Varie, 22 giugno 2007
BIACCHESSI
BIACCHESSI Daniele Milano 28 novembre 1957. Giornalista. Di Radio 24. Autore, regista e interprete di teatro civile • «Non gli servono effetti speciali. Bastano la sua voce e la volonterosa musica di un paio di amici. Perché è la storia d’Italia, quella più fosca, più scomoda, più vergognosa, ad accapponare la pelle del pubblico. Daniele Biacchessi gira le piazze come un antico cantastorie a svegliare le coscienze dei cittadini. Nel suo repertorio ha Marzabotto, piazza Fontana, il treno Italicus; Peppino Impastato e Giorgio Ambrosoli; le stragi di mafia, l’assassinio di Falcone e Borsellino; le vittime dell’odio rosso-nero negli anni di piombo, quando ci si sparava in strada per niente. Insomma, non il delittaccio che suscita brividi morbosi tra uno spot e l’altro. Bensì le stragi dimenticate per insipienza o, ancora più grave, per interressi e depistaggi. Nel volumetto Il Paese della vergogna (esce da ChiareLettere) sono raccolti i testi più eloquenti di questo giornalista-scrittore che si muove nello stesso solco di Ascanio Celestini o Marco Paolini, o prima ancora Dario Fo o Giorgio Gaber. un vessillifero del ”teatro civile”, una forma di ”spettacolo” che non vuole arrendersi alla superficialità della civiltà televisiva. E ci riesce. Perché c’è un’Italia che s’accalca nelle piazze ad ascoltarlo, che rimanda la partenza delle ferie per andare il 2 agosto a Bologna, che crede ancora, in silenzio, che percepirsi cittadini di una moderna democrazia non possa ridursi al problema di pagare meno tasse o lanciare pietre nelle vetrine per protestare contro Bush. ”Sento una partecipazione fortissima intorno a me - dice Biacchessi -, le mani che mi stringono, che mi accarezzano in segno di ringraziamento. Se leggo i miei spettacoli nella sala d’attesa della stazione di Bologna, con i familiari delle vittime, o tra i superstiti della strage nazista di Sant’Anna di Stazzema, la commozione è naturale. La cornice aiuta. Ma lo stesso accade nelle piazze di provincia, nei paesini e nelle scuole. Quando racconto agli studenti le stragi impunite del nostro Paese percepisco una commozione fortissima. Mista a uno stupore indignato. Perché di tutto questo nei testi ministeriali non c’è traccia”. Il teatro civile è essenziale. Biacchessi compulsa gli atti processuali, i documenti (’consumo le scarpe, perché spesso si giudica la colpevolezza e l’innocenza delle persone sulla base della simpatia, degli umori collettivi, senza conoscere le prove, gli alibi, le testimonianze”) e scrive testi brevi, come dispacci d’agenzia. Lascia parlare i fatti, non lo stile. Elenca nomi, destini, gesti banali. Nulla di più. Sul palcoscenico spoglio porta due amici, il sassofonista Michele Fusiello e il pianista jazz Gaetano Liguori. Legge con la sua voce calda, indignata, da Appennino tosco-emiliano. Usa immagini, filmati del tempo. E i suoni veri, d’archivio, terribili nella loro eloquenza. Si sente, per esempio, la voce di Franco Castrezzati, sindacalista della Cisl, che parla il 28 maggio 1974 in piazza della Loggia a Brescia, la sua voce viene interrotta da una deflagrazione e chiede alla folla ”State calmi, state calmi”. La bomba fece 8 morti. S’ode la voce del mafioso che minaccia l’avvocato Ambrosoli, il liquidatore della banca di Sindona, il monarchico che credeva nello Stato, la voce anonima, registrata, che avverte ”...avvocato, non ci siamo capiti...”. L’11 luglio ”79 un killer della mafia lo ucciderà con tre colpi di Magnum 357, dopo una serata passata con gli amici a vedere il pugilato. ”Il vero teatro civile è doloroso, bisogna coinvolgere, scavare un buco nero nel cuore. Da giornalista ho scritto 16 libri d’inchiesta. Ma sento l’esigenza di far vivere le parole fuori dalla carta. Finchè c’è qualcuno che racconta e qualcuno che ascolta, la memoria resta viva. Voglio che il pubblico si arrabbi, s’indigni, protesti. Che guardi la storia dalla parte delle vittime”. Nelle indagini sulla strage alla stazione di Bologna ci sono stati 136 depistaggi piccoli e grandi accertati e i colpevoli sono fuori (’non sono un giustizialista, ma penso che chi mette bombe debba stare in galera”). Lo stesso è accaduto per altri crimini, per non parlare della mafia. Priebke è uscito per tornare a lavorare, facendo slalom in scooter come uno scippatore, la memoria di Impastato è stata profanata a Cinisi, come quella di Biagi a Bologna. Dobbiamo rassegnarci al destino di Paese della vergogna? ”Perdonare va bene, dimenticare no. Rinunciare alla giustizia nemmeno. Perché se annacquiamo l’orrore che abbiamo vissuto, se lo dimentichiamo per indolenza e disinteresse, il passato torna tale e quale, con il suo carico di morte. Sembrava che gli anni Sessanta dei servizi segreti deviati, delle schedature di politici, imprenditori, sindacalisti fossero finiti. E invece ritroviamo le intercettazioni illegali, le cupole di potere... La politica è debole, ricattabile. Non riesce ad affrontare i problemi alla radice. Per le stragi o il terrorismo si sono fatte commissioni d’inchiesta che non hanno concluso nulla. Da noi esistono ancora i segreti di Stato che sopravvivono decenni. Io credo che sia compito dei cittadini insistere, chiedere trasparenza. Tenere viva la memoria serve per costruire un futuro migliore. Sembra un’ovvietà. Ma spesso non è così. Per questo vado sui palchi a chiedere urlando giustizia”» (Bruno Ventavoli, ”La Stampa” 22/6/2007).