Varie, 23 giugno 2007
Tags : Luciano Fabro
Fabro Luciano
• Torino 20 novembre 1936, Milano 22 giugno 2007. Artista • «Aveva un segno che ormai tutti riconoscevano, che era entrato nella memoria collettiva: un’Italia capovolta, realizzata in bronzo dorato, in vetro, in pelliccia... Era quasi un marchio di riconoscimento per Luciano Fabro, padre dell’arte povera, tra i più celebri artisti italiani. [...] Fabro sosteneva che “l’arte non lancia dei messaggi. Realizza dei ritratti. Ogni ritratto è un messaggio perché dovrebbe scoprire la natura più profonda dell’argomento trattato. È quasi una questione di lavoro, come quello che realizzavano i ritrattisti più classici. Non c’erano giudizi. Cercavano di vedere la realtà delle persone persino al di là delle apparenze”. E all’arte classica, all’iconografia del Barocco si collegavano idealmente le opere della fine degli anni Sessanta, i Piedi, in marmo rosa, seta, in vetro di Murano. Imbevuto anche degli umori di Fluxus, sostiene Achille Bonito Oliva, di un elemento situazionista capace di creare nello spettatore una perplessità e non una certezza, di introdurre il dubbio, Luciano Fabro era arrivato a Milano nel 1959. Era entrato in contatto con artisti come Piero Manzoni, Enrico Castellani, condividendo con loro la predilezione per Lucio Fontana e Klein, le ricerche sulla dilatazione del concetto di spazio. Le sue prime opere sono del 1963 (Buco, Tubo da mettere tra i fiori e Raccordo Anulare). La prima personale di Fabro è del 1965, presso la galleria Vismara di Milano dove presentò opere in vetro, in parte specchiato e in parte trasparente per istituire nuove possibilità di relazione tra spettatore e ambiente, e in cui si intravedono istanze prossime a quelle di Michelangelo Pistoletto. Arte come rispecchiamento della propria coscienza dunque, spazio come entità che si forma cancellando i limiti imposti, colore come dettato primo dei materiali usati, non solo fisici ma anche culturali. È con questa coscienza che nel 1967 partecipò alla fondazione del movimento che Germano Celant definì Arte povera, una enorme galassia che comprendeva Kounellis e Boetti, Pascali e Paolini... Ognuno di loro rifletteva di luce propria e Luciano Fabro per quarant’anni è rimasto fedele alla sua stella, in un susseguirsi di cicli ormai entrati nella storia dell’arte contemporanea - da Tautologie alle Italie, da Attaccapanni ai Piedi, da Arcobaleni ad Habitat - nati dall’uso dei colori e soprattutto dei materiali più disparati, con l’idea di sollecitare nuove formulazioni del pensiero e la “produzione di un ordine nuovo”. Era un teorico Luciano Fabro, interessato a uno spazio come dimensione comunicativa. Fra i suoi scritti Letture parallele (1973-75), Attaccapanni (1978), Regole d´arte (1980), Vademecum (1980-1996), Arte torna Arte (1999). Hanno accompagnato grandi personali - dal Castello di Rivoli di Torino alla Tate Modern di Londra - e la partecipazione alle grandi esposizioni internazionali: Biennale di Venezia, Documenta di Kassel, la Biennale di San Paolo del Brasile, Münster. E al contempo l’insegnamento all’Accademia di Brera e, a partire dagli anni Novanta, l’impegno per un’arte pubblica, per “affrontare problemi secondari rispetto all’arte, ma usuali nel ruolo civile e professionale degli artisti”. Era questo Luciano Fabro, amato da molti e odiato da altrettanti, uomo silenzioso e al contempo ferocemente polemico. Ma sempre con l’Italia, capovolta o no [...]» (“la Repubblica” 23/6/2007) • «[...] dopo un’infanzia trascorsa in Friuli, Fabro approda nel ’59 a Milano: Fontana domina la scena mentre Castellani e Manzoni muovono i primi passi intorno alla rivista “Azimuth”. Non è un caso se un’opera aurorale del ’63 s’intitola Buco: una lastra di vetro trasparente e riflettente, nel circoscrivere il campo visivo, ci rende consapevoli di una realtà altrimenti inerte e indifferenziata. “Io l’esperienza non la faccio col quadro, lo specchio, la struttura, la faccio vivendo, guardando le cose”: la dichiarazione, del ’65, può essere assunta a viatico del suo intero percorso. Se Concetto spaziale di Fontana addita lo spazio oltre il quadro, Fabro agisce in quello spazio, ricominciando da capo a osservare e rinominare la realtà. A partire da se stesso, come indica In cubo del ’66: un cubo di tela bianca alto un metro e settantacinque, come la sua altezza, e largo quanto l’apertura delle sue braccia. Attraverso l’esperienza diretta dello spazio, Fabro traduce così l’astrazione rinascimentale dell’uomo misura di tutte le cose nella realtà di uno spazio costruito sulle sue misure. E ancora sull’esperienza ogni volta rinnovata delle “cose che già si sanno” si fonda il lavoro sulle “tautologie”: “Io penso alle cose, non a ciò che posso pensare delle cose, questo è tautologia”. Il ciclo più noto è dedicato all’Italia, forma canonica, familiare, che Fabro ci restituisce in molteplici soluzioni, posizioni, materiali, d’oro, di specchio, di rame, ottone, piombo, dritta, capovolta, appesa, sdraiata, sempre riconoscibile ma sempre diversa. Ma l’arte per Fabro è un vero magistero: l’Accademia di Brera dove insegna scultura e la Casa degli artisti, fondata nel ’78 con Jole De Sanna, sono vere e proprie fucine dove nuove generazioni di artisti sono allevate secondo il binomio indissolubile di teoria e prassi [...]» (“Corriere della Sera” 23/6/2007).