Alberto Arbasino, la Repubblica 22/6/2007, 22 giugno 2007
Tornando da Betlemme e San Saba, ci si ferma un momento all´Herodion, con qualche sospetto. Infatti, nonostante le fantastiche meraviglie descritte da Giuseppe Flavio ai tempi storici di Augusto e Tiberio eccetera - grandiosi palazzi rapidamente costruiti da Erode il Grande con terme e piscine e acquedotti scavati e impegnativi - il sito appare totalmente squallido
Tornando da Betlemme e San Saba, ci si ferma un momento all´Herodion, con qualche sospetto. Infatti, nonostante le fantastiche meraviglie descritte da Giuseppe Flavio ai tempi storici di Augusto e Tiberio eccetera - grandiosi palazzi rapidamente costruiti da Erode il Grande con terme e piscine e acquedotti scavati e impegnativi - il sito appare totalmente squallido. Un mammellone artificiale tondeggiante come un panettone milanese basso delle «Tre Marie» o uno stupa buddhista a Katmandu. (Occultismi esoterici? Brrr). Però con solo sassi sotto un sole da trenta e più gradi, nessuna traccia di resti, nessuna cartolina al chiosco fornitissimo di foto vegetali desertiche; e qualche foto aerea di un pianoro con resti di fondamenta, identici in tutte le "domus" nei territori già romani. (Ma ormai ripetere "domus" equivale a definire "maison" qualunque casa di mode o di stracci grande o piccola). Non c´è nemmeno una funivia come a Masada, ove il pianoro è imponente come la vista grandiosa e disperata delle montagne desertiche tutt´intorno, fino alla depressione davvero desolata e profonda del Mar Morto. Ove congiungere l´utile al dilettevole consiste oggi nello spiritoso galleggiare sui sali e asfalti, acquistando poi "wellness" in un assortimento di creme e tubetti diversi per faccia e mani e piedi e collo e tutto, col rischio però di sequestri al passaggio della sicurezza aeroportuale. Ma lì a Masada sovrabbondano le fondamenta e le murature ricostruite del lusso fortificato del solito Erode, con vastità e imponenza di piscine e calidari e tepidari e frigidari e fontane e giardini su terrazze a vari livelli, a un´altitudine notevolissima entro una regione del tutto arida, e condutture anche qui in tempi rapidi. Ci si domanda poi se non sarebbe stato più savio, tatticamente, un flemmatico accampamento romano (tipo Deserto dei Tartari), invece delle macchinose rampe e branche per raggiungere faticosamente la celebre auto-immolazione degli assediati. Il nostro rapporto odierno fra sforzo e rendimento, come nel caso degli acquedotti effimeri, risulta innegabilmente diverso. * * * Ma oggi l´agitazione delle troupes televisive su e giù nel Nulla accaldato sembra analoga al movimento per la conferenza-stampa del ministro tedesco degli Esteri ieri sera al nostro albergo. Con spostamenti frenetici di sedia sulla terrazza: in semicerchio, poi in tavolini sparsi, poi in formazione frontale sorvegliata da quegli avvenenti body - guards che poi diventano fidanzati delle starlets sui settimanali, in occhiali neri. La sera, nei telegiornali, si annuncia che è stata scoperta la tomba di Erode. Dal giorno dopo, i prestigiosi e autorevoli quotidiani (Haaretz, Jerusalem Post) incominciano a prendere le distanze. A parte la Strage degli Innocenti - che qui interessa poco, e comunque Erode il Grande è morto quattro anni prima (c´è anche sulla Guida Verde del Touring) - era un tiranno di origini edomite, vassallo dei Romani e poco amato dai suoi sudditi ebrei, malgrado le grandiose opere pubbliche e private. Anche perché ne faceva sbranare parecchi dalle belve nei circhi: ne aveva tantissime. Quindi nessun politico o giornalista israeliano importante ne ha rievocato «l´aliena e irrilevante figura». Diffidenza. E la radio dell´esercito quel giorno ha preferito raccontare un piccolo scandalo sessuale al consolato israeliano di New York. (Un Erode nel "pantheon" nazionale? No). Non lo vogliono neppure come attrazione turistica. Infatti, lo scavo di Herodion si trova in un territorio sotto l´amministrazione palestinese, che evidentemente ha lasciato fare contando poi di vendere i biglietti ai curiosi. Ma secondo Haaretz, nel mondo civile questa si chiama «robbery», e cioè proprio ruberia, giacché «Israele non ha alcun diritto morale di fare scavi e rimuovere pezzi archeologici in terre altrui». (Infatti, rientrando a Gerusalemme, bisogna mostrare il passaporto a un blocco di frontiera). Questo Erode, oltre tutto, non è neanche protagonsita della Salome di Richard Strauss. Si chiamavano quasi tutti Erode e Salome ed Erodiade, in quella famiglia, ma le trame con Giovanni Battista appartengono a una generazione successiva. E secondo Giuseppe Flavio, vi sarebbero i fondamenti per qualche succulenta opera aggiuntiva, giacché il vero Erode veniva pericolosamente tentato dall´ingordissima Cleopatra, mentre Marc´Antonio concupiva la moglie d´Erode e un suo nipote sedicenne di sovrumana bellezza. Eccellenti ruoli, quindi, per Nilsson, Flagstad, Varnay, Ludwig, Borkh, Goltz, Rysanek, Lipovsek, Patzak, Edelmann, Hotter, King, Weikl, Muff, Fassbaender, von Stade... Naturalmente diretti da Karajan. * * * I nostri giornali sono pieni di collaboratori e articolisti stranieri, di interviste e recensioni e anticipazioni e notizie e premi e citazioni e recuperi su temi culturali e politici esteri. Siamo allora più cosmopoliti o più provinciali, quando le prestigiose testate estere non reciprocano mai ricordando i nostri organi ugualmente autorevoli? E sarà per nazionalismo autoreferenziale che sui quotidiani israeliani, in una settimana-campione presa a caso, non si ritrovi almeno qualche notizia sul nostro Paese, neppure quando importanti autorità italiane visitano Gerusalemme e Ramallah? Il nostro interesse mediatico non viene ricambiato? Certamente la crisi locale appare tesissima. E gli editoriali contro il governo sono più violenti delle nostre abitudini, specialmente quando i risultati delle commissioni d´inchiesta, e le indiscrezioni che ne trapelano, rivelano sconcertanti pecionerie nell´insuccesso dell´ultima campagna contro il Libano. Inquietanti impreparazioni. Mancanza di contatti reciproci ai livelli supremi. Assenza di piani strategici alternativi. Una faciloneria nelle previsioni, ora aspramente rimproverata al primo ministro, al ministro della difesa, al capo di stato maggiore. E oltre tutto, mentre si dissipa il ricordo glorioso delle vittorie militari passate, crescono le apprensioni per il pressapochismo rivelato dalle deposizioni degli alti gradi. E gli ebrei americani si mostrano sempre più contrari alla guerra in Iraq. Si discorre seriamente di «anatre zoppe», qua e là. E d´altronde, anche qui come dappertutto portieri e camerieri devono trafficare laboriosamente al computer per rintracciare orari e drinks che si trovavano sempre su ogni dépliant o menu cartaceo. E le nostre cartoline viaggiano (o no) come ai tempi dei Crociati. Ma quando poi l´intero sistema si blocca per mezz´ora all´aeroporto di Tel Aviv, può sembrare più preoccupante, che a uno sportello bancario. Nelle pagine interne dei grandi giornali, hanno spazio i tafferugli delle tifoserie dopo le partite, le difficoltà nel prenotare i ristoranti nel weekend, le restrizioni sui segmenti d´autostrada, gli allargamenti a più fasce di credenti di qualche sezione di terre sacre, le proteste contro gli ambulanti che maltrattano i cavalli, l´insider trading sull´aumento dei costi nelle malattie terminali, gli errori nelle banche dello sperma, il calo delle richieste di macchine usate. Nelle pagine estere, neanche un trafiletto circa l´Italia. E d´altronde, nelle vie dello shopping pedonale, arriva una sola copia di un nostro quotidiano nei due bookshop internazionali. E i nostri telegiornali? Mah. Così per tutta la durata del pellegrinaggio i turisti italiani possono ignorare tutto sulle nostre vicende. * * * Il grande Israel Museum è invece un´esemplare esposizione campionaria e pedagogica di tutte le arti maggiori e minori e minime in tutti i tempi e paesi. Con due moniti validissimi, per tanti altri musei anche più ricchi: la gran quantità di donazioni private di concittadini e correligionari abitanti il tutto il mondo, a titolo di liberalità disinteressata anche per tutto il Novecento che affibbiava un prezzo d´asta pure alle tazzine. E poi, la cura amorosa nella conservazione - anche attraverso tribolazioni terribili - di oggetti e aggeggi ricchi o poveri, evocativi di intimità casalinghe perdute. Ancora più affettuosamente che nell´analogo (ma zigzagante) Jüdisches Museum berlinese. Ecco dunque un´indicazione esemplare per varie nostre istituzioni. E i contesti si rivelano importantissimi: le argenterie religiose italiane (anche da città non capitali come Ancona) si mostrano più eleganti perfino delle oreficerie in terra tedesca. Ed è squisito l´interno della sinagoghina di Vittorio Veneto, qui trasportato dopo l´emigrazione dei fedeli in America nel Primo Novecento. Curiosità, nella vastità: un Adone rubensiano pianto da Venere è muscoloso e carnoso come un Sansone o un Ercole. Una lotta italo-barocca fra Giacobbe e l´Angelo è un tango troppo malizioso per essere semplicemente naïf. La voltina d´una sinagoghina bavarese, a intrecci vegetali, pare dipinta con succhi d´erbe come nel nostro Settecento coetaneo. E le foto di sventure e dolori hanno ovunque un successo immutabile, a qualunque circostanza e popolazione si riferiscano. Attraverso ogni senso della storia, esperienza del passato, ideologie e mode più o meno effimere: davvero, costanti eterne dell´animo umano «tutto da piangere!» come insegnavano le nostre nonne oltre un secolo fa. * * * Dopo anni e anni di attenzioni giornaliere per gli studi e ricerche sulla quotidianità materiale, ci si guarderà spontaneamente attorno con le stesse attenzioni per gli sterchi e scarichi e rifiuti e puzze nei vari tempi e paesi che si riscontrano in tanti volumi eruditi presso ogni prestigiosa University Press anglosassone. E d´altronde già alla fine dell´Ottocento il nostro rinomato abate Stoppani (autore del bestseller Il Bel Paese) nel suo resoconto di un viaggio turchesco con una troupe di monsignori ambrosiani, riferiva le loro curiosità sui luoghi di comodo o decenza delle sultane in quegli harem ormai abbandonati; e i loro commenti quando un vecchio eunuco mostrava un pavimento marmoreo traforato da una fila di buchi circolari. Qui, oltre alle porte con indicazioni direzionali (Giaffa, Damasco, Sion come a Milano la Ticinese, la Vigentina, Venezia, Genova) nella Città Vecchia una si chiama addirittura «dei Magrebini e delle Immondizie». Perciò, in questo paese così riempito di terme e piscine dai Romani come dagli Erodi e dai Turchi, ci si può interrogare sull´igiene e sanità dei Crociati: con quegli abbigliamenti grevissimi, senza praticamente biancheria, e provenendo da borghi e castelli normanni e provenzali e pirenaici forse non proprio «spic & span». E il cibo sarà stato certamente «slow». Ma le discariche, e i loro influssi sulle patologie esotiche, templari, esoteriche? Adesso, tra le considerazioni microstoriche e climatiche «sul campo» e nella saggistica - e con riguardo alle concezioni materialistiche sull´aumento della temperatura - i manti bianchi di cotoni leggeri dei vecchi arabi sembrano la veste più adatta ai 40 gradi estivi. Ovviamente, molto più eleganti delle volgari braghe e magliette del turismo planetario. E più confortanti della gioventù in mimetica e kalashnikov nei villaggi. Ora, la maggior parte degli ebrei qui in giro porta la tradizionale kippah, la papalina intrecciata in molti assortimenti di eleganti colori. Ma per il resto, vestono come i coetanei globali dal berrettino uso baseball, anche se si comportano più educatamente. Senza sguaiataggine; e intonando compuntamente a tavola le cantilene consuetudinarie a mezza voce come quelle delle celebrazioni alpine. I soprabiti neri a doppio petto degli ultra-ortodossi, sempre con cappello largo e talvolta un colbacco polacco, paiono invece i più scomodi, con questo caldo. Si vedono più naturali a New York nelle classiche vie dei gioiellieri, o nella vecchia Whitechapel londinese, oltre che nel musical Il violinista sul tetto. Ma trattandosi dei più rigorosi depositari della Tradizione, chissà se questi indumenti pesanti alla Chagall risalgono a nevose contrade nordiche, o a una Palestina già calda secoli fa. * * * Lasciare che i pargoli? Argomento scabro e sconsigliabile. Nelle tradizionali elezioni all´americana, il «baby - kissing» fu sempre un mezzuccio acchiappa-voti di successo, ma accuratamente eseguito con neonati ridenti in braccio alla mammina, o con occhialuti "primi della classe" vestiti di scuro per mano al papà. Giammai con "paraculetti" di tipo sfacciatello-pasolinide, come nei più vivaci quartieri arabi. E men che meno in attualità di cancan pedofili, di videotelefonini con immagini poi avulse dai contesti, di borse e valigette che scompaiono tra i frugolini, appena posate a terra. (E, d´altronde, anche nella Belle poque, «fotografateli accanto a un vespasiano, con un bambino accanto», era una disposizione corrente per i questurini in borghese, nei confronti dei parlamentari dell´Opposizione). Tuttavia non allignano molto, nella Città di Davide, quei «morettoni» o «bonazzoni» o «bistecconi» per cui le nostre folle tifose si accalcano e picchiano pur di poterne odorare o accarezzare i sudori. Né «mignottone che mostrano proprio tutto». Magari «fatte e strafatte». Nemmeno par di scorgere, come da noi, popolari e affollati luoghi di «spaccio». * * * Insomma, in questo groviglio di pregiudizi e tabù sempre più permalosi e minuziosi, come andranno concepite e recepite le Provocazioni e Trasgressioni e Irriverenze così apprezzate e lodate in Italia, soprattutto in ogni circostanza della vita pubblica? Magari, involontariamente sfiorando qualche «politically correct» più o meno «conformista disobbediente» o «diversamente dissacrante» perché "etnico" o "nomade" o "di confine" in questo garbuglio di etnie e di confini che badano sempre più minacciosamente ai copricapi e ai centimetraggi dei veli e delle maniche, alle posizioni delle mani e dei piedi, alle vivande e alle bevande, alle esclamazioni altrove applaudite o innocenti? (Altro che i nostrani «vaff» automatici, o le «provocazioni-contro» di rigore nelle pubblicità o comicità o canzoni o vignette impietose e scomode). Forse, beneducati e rispettosi di tutte le religioni e tutte le poetiche e retoriche (e dopo aver chiesto scusa per tutti gli eventi annoverati nelle Garzantine), si riparte un pochino più laici, a causa, dei tanti benché, purché, macché, finché, ohimé, giacché, checché, perciocché, imperocché, minacciati da tutti questi Aldilà in conflitto e di confine?