Sergio Bocconi, Il Sole 24 Ore 24/6/2007, 24 giugno 2007
MILANO
Eppure il mercato globale sembra quasi divertirsi: Piazza Affari con la City londinese? Niente male per una Borsa nata «francese», 200 anni fa, con decreto napoleonico del viceré d’Italia Eugenio di Beauharnais. E che per 200 anni ha parlato come a Parigi: corbeilles, parterre... Niente male anche perché, a un veterano della Borsa come Urbano Aletti, agente di cambio dal 1946 all’82, viene oggi da chiedersi: «Ma i titoli saranno quotati in euro o in sterline? ».
Che parabola. Nel frattempo è cambiato il mondo e le corbeilles, i recinti degli affari, sono state sostituite ovunque (tranne che a Wall Street) dal network dei computer, le grida si sono spente, fisicità, personaggi, storie e suggestioni sono spariti con il big bang della telematica. Franco Nebbia, che al Derby cantava «Borsa cha cha cha» arrotando le «r» della Sir-Rumianca (ricordate Nino Rovelli il Clark Gable della Brianza?) come solo Fausto Bertinotti oggi saprebbe fare, è rimasto senza epigoni. Nemmeno un «rappista »: e dove la si trova TORO
Per le azioni della compagnia Toro il classico simbolo delle corna ITALGAS
Naso turato per indicare i titoli del gruppo attivo nel gas
l’ispirazione?
Certo che quel mondo ha resistito a lungo. Milano ci ha girato FIAT
intorno (anche con i ristoranti come il Savini o Furio, e il Bar della Borsa, detto l’insider) fino a quando tutto si è dissolto nella finanza pervasiva delle investment bank, dell’asset management e degli hedge fund. I luoghi, per la città, sono importanti. Piazza Affari non nasce in Piazza Affari. Il primo ospite nel 1808 è il Monte di Pietà. Poi trasloca nel Fabbricato della piazza dei Tribunali, quindi nel Palazzo dei Giureconsulti e perfino, fra il 1887 e il 1890, nel Ridotto della Scala. Con il nuovo secolo il Re inaugura la sede in Piazza Cordusio. Finché il passaggio definitivo avviene nel 1928
Le mani che suonano una trombetta a pressione per Fiat
quando Paolo Mezzanotte imbrocca il disegno giusto e nasce la Borsa che prende il suo nome. Dice Aletti: «Un monumento, niente praticità. Cosa si poteva chiedere a un architetto che costruiva chiese? ». Davanti all’edificio c’erano vecchie case. Ma, dice Ettore Fumagalli, figlio d’arte e in Borsa dal 1961, ci ha pensato Benito Mussolini a fare spazio: «Nel ’32 è entrato nel palazzo da via Meravigli ed è uscito in Piazza Affari. Ha detto al prefetto di buttare giù tutto lì davanti. E così è stato».
Nel grande salone delle corbeilles, dove gli affari non li ha fermati la guerra ma qualche finta bomba negli anni del terrorismo e un paio di scioperi, ogni giorno per decenni si ripete il rito degli ordini gridati e dei gesti bizzarri: vuoi le Toro? Fai le corna. Generali? Saluto militare. Per le Pirelli una mano al petto. Le Fiat le compri simulando il volante o un clacson, le Italgas le «chiami» con il naso tappato. Un mondo che lavora «sulla parola », non ammette fraintendimenti. Lo spiega Fumagalli raccontando il suo primo giorno: 4 aprile 1961: «Non riuscivo a capire la differenza fra denaro e lettera. Prima mi dicono: "vendi?" e poi "paghi?" alla fine mi sono trovato in mano i titoli che dovevo vendere più quelli che non volevo acquistare». Un mondo dove gli affari si concludono con una «firma» particolare. Dice Francesco Micheli, anch’egli in Piazza Affari dal 1960: «Quando si dava lo "stabene" era fatta. E chi mancava alla parola anche solo una volta era messo al bando».
Detto questo, fissato un bon ton condiviso anche con il mercato dei bovini della Piazza di Lodi, la vita alle grida resta per tanti anni simile al far west. Praticamente senza controlli. E qui spadroneggiano personaggi come Michelangelo Virgillito, con gli assalti alla Liquigas e Lanerossi, ma anche con la sua devozione per la Madonna e il rito della beneficenza. O Giulio Brusadelli che si scontra con Giulio Riva (padre di Felicino poi fuggito in Libano). E soprattutto il «mitico» Aldo Ravelli. Racconta Micheli, che ha cominciato nel suo studio: «Lui era il "capo" dei ribassisti. E ogni giorno chiedeva: cosa VECCHIE E NUOVE GRIDA A sinistra agenti di cambio in azione nella sala principale di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa. Le «grida» sono state sostituite dai terminali nel ’94. In basso la Borsa mercantile di Chicago, una delle ultime al mondo dove le «grida» sono ancora realtà
fa il "pericolo giallo"?». Cioè Luigi Palermo, capo dell’ufficio Borsa del Credit, l’operatore di Enrico Cuccia, detto il «fuochista» perché rialzista forsennato e chiamato con quel soprannome perché giallo era il distintivo all’occhiello dei signori di banca.
Sono gli anni anche delle scorribande della Signora della Finanza, Anna Bonomi Bolchini, che chiamava Aletti «il rompiballe ». Di Michele Sindona che ha lanciato anche la prima Opa, sulla Bastogi. E di Roberto Calvi. Anni che vedono la stampa anglosassone accorgersi di Piazza Affari solo per chiamare «Lady speculation » una signora che dal «parco buoi» (la balaustra al primo piano che accoglieva un pubblico da sala corse) si esibisce nel lancio di guide telefoniche, arrabbiatissima.
Le cose cambiano negli anni Ottanta. Nasce la Consob, nascono e fanno subito boom i fondi comuni. Che portano in Borsa un cast diversificato. Le star, guru per tutti, trascolorano. Il mercato-pozzanghera si allarga a dismisura e nessuno, o quasi, si accorge di Micheli che scala Bi-Invest e vende a Mario Schimberni che subito dopo conquista anche Fondiaria. Poi il trasloco nel gabbiotto perché Palazzo Mezzanotte va restaurato. Chi brinda sa che in quell’edificio non tornerà più. E in effetti così è stato. Nel ’94 si chiudono le ultime grida e si passa al telematico. la fine di un mondo, del resto annunciata. In una cena a Parigi nell’ottobre 1987. Al ristorante Grand Defour. Gli agenti di cambio dei mercati latini siedono agli stessi tavoli che hanno ospitato anche Robespierre. Il presidente del listino di Parigi, Xavier Dupont dice: «Il club è finito». Già, comincia forse lì il tempo delle super-Borse.
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Le ambizioni non mancano alla nuova «santa» alleanza borsistica tra Londra e Milano. E fortunatamente non le mancano nemmeno i numeri: la nuova holding che controllerà la City e Piazza Affari e che sarà quotata anche a Milano sarà il primo mercato borsistico in Europa per il comparto azionario, con il 48% della capitalizzazione dei titoli presenti nell’indice FtsEurofirst 100. Avrà la supremazia negli scambi sugli Etf, i derivati e, tramite Mts, il Mercato dei titoli di Stato, nel reddito fisso. Inoltre sarà il mercato più liquido d’Europa con evidenti vantaggi per i titoli quotati anche a Milano, nonostante l’autonomia gestionale. Il valore del nuovo gruppo, ai prezzi dell’operazione, sarà di 5,777 miliardi di euro.
Ora bisognerà attendere le assemblee straordinarie degli azionisti delle due società, in agenda entrambe per il 13 agosto, per superare l’ultima tappa e brindare definitivamente alla nascita della SuperBorsa.
L’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata dalla Lse prevede un pagamento cash per un massimo di 519 milioni di euro. In sostanza, l’opzione permetterà ai soci minoritari, se lo riterranno opportuno, di uscire dal nuovo gruppo che a cose fatte sarà controllato per il 28% dalle banche italiane e per il restante 72% dagli azionisti della City. Tra questi c’è anche il Nasdaq, il listino tecnologico Usa, che aveva già tentato un fallito attacco alla City e che potrebbe ritentare dopo i dodici mesi di congelamento previsti dalle regole difensive londinesi.
Confermati gli ingressi di Massimo Capuano, come vice-ad, e Angelo tantazzi, come vice-chairman nel nuovo gruppo. Mentre la Lse esprimerà i due numeri uno: Clara Furse, già ceo della City oltre che azionista stessa del mercato londinese, sarà anche ceo della holding. Chairman sarà Chris Gibson-Smith. Domani, intanto, per la nuova alleanza ci sarà la prova degli analisti.