà possibile. Confondiamo dunque la loro lingua, perché non si comprendano più l´uno con l´altro. Emigrando dall´oriente uomini capitarono nella città, che si chiamò Babele». O Brescia. Dalle targhette sui campanelli delle abitazioni di un edificio in Via delle Battaglie: Palaganas, Ajubaladi, Saharom, Rare Jewei (Bangladesh), Abdal Mohammed, Agal Ibrahim, Shafiquul, Topaktas. A quel punto, fermo in mezzo alla strada, guardando il portone, ascoltando le voci di due egiziani fermi all´incrocio («Essaiek?» «Amdulilleh»), di un cingalese al telefono di una residua cabina, di Radio Padania Libera (97mhz) che combatteva con la colonna sonora di un musical di Bollywood in dvd, il sibilo di una cinese alla collega barista, la preghiera in pijin english di un cameriere nigeriano yoruba e l´esclamazione di un´anziana autoctona entrando dall´ultima parrucchiera, afflitta dal caldo: «Se mùr! Se crepa!», ho capito di essere davvero arrivato a Babele. Il viaggio era cominciato a tavolino. La meta da individuare era il luogo d´Italia che oltre un decennio di immigrazione aveva maggiormente rivoluzionato. E frammentato. Non una Chinatown o un qualunque altro aggregato omogeneo. Un pianeta arcobaleno, la somma di tutte le origini, l´avverato incubo (o sogno, o destino, dipende dai punti di vista) multietnico, che prende il posto della realtà nazionale, spazza via la polvere dell´identità e lascia sulla strada... che cosa? Questo era da verificare. Dove? A Brescia, secondo le indicazioni dell´Istat. Dai loro dati: l´88% della popolazione straniera risiede nel Centro-Nord, ben un quarto in Lombardia, con un´incidenza del 7% cento sul totale dei residenti. Nella provincia di Brescia questa quota sale al 9,4% e supera il 13% quando si considera il comune. L´insediamento più antico è stato di comunità dal Senegal, Filippine, Ghana e Algeria. Ora i residenti stranieri nella Provincia sono oltre centomila in rappresentanza di 151 Paesi, dagli oltre quindicimila marocchini al cambogiano triste e solitario, ma non «finàl», giacché essi si riproducono e un nato su tre non è italiano. Con queste premesse sono entrato a Brescia in una mattina d´estate in cui «se mùr, se crepa» alla ricerca del microcosmo, del simbolo, del marchio di Babele. Ho attraversato periferie in tutto simili, anche per popolazione, al resto d´Italia, quartieri di un futuro mai avverato (Brescia Due) e sono arrivato al centro, dove mi è apparsa la traccia del traguardo. Se cerchi Babele, devi trovare la Torre. Ecco la Torre della Pallata, altezza trentuno metri, eretta nel Tredicesimo secolo. Ai suoi piedi una fontana del 1596 con due bocche a rappresentare altrettanti fiumi. Di lato: un phone center di prossima apertura, colonne romane e Money Gram, antiche pietre e vaglia per la Moldova. Sono ai confini della Contrada del Carmine, cuore del centro storico di Brescia, strade che portano i nomi di Garibaldi e dei Mille, o quelli più antichi di Rua Sovera e Rua Confettera, negozi che parlano un´altra lingua. Dalle insegne di alcuni esercizi commerciali nelle vie del quartiere: Halal meat, World travels (we speak italian, english, urdu, punjabi, esperanto), Bangla Shop, Emporio Hua Li, Madina Trading, Desent Hair Studio, Nuovi arrivi (in tricolore) Negozio Italiano, Vendesi attività, Vendesi attività, Vendesi attività. I negozi e i palazzi raccontano la storia della contrada. E un po´ lo fa anche Mario Labolani, presidente della circoscrizione, pantaloni rossi e bicicletta elettrica, candidato per Alleanza Nazionale, eletto a maggioranza assoluta e «imbattibile anche la prossima volta, qui votano tutti per me». Se non che «tutti» sono sempre meno. Tutti sono pochi. Ufficialmente gli stranieri nella contrada sarebbero il 34%. Con gli irregolari la cifra raddoppia e si intuisce a vista d´occhio. C´era una volta il centro storico di una città lombarda, vecchie case piene di storia e muffe, in mano quasi esclusivamente a tre famiglie (Boscain, Morosini, Tinti). Cominciarono ad affittare i locali, spazi sempre più piccoli a prezzi sempre più alti. Li potevano pagare i clandestini e i disperati. Magari i fuorilegge. Vennero i senegalesi, vennero gli albanesi, poi i cinesi, i pakistani. Stretti tra loro e gli uni accanto agli altri. Questa è la caratteristica unica, forse al mondo, della Babele del Carmine: percorri una strada e fai il giro del pianeta. Altrove, perfino nelle metropoli d´America, i cinesi si prendono un intero quartiere, i sudamericani stanno tra loro, possibilmente al di là di un fiume, i coreani si radunano attorno a quello che ritengono il simbolo di maggiore potenza della città. Al Carmine, per non avere briciole, hanno diviso la torta e la mangiano allo stesso tavolo. I cinesi si sono presi i bar, i bengalesi i negozi di frutta e verdura, i pakistani i phone center, gli albanesi la prostituzione, i nordafricani (capeggiati dal carismatico Stampella, lesto di mano più che di gamba) il traffico di stupefacenti.  cambiato tutto e ancor più cambierà. Al Carmine, se vedi un cane o un gatto è di un italiano, se vedi un bambino è di uno straniero. La scuola all´ora della ricreazione sembra una pubblicità di Benetton. Chi non vuole mischiarsi va a studiare dalle dorotee. I più restii all´Onu dell´apprendimento sono i cinesi, secchioni e disciplinati per natura, che considerano palle al piede il resto del mondo e spesso emigrano verso banchi di altri quartieri meno frammentati. Al Carmine, se vedi un negozio merceologicamente superato (Coppe, targhe, incisioni Benedini, Caccia e Pesca La Rossana) è italiano, tutto il resto, quel che si compra e si vende davvero ogni giorno, il cibo, le stoffe, le schede telefoniche, è straniero e sottocosto. L´abbigliamento per neonati è cinese. Le onoranze funebri (Curati, o Cùrati, dal 1935, italiano). C´è un ristorante indiano (Taj Mahal) che serve menù italiano a mezzogiorno e ci sono due lumbard che vendono abbigliamento etnico su un banco in piazza. Chi ha passato l´attività è stato pagato in contanti, parte in nero, ha sorriso e adesso critica l´immigrazione selvaggia seduto per ore a un tavolino con il conto in banca a fare da scudo. Se vuole installare il condizionatore («Se mùr! Se crepa!») chiama Hafeez Tahir, «the best electrician» del quartiere. Dalle scritte sui muri del Carmine: «Quieres cafe mi vida? Sirvetelo», «Ika tangy», «Palestina rossa», «I shin den shin», «Morte al fascio». Il cambiamento lo vedi, lo ascolti, lo puoi perfino annusare. All´ora dei pasti salgono odori multietnici, speziati e forti. Al mercato locale le vendite di cipolle sono più che decuplicate. Un africano cucina nel suo take away dove sono esposti un menù internazionale e l´invito «Vieni, qui trovi Little Senegal a Brescia». Penso che la definizione sia imprecisa. La Babele del Carmine non è la somma di Little Senegal, Chinatown e Rabat Due. , piuttosto, Little Brescia, quel che resta dal tempo in cui «tutta la città aveva una sola lingua e le stesse parole». Poi ha cominciato a costruire la Torre, ma nessuno se ne è messo a guardia. Gli uomini emigrati da Oriente sono entrati portando le loro lingue, i costumi e gli ingredienti per il pasto, accolti con un sospetto che l´avidità dissipava. Pagavano il pedaggio, dunque avanti. Quando la distrazione e il tornaconto hanno lasciato il posto alla constatazione tardo sbigottita, Rua Sovera era già una terra di mezzo e nel Carmine la babele di voci si levava da quaranta phone center. C´erano un barbiere per arabi e una parrucchiera per africane, un alimentari cinese e uno pakistano, con un´offerta così variegata e sottocosto, una clientela così precisa e limitata da rendere legittimo il sospetto che a garantire la sopravvivenza fossero anche altri commerci, a cominciare da quelli dei permessi di soggiorno, garantiti da assunzioni di facciata in un qualunque esercizio commerciale. Dalla sezione annunci economici, rubrica incontri, del quotidiano Brescia Oggi: «Cinese, ottima massaggiatrice», «Marocchina calda riceve», «Thailandese cortese, non te ne pentirai», «Argentina bionda, gentilezza e relax», «Trans brasiliana, anche a domicilio», «Russa, tacchi alti e calze nere, condizionatore», «Giovane bulgara, come tu mi vuoi». Adesso si corre ai ripari: una legge regionale ha limitato il numero dei phone center, si impongono restauri negli appartamenti e si controllano gli affitti, ma la legge di natura è implacabile, nel giro di dieci anni l´ultimo italiano lascerà, per scelta o per decesso, la contrada al cui ingresso, ironicamente, esiste e resiste un negozio chiamato «Medinitali». una maledizione o una benedizione? Il testo della Genesi ha diverse interpretazioni. Una sostiene che la «cittadella universale» che si stava erigendo, con al centro la torre, simboleggiava la cancellazione della diversità delle lingue, delle culture, della gente. Dio sarebbe intervenuto per impedire agli uomini di distruggere una parte essenziale dell´umanità: la diversità, che sarebbe addirittura sacra. Secondo questa teoria quello della torre di Babele è un racconto satirico, è una satira dell´impero, che condanna l´uniformità, esalta la diversità e ci dice che è voluta da Dio, appartiene al nostro patrimonio e non si può cancellare. Qui siamo, cittadini di una contrada globale, tra tonnellate di cipolle, carne halal, massaggi relax, scarpe da cinque euro, preghiere in tutte le lingue del mondo. E così sia. Gabriele Romagnoli