Firma illeggibile, Corriere della Sera 24/6/2007, 24 giugno 2007
PALERMO
Sembra di sentirli canticchiare le note di Venditti su «questo mondo di ladri», di vederli recitare in un film con lo stesso titolo riproposto da Vanzina. Ma gli attori del sinistro canovaccio scoperto dai carabinieri di Palermo sono vecchi e nuovi boss di Cosa Nostra decisi a garantire una sorta di «ordine pubblico mafioso» liberando la provincia dai «cani sciolti » che rubano «senza rispetto » non appena «escono dall’Ucciardone grazie a quel maledetto indulto».
E se la prendono con lo Stato gli eredi di Bernardo Provenzano, sorprendendo i militari che li intercettano. Pronti allo sterminio dei ladruncoli, come borbottavano fino ad un paio di giorni fa Giuseppe Bisesi e Giuseppe Libreri, un emergente di appena 31 anni e il capo della famiglia mafiosa di Termini Imerese, due dei nove arrestati ieri con un blitz di grosso spessore che ha consentito di scoprire i segreti del «Codice Provenzano», la famosa «Bibbia » con un elenco di sigle decriptate e associate ai nomi dei fidati interlocutori dello
Zio Binnu.
Una «legenda» che fa tremare complici e fiancheggiatori, che avrà gran peso in tante indagini perché si scopre l’identità del numero 25 che sta per Antonio Rotolo, del capomafia Antonino Cinà indicato col 164, fino ai «30,gr, e pic.», ermetica sigla usata per Salvatore e Sandro Lo Piccolo, padre e figlio, appunto, grande e piccolo, «gr e pic». Ma, intanto, nel paradosso di questi nostri tempi, come dato secondario eppure emblematico, risalta il tono dei due mafiosi indispettiti contro la «debolezza dello Stato», decisi «a rompere le corna e scippare la testa a cani sciolti e scappati di casa», come diceva infuriato Bisesi: «Il problema dei ladri c’è stato sempre, non solo qua. Ma ora con quest’indulto siamo rovinati».
Affermazioni che richiamano frasi famose finite nello
Stupidario di mafia scritto da Lino Buscemi e Antonio Di Stefano. Come quella di Gaspare Mutolo, il pentito accusato al processo di furti, minacce, abigeati, quasi offeso: «No, signor giudice, mai commessi reati infamanti, io solo omicidi».
Stava per scoppiare così una guerra contro i cosiddetti « scassapagghiari », malavitosi che turbano la tranquillità di commercianti e imprenditori già piegati dalla vera mafia e quindi «protetti». Non a caso Libreri e Bisesi tranquillizzano un imprenditore edile vittima di un furto, nonostante paghi regolarmente il pizzo. Ne parlano attraversando la zona industriale di Termini Imerese, trenta chilometri da Palermo, Fiat, Enel, aree ancora libere, campi di golf e residence costruiti con i soldi della mafia. Ne discutono beati: «Questa è una miniera ».
Insidiata però dai beneficiati dell’indulto come Silvio Napolitano, un ladro scarcerato il 12 marzo, già in azione e a rischio vita. Al pari di Nicasio Salerno indicato nelle intercettazioni col soprannome «lo Scianca». Nomi da cancellare per Bisesi: «Non c’è più dignità. rimasto solo un gruppo di fumeri (raccattatori di resti immondi,
ndr) ». E Libreri: «Già i coglioni sono arrivati a terra...». E l’altro: «Se ne devono andare... ». Ed ancora: «Non può passare questa cosa in cavalleria ». Chiara la modalità di intervento: «Almeno uno se ne deve andare...». E basta una metafora aerea: «Con l’aiuto del Cielo... che arriva la mano del Cielo e ”na allibbirtamu
(ce ne liberiamo,
ndr) subito, subito...».
Metafora evidente per il colonnello Vittorio Tomasone che ha temuto il peggio quando è scattato un obliquo riferimento all’ultimo boss ucciso Palermo, Nicolò Ingarao: «’ Ni ”sti iorna quagghiamu