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 2007  marzo 02 Venerdì calendario

Il caso Veltroni. Diario 2 marzo 2007. «Guarda, Silvio, che questo qui è uno sveglio, con cui si può parlare e che di televisione ne sa, potrebbe essere la sponda che cerchiamo nel Pci»

Il caso Veltroni. Diario 2 marzo 2007. «Guarda, Silvio, che questo qui è uno sveglio, con cui si può parlare e che di televisione ne sa, potrebbe essere la sponda che cerchiamo nel Pci». Era il 1984, il manager ex Pci Maurizio Carlotti proponeva come interlocutore al grande capo, presente tutto lo Stato maggiore di Fininvest, un occhialuto trentenne romano dall’aria cortese. Walter Veltroni era entrato da poco nell’ufficio comunicazione di Botteghe oscure diretto da Massimo D’Alema a occuparsi di tv ed editoria. A fargli da dirimpettaio all’ufficio propaganda c’era Fabio Mussi, un piombinese baffuto e spiritoso che assomigliava al personaggio di Armando della Pimpa. Berlusconi fu lapidario: «Veltroni ha i peggiori cromosomi che ci siano in Italia: quelli del Pci e quelli della Rai». possibile che, come la regina cattiva di Biancaneve, non si sia occupato a fondo dell’unico italiano che, ventidue anni dopo, potrebbe decretare il suo tramonto politico. Perché è questo che tutti si aspettano, anche se nessun politico ne parla. Il governo Prodi non gode di buona salute e per la scelta del prossimo candidato sarà difficile non passare dalle primarie. A quel punto, il candidato di gran lunga più forte – l’unico in grado di vincere le resistenze degli apparati di partito e di pescare voti anche a destra, da sempre maggioranza in Italia – sarà Walter Veltroni. Nonostante l’incompatibilità cromosomica, il sindaco di Roma, per istinto e vocazione, gioca la sua partita politica anche su qualità avvicinabili a quelle del leader dell’opposizione. Veltroni parla al sentimento delle persone, prima che al loro cervello, esibisce un certo ottimismo proiettato al futuro, è convinto che nelle società moderne la cultura sia fondamentale e questa sua convinzione sincera la traduce in consenso. Inoltre viene da un successo personale (la fioritura di Roma sotto la sua amministrazione) e sa usare i mezzi di comunicazione di massa. A Roma i singoli assessori non possono diffondere neppure un comunicato senza il placet dell’ufficio stampa centrale che coordina, di fatto, una trentina di persone. Il sindaco ha realizzato, cioè, tre anni fa quello che Romano Prodi tenta di fare oggi con l’undicesimo comandamento, quello che affida a Silvio Sircana il ruolo di portavoce unico del governo. Veltroni ha anche l’aria – e ci tiene a sembrarlo – di uno al di fuori dei partiti. La partita tra Walter e Silvio dura da più di trent’anni, forse avrà un gran finale e ha avuto momenti alti, di puro umorismo. Come quando, a metà degli anni Ottanta, un collaboratore di Veltroni chiese a Confalonieri quale fosse il suo grado di autonomia televisiva. Fidel fece spallucce, sospirò, poi disse: «Ascolti, Silvio ha costruito la mia tomba senza neanche consultarmi, che autonomia vuole che abbia?». Una novità abbastanza improvvisa. Nel 2000 quella partita sembra interrompersi. Veltroni, davanti alla prospettiva di elezioni disastrose, decide di dimettersi da segretario dei Ds e di candidarsi a Roma, mentre Berlusconi diventa, trionfalmente, presidente del Consiglio. Nei cinque anni successivi, Veltroni si concentra su Roma, tenendosi alla larga dalle beghe nazionali, se non per insistere sul suo chiodo di sempre, la necessità di un grande partito e di un sistema elettorale il più bipolare possibile. Ostenta disinteresse, annuncia più volte il suo progetto di ricandidarsi a sindaco (se decadesse la norma che gli vieta un terzo mandato) o di andarsene in Africa. solo negli ultimi tempi che cambia qualcosa, Veltroni porta in giro per i teatri d’Italia (di Roma, Napoli, Milano, per ora) una bella lezione intitolata Che cos’è la politica?, si dichiara «più tiepido» sull’Africa e afferma che nel 2011, con le condizioni giuste, potrebbe tornare a recitare un ruolo politico nazionale. In questo momento la sua popolarità è alle stelle. Nel gennaio 2006 un sondaggio Demos Eurisko per Repubblica afferma che è lui il più amato dagli italiani, primo, con un gradimento del 77,3 per cento, tra gli elettori del centrosinistra, quarto, ma con il 51,5 dei consensi (maggioranza assoluta, dunque) anche tra chi vota centrodestra. Dati riconfermati, nel marzo 2006, da un’altra ricerca Apcom-Ipsos. Insomma, Veltroni is back e qualcuno forse inizia a preoccuparsi. Può essere letto così, come prima mossa di un’offensiva che sarà martellante, l’attacco scomposto lanciato da Berlusconi venerdì 23 febbraio contro Roma «capitale della droga», con «tasse aumentate», «61 scippi al giorno» e «2 mila persone che vivono per strada, e mi dicono 9 mila in grotte e favelas lungo il Tevere». I gioielli di famiglia. Roma, 24 febbraio 2007. Il presidente della Repubblica ha appena rinviato Romano Prodi alle Camere per la fiducia dopo che il voto di tre ottuagenari e due turigliatti hanno affossato il governo sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. Al teatro Brancaccio di via Merulana, il popolo Ds accoglie l’ingresso di Massimo D’Alema e Walter Veltroni come fossero Romolo e Remo. I due partecipano insieme, dopo anni, a un incontro pubblico. Il teatro è stracolmo, in strada si segue l’evento da un maxischermo. Il momento è grave, incazzatura e angoscia fanno da cappa, ma vedere di nuovo riuniti i leader più amati – «e pareno pure affettuosi», sussurra al marito una signora – è una dolce consolazione. L’incontro si intitola Per il partito democratico. Si sostiene, cioè, la mozione Fassino (il cui nome non viene però nominato) che si scontra con quella di Mussi e con una terza, minoritaria, sostenuta da Gavino Angius. I due siedono fianco a fianco. Il sindaco è impeccabile, abito grigio, camicia azzurra, cravatta bordeaux fantasia, mocassini neri e calze blu così ritte da sembrare contenitive. Il ministro appare più dimesso, indossa un vecchio completo scuro di velluto e una camiciola senza cravatta, i calzini si afflosciano molli su un paio di Tods così consunte da dubitare che siano originali. Ma quando sale sul palco si trasforma. Difende l’operato del governo («si è percepito che si usciva dall’arraffa-arraffa»), indica nella crescita, nella giustizia sociale e nella ricerca i tre obbiettivi, cita Vittorini («i furori astratti di qualche senatore») e parte all’attacco della sinistra radicale con una virulenza non del tutto rilevata, poi, dalla stampa. Ricorda che suo padre raccontava di quando da giovani, sotto il fascismo, stampavano giornaletti e c’era sempre qualcuno a dire: «Ci vorrebbe ben altro...». «Ma poi», alza il tono D’Alema, «quando si trattò di sparare, a sparare furono quelli dei giornaletti, non chi diceva ben altro». Accenna al Partito democratico e chiude con un bilancio: «Alla fine avere passato vent’anni a cambiare non sarà stato un brutto modo di averli trascorsi. Anche perché la sinistra è cambiamento e se non cambia muore». Pochi minuti prima, ha parlato Walter. Sua moglie Flavia Prisco, seduta defilata in settima fila, ascolta discreta. Durante il discorso, mi fa notare uno che lo conosce bene, Veltroni slaccia e allaccia la giacca a intervalli regolari: «Guarda, quello è un gesto che ha imparato da Jfk». Il suo discorso è tutto proiettato verso il futuro, parte indicando tre punti («stabilità, innovazione, giustizia sociale»), nomina alcuni bisogni concreti («il tredicesimo punto è affrontare le grandi emergenze sociali, la prima delle quali si chiama casa») e generazionali (ai giovani hanno sottratto speranza e sicurezza). Dice cose di sinistra: «La globalizzazione non può essere solo quella finanziaria, deve essere quella degli esseri umani che si incontrano per costruire l’umanità nuova». E sparge ottimismo sulla paura: «Nelle scuole di Roma ci sono bambini di 157 nazionalità ed è una ricchezza», dice, «ai miei tempi faceva notizia se uno veniva dalle Marche». Insiste sulla necessità di una nuova legge elettorale («gramscianamente parlando, hanno avvelenato i pozzi sapendo che avrebbero perso») magari modellata sull’elezione diretta dei sindaci del 1993. Ed esclude che si possa tornare alle urne: «Grazie al nostro risanamento, questa volta potrebbero promettere davvero di abbassare le tasse. Gli regaleremmo il Paese». Ma non addita mai la sinistra e i traditori («La democrazia è questo: che i cittadini scelgano. E che 2 o 4 senatori non possano disporre del voto di milioni di italiani»). Finisce ricordando quella che sarà la sua arma migliore se sarà candidato: gli straordinari risultati raggiunti da Roma. Nel 2004 la crescita economica ha raggiunto il 4,1 per cento contro l’1,3 nazionale, tra il 2000 e il 2005 l’occupazione è cresciuta il doppio della media italiana (quella femminile il triplo), ci sono 16 mila bambini negli asili nido (erano la metà nel 2001) a una tariffa media (146 euro al mese) che è la più bassa d’Italia. E inoltre, il boom del turismo, le grandi opere, il nuovo piano regolatore. Infine, con tono sereno, replica all’attacco del «capo della Casa delle libertà». «Lo voglio dire, davvero senza polemica. Facciano tutti gli attacchi che vogliono al sindaco, ma lascino in pace la città!». L’avversario, cioè, non è neppure nominato, ha scelto di non difendersi personalmente, ma di difendere i cittadini come se fossero loro sotto attacco. Da un punto di vista retorico, non è una replica ad hominem («Proprio tu parli»). Si disinteressa dell’argomento dell’avversario, non risponde sul punto e si sottrae al confronto. questa, a ben guardare, la tecnica retorica e politica di Walter Veltroni, molto rara, quasi unica, tra i politici italiani: evitare lo scontro diretto e la polemica piccola. Perciò appare disinteressato e convinto di ciò che afferma. Per questo, può convincere. Per questo può raccogliere consensi anche a destra. Veltroni cerca quasi sempre di parlare ad humanitatem, come Wojtyla, di affermare verità e suscitare speranze valide in sé. Il primo dubbio è tipico: Veltroni è abbastanza cattivo per vincere la leadership del futuro Partito democratico? Il secondo dubbio, di fronte a uno che parla ad humanitatem, suona invece deliziosamente inattuale: è davvero sincero? Gioie e dolori del giovane Walter. «Al confronto di D’Alema, Fassino, Mussi e Folena, sembrava il più duttile e il più leggero. Ma non ha mai cambiato idea: costruire un grande partito a vocazione maggioritaria senza steccati al centro e a sinistra», ricorda Piero De Chiara, oggi dirigente Telecom e per lunghi anni suo braccio destro. Alla fine degli anni Settanta, erano quelli i quattro ragazzi tenuti sotto osservazione dal Comitato centrale del Pci come possibili futuri segretari. Massimo D’Alema era in vantaggio, soprattutto da quando, nel febbraio del 1984, Enrico Berlinguer aveva deciso di portarlo a Mosca per i funerali di Jurij Andropov, uno degli ultimi zombie dell’Urss. Nella liturgia comunista, quella scelta costituiva una specie di investitura e questo provocò una crisi di gelosia negli altri. A quell’epoca, Veltroni diceva ancora agli amici di non sapere «cosa farò da grande». E sicuramente la sua carriera nel Partito costituiva un caso da studiare. Era nato a Roma il 3 luglio 1955 (nello stesso giorno, contro il traffico crescente, il Comune decideva – ma il progetto si sarebbe impantanato – la costruzione di una serie di garage sotterranei nelle piazze più belle della città). La madre Ivanka era figlia di un diplomatico jugoslavo nella Santa sede e in seguito avrebbe scritto romanzi rosa di successo. Il padre Vittorio sarebbe morto nel 1956, quando Walter aveva un anno e suo fratello Valerio sette. Era stato il primo direttore di un tg della Rai, aveva scoperto e lanciato Mike Bongiorno. Su Radio radicale lo storico Diego Verdegiglio, autore del libro La tv di Mussolini, ha ricordato che nel maggio 1938 curò, da iscritto ma non da fanatico, la diretta radiofonica dell’Eiar della visita di Hitler a Roma, quella del film Una giornata particolare di Ettore Scola. La perdita del padre offre a Walter una schiera di figure paterne, quasi adottive, composta da giornalisti democratici Rai come Furio Colombo, Fabiano Fabiani e Andrea Barbato. Nella Fgci, dove entra nel 1970, a 15 anni, il suo vero sponsor è Maurizio Ferrara, il padre di Giuliano, un comunista di destra che intuì in quel ragazzino modernista una possibile risorsa per il partito. A segnare l’atipicità di Veltroni nella Fgci sono gli interessi culturali, l’arrivare alla politica dal cinema o dalla musica. Al giovane Veltroni, raccontano, Marx non piace. Ancora oggi, a detta di alcuni, è questa la vera differenza: mentre la sinistra tradizionale crede che mettendo insieme pezzi di società e garantendoli si vincono le elezioni, Veltroni pensa che sia il consenso delle persone, dei singoli a farti risultare vincente. Che la politica, la «bella politica», consista nel muovere le persone, attraverso cose concrete e speranze. Un’attitudine a cui si riallaccia il suo amore per i Kennedy e per l’America e che al contempo si sbarazza di due delle travi che hanno retto la politica italiana nel Novecento: la visione di classe e quella corporativa e clientelare della politica. Veltroni considera la storia del comunismo italiano un’avventura magnifica, ma apprezza molto più Gramsci di Togliatti (che gli sta antipatico e di cui ha spesso discusso con D’Alema). Poi, nel 1972 viene eletto Enrico Berlinguer, altro suo riferimento fondamentale, e il segretario gli insegna che si può essere essere politici di professione anche senza sembrarlo. Lo spiega proprio nella lezione Che cos’è la politica?: «Ci possono essere politici più ”di professione” dei segretari di due partiti come la Dc e il Pci di allora? Sulla carta no, non c’è dubbio. Eppure Benigno Zaccagnini ed Enrico Berlinguer non erano percepiti così dagli italiani. E il perché era nel loro modo di essere, era nei loro volti, nelle loro parole. [...] Credevano in quello che dicevano, e chiunque li ascoltasse lo capiva, e li rispettava». Achille Occhetto, il coraggioso e rimosso «segretario della svolta», ricorda: «A unirci c’era l’attenzione a ciò che si muoveva nella società italiana e nella cultura, ma soprattutto una critica profonda agli elementi di autoritarismo del partito. Lo volli con me quando divenni responsabile della stampa e propaganda perché avevo notato in lui un interesse particolare verso il cinema, la televisione e l’America, che lo distingueva dagli esponenti tradizionali del partito». La differenza è percepita anche dal regista Bernardo Bertolucci: « dalla prima volta che l’ho visto che l’ho guardato in modo un po’ speciale. stato qualche giorno dopo la morte di Pasolini, quando tre giovani della Fgci, lui, Goffredo Bettini e Gianni Borgna, vennero a trovarmi come per cercare inutilmente di riempire un vuoto. Avevano conosciuto Pier Paolo, ma forse non abbastanza, non quanto avrebbero voluto. da allora che lo tengo d’occhio. Mi aveva molto colpito la sincerità della sua emozione che, credo, sia la cosa che lo porta avanti. Credo, cioè, che viva tutto molto emotivamente». Il muro e l’invenzione del buonismo. All’inizio degli anni Ottanta, fonda la prima scuola d’inglese per funzionari del Pci. Le lezioni erano collettive, ma ben presto lui e D’Alema avranno il privilegio di tutor privati. Nel 1987 è eletto per la prima volta deputato, l’anno dopo entra nella segreteria nazionale. Nel 1989 segue Occhetto nella costruzione della «Cosa», la svolta che porterà allo scioglimento del Pci e alla nascita del Pds. Rispetto a Massimo, Walter ha un vantaggio: è convinto che il campo socialista sia finito in Ungheria nel 1956 lasciando spazio, invece, a un campo progressista democratico mondiale. Per questo, a differenza di D’Alema, non rimane travolto dal crollo del muro di Berlino. Per questo, forse, dal 1989 in poi, D’Alema reagisce pensando che il suo compito sia quello di portare il partito al governo e farcelo rimanere, mentre Walter può continuare a elaborare il suo profilo politico. Ricorda Occhetto: «Quando proposi la svolta fu tra i primi ad abbracciarla con entusiasmo. Mentre altri aderirono su posizioni conservatrici, lui la valorizzò per i suoi tratti innovatori, per il progetto di passare da una democrazia dei partiti a una democrazia dei cittadini che allora era il mio pallino. Lo ebbi al mio fianco sulla proposta di una costituente di una nuova formazione della sinistra aperta agli esterni, idea che trovò nel partito una forte opposizione. L’opposizione vinse quando il Comitato centrale designò D’alema, invece che Walter, eletto dalla base con una pioggia di fax, alla segreteria del partito. Penso che dopo quella sconfitta avrebbe dovuto rimanere il punto di riferimento altro e fare più opposizione invece di accettare la diarchia. Cosa per cui mi sospesi». Era il 1994, da due anni Walter Veltroni è direttore dell’Unità, successore di Renzo Foa, il primo direttore non politico, e dello stesso Massimo D’Alema. Roberto Roscani, che oggi lavora alla cronaca politica del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e che, sotto Veltroni, era direttore dell’Unità 2, il supplemento di cultura, scienza e spettacoli, ha un ricordo preciso di quei quattro anni: « stato il primo direttore inviato dal Pci per cui il giornale non è parte del cursus politico. Walter ha fatto del suo passaggio all’Unità un pezzo fondamentale della costruzione sua personalità politica di leader nazionale. Ci lavora seriamente e la innova, crea l’Unità 2 e lancia i prodotti editoriali, gli allegati. Una scelta non solo editorial-aziendale. C’era proprio l’idea di dare al giornale, attraverso i film, i libri, i Vangeli o le figurine, una forza di penetrazione culturale. Era un’operazione un po’ gramsciana e un po’ americana. Come la scelta di allegare film italiani e made in Usa. Certo, c’era Easy rider, ma c’era anche John Ford e allora non era così scontato». La testimonianza di Roscani è fondamentale per capire il rapporto di Veltroni con il lavoro, con la cultura e con l’informazione: «Era molto esigente. Chiamava alle 21, e magari ti faceva cambiare il giornale. E non c’è stata domenica mattina che non mi abbia chiamato alle 8,30 per chiedermi perché quella notizia che mi aveva raccomandato fosse uscita solo su una colonna. Però non era mai punitivo. Se qualcosa non va, ti porta da parte, scuote la testa e, parlandoti, ti rimprovera. Ricordo che una sera salutò due volte uno dei Taglione, uno dei fratelli fattorini al giornale. E quello commentò: ”Allora mi’ fratello c’ha ragione: so’ due”». Il periodo direzione dell’Unità finisce nel 1996 quando Romano Prodi lo chiama. Con la vittoria dell’Ulivo del 1997, Veltroni diventa vice presidente del Consiglio e ministro dei Beni culturali. Intanto, due anni prima, l’1 maggio 1995, Ernesto Galli Della Loggia inventa sul Corriere della sera il «buonismo», un termine che gli sarebbe rimasto appiccicato addosso. Ce lo conferma il professor Edoardo Sanguineti dopo avere consultato due pesanti tomi (il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, diretto dallo stesso Sanguineti e Annali del lessico contemporaneo italiano. Neologismi 1995 di Michele A. Cortelazzo). Ed è il buonismo, la prima delle critiche, in realtà piuttosto innocue, che gli rivolgono i nemici manifesti. L’altra riguarda la presunta superficialità della sua cultura. «Il suo buonismo», scrive nel 1999 Marcello Veneziani «non viene da Dossetti e La Pira, Rosselli e don Minzoni, come vuol farci credere. No, viene da Rintintin e Lassie, i cani buoni della Tv dei ragazzi su cui si è formato. Viene da Furia cavallo del West e da Mary Poppins, su cui ha poi fatto gli studi superiori». Fa ridere, però è lo sfogo di uno che si è spaccato la testa sui libri per riuscire a essere come un intellettuale di sinistra e che si scandalizza se l’egemonia culturale si conquista anche con Nonno Libero. Come dice Occhetto: «La sua idea politica sta nel non costruire solo un blocco di consenso garantendo interessi corporativi, ma qualcosa di più ampio di cui la cultura rappresenta la cavalleria e in questo senso, sì, è gramsciano». Le primarie che verranno. Veltroni è un epifenomeno di una cosa che a sinistra c’è, di gente che si è formata sul pop più che sui testi sacri, di gente che non appartiene più, ma è pronta a convincersi di fronte a una pratica politica che unisca concretezza e sogno. Alcuni sostengono che è all’interno che deve guardarsi. Tra questi c’è, ancora, Occhetto: « un tratto del suo carattere aspettare che le condizioni maturino invece che proporsi e conquistare un ruolo politico. Non sgomita, e questo è positivo, ma la sua ambizione lo spinge a non denunciare con chiarezza delle posizioni a cui è contrario. Quando professa grande amore per tutti i leader dei Ds e adesione all’attuale linea del partito democratico, so per certo che non è affatto convinto». Per Occhetto il rischio è che quando il nuovo partito si farà non sarà una nuova forza aperta al centro e a sinistra, ma la mera fusione di due apparati di partito. Per altri, in questo momento, la vera sponda di Veltroni è Massimo D’Alema che si pone a metà tra la sua proposta politica e quella della coppia Rutelli e Fassino, gente per cui una leadership carismatica alla Veltroni costituisce una oggettiva minaccia. Anche rispetto al pericolo che Mussi dia luogo a un’ennesima scissione a sinistra (neppure nelle isole de la Reunion ci sono tre partiti comunisti!), ti dicono che se la linea Veltroni vincerà, l’impressione è che Mussi, con il quale oggi i rapporti sembrano ottimi, probabilmente finisca per rimanere. Un certo ecumenismo, del resto, è uno dei tratti costitutivi di Veltroni: quando a sostenere la sua corsa a sindaco c’erano la Lista D’Erme (centri sociali) e quella Michelini (Opus dei), qualcuno se ne uscì: «Sì, vabbé, mo’ fermiamoci però, che se no arrivano pure i nazisti per Veltroni». La costante ricerca di dialogo e di armonia (Veltroni preferisce l’armonia alla dialettica) rappresenta anche la chiave della sua forza politica. Che è fondata, a differenza di quella di D’Alema, non su un apparato di uomini piazzati nei punti nevralgici, ma su una serie di buoni rapporti personali. Con Matteo Arpe, amministratore delegato di Capitalia, per esempio, e con Luca Cordero di Montezemolo, che negli anni della vicepresidenza Veltroni invitava a casa a vedere la loro Juve, o con il Vaticano. E con i coetanei, Casini e Fini, con cui nel tempo ha stretto buoni rapporti. Le sue debolezze sono a Milano (per la sua lezione il teatro Dal Verme è stato tiepidino e non molto pieno) e in un possibile eccesso di creatività in buona fede. Anche se Veltroni ha la capacità di fare dimenticare i propri errori, la trasformazione delle società calcistiche in società a scopo di lucro ha avuto effetti contrari a quelli sperati, la sua campagna sulle tv di fine anni Ottanta, «Non si interrompe un’emozione», e il referendum antiproporzionale del 1999 si sono conclusi in fallimenti rovinosi. Per non parlare dello slogan I care al congresso di Torino del 2000 o della Rai dei professori. Tutte battaglie giuste, tutte battaglie perse. Ma la domanda che ritorna più drammatica, trattandosi di Veltroni, cioè di un tipo piuttosto speciale che vive nella stessa casa da quando è nato, non possiede un’auto e di cui non trovi nessuno disposto a parlare male davvero è sempre la stessa: è sincero o solo ambizioso? «Considera», dice un amico che preferisce non comparire, «che Walter in questo è molto più Pci di D’Alema. Ritiene davvero che il suo ruolo emergerà e che sarà lui l’uomo delle primarie vere. Ma per spirito di servizio, come i vecchi funzionari del Pci, può risparmiarsi la fatica dell’ambizione. Fini o Casini emergeranno da un gioco politico, ma l’unico che regge il confronto con lui, per quanto appannato, è Berlusconi. La destra è maggioranza nel Paese, ma il candidato forte è Walter e sta nel centrosinistra». Anche se ha dimostrato di saper mettere insieme coalizioni ampie, quando il momento verrà avrà bisogno del nullaosta degli apparati e del sostegno finanziario indispensabile per una campagna elettorale efficiente. Gli sarà anche molto utile una vittoria dei democratici in America. Ma quella sarà utile a tutti. Giacomo Papi